Foto scattate in spiaggia, riflessi rubati davanti allo specchio, istanti privati scippati ai profili social o strappati da partner fidati. Scatti intimi di amiche, mogli, fidanzate, volti noti o donne comuni, buttati in una piazza virtuale senza alcun consenso e travolti da una costante valanga di commenti sessisti, volgari, figli di una cultura che disprezza le donne e le considera una proprietà.

Si presentava così la galassia del portale sessista Phica.eu, sequestrato e chiuso dalla Polizia Postale nell’agosto 2025 dopo un’ondata di denunce, l’intervento del Garante per la Privacy e l’apertura di un fascicolo presso la Procura di Roma. Un’operazione che avrebbe dovuto segnare la parola fine. E invece, la violenza digitale ha semplicemente cambiato indirizzo.

Perché la rinascita su Telegram

La nuova incarnazione ha un nome che scegliamo di non divulgare, anche se altri siti e social network lo stanno facendo. Lo facciamo per tentare di non aumentare le visualizzazioni e proteggere così le vittime, comprese le minori. Perché sì, lì dentro ci sono anche bambine.

Per resuscitare la community, i gestori non hanno riaperto un sito web tradizionale, ma si sono rifugiati sulla piattaforma di messaggistica ideata da Pavel Durov. Una scelta tutt’altro che casuale: l’infrastruttura di Telegram e le sue rigide politiche sulla privacy rendono infatti estremamente complesso per gli investigatori risalire all’identità di creatori e amministratori.

A fare da esca è un meccanismo d’accesso disarmante: nessuna verifica, nessun filtro. Basta cliccare “entra” e in una manciata di secondi le porte si spalancano su un labirinto di sotto-chat tematiche organizzate per categoria.

L’algoritmo del voyeurismo: i numeri dell’escalation

A documentare la rapidità contagiosa di questo fenomeno sono stati prima il sito di Radio Popolare e poi La Repubblica, tracciando una curva di crescita impressionante: Il 29 ottobre, alle ore 14:00 la chat parte con 1.023 utenti. Il 30 ottobre, alle ore 14:00 sfiora quota 1.490 iscritti. Il 2 novembre, alle ore 12:00 la conta schizza a 11.159 partecipanti. Appena due ore dopo, il contatore segna 11.240 membri.

Oltre undicimila persone riunite in pochissimi giorni per condividere immagini rubate e perpetuare reati che vanno dalla diffusione illecita di contenuti sessualmente espliciti alla diffamazione, fino ai casi di estorsione con richieste di denaro avanzate alle vittime in cambio della cancellazione delle loro foto.

Perché su Telegram non si possono recuperare le foto

Come spiega l’avvocata Marisa Marraffino, esperta in diritti digitali, è una catena che ormai conosciamo: «Questi siti vengono sequestrati, ma si ripropongono sotto altre vesti. Magari oscurati per l’Italia ma visibili nel resto del mondo. I gestori salvano i contenuti per poi appunto riproporli su altre piattaforme. Il problema è che su Telegram, a causa delle chat crittografate, non si riesce a fare filtraggi preventivi. Essendo foto estorte senza il consenso, le vittime non ne sono in possesso quindi non si possono recuperare neanche tramite il codice hash, il sistema che si usa nei reati di revenge porn: una sorta di impronta digitale che aiuta la vittima a segnalare la foto.

Le piattaforme digitali (come Facebook o altri partner aderenti ai programmi di prevenzione) elaborano il file trasformandolo in un codice hash, una stringa numerica. In questo modo, il file originale viene reso irriconoscibile e viene distrutto, ma il sistema memorizza la sua impronta numerica. Grazie a questo codice, i filtri automatici della piattaforma possono riconoscere e bloccare sul nascere eventuali tentativi di caricamento o condivisione di quello stesso contenuto (anche se rinominato o modificato leggermente), senza mai dover visionare o archiviare l’immagine in chiaro. Su Telegram tutto ciò non è possibile».

I contenuti veicolati possono essere anche molto preoccupanti perché si può trattare di minori. «Mi auguro che chi si riconosce denunci, così la Procura può di nuovo sequestrare: i reati vanno da molestia ad atti persecutori, a trattamento illecito dei propri dati fino alla pornografia minorile e all’estorsione, quando viene chiesto un riscatto per rimuovere le foto. Se sono contenuti intimi si tratta di revenge porn e, se sono creati con l’AI, di deepfake: oggi infatti abbiamo il reato specifico.

Tutto questo però non è semplice perché su Telegram non si applica il Digital Service act, il regolamento dell’Unione europea sui servizi digitali che rende semplice agli utenti segnalare gli abusi e può costringere le piattaforme a rimuovere i contenuti».

Da un sito a un gruppo, e poi ancora all’infinito

Il caso della nuova versione del sito sessista dimostra che la chiusura di un singolo server non basta a sradicare la cultura del consenso negato. Finché la condivisione non autorizzata e la complicità silenziosa degli utenti continueranno a trovare riparo dietro lo schermo di uno smartphone, l’illegalità continuerà a rigenerarsi sotto nuovi nomi e su nuove applicazioni.