Lunedì 12 ottobre in una scuola di Aubagne, vicino a Marsiglia, un 14enne estrae il fucile da caccia che aveva nascosto in una custodia di chitarra e spara sul preside e un’insegnante ferendoli. Pochi giorni dopo, a Roma, viene presa la “banda della minicar”: un 16enne e un 17enne confessano di aver spintonato la gente dall’auto in corsa “per noia”, aggredendo più persone, tra cui l’attore Davide Iacopini ancora in ospedale, e poi chiedono scusa.

Lo scorso settembre, al “Giovanni Verga” di Roma, un tredicenne entra in classe con in testa un casco munito di telecamera, aggredisce la prof di italiano con tre coltellate al fianco e filma la scena per poi metterla in streaming. Qualche mese prima in una scuola vicino a Bergamo, un tredicenne in mimetica e maglietta con la scritta Vendetta trasmette l’azione su Telegram prima di ferire la propria insegnante di francese. E mentre andiamo in tipografia le agenzie battono l’ennesima notizia: un adolescente in prognosi riservata a Castel Volturno, ferito a coltellate da un compagno di scuola.

Sempre più armi nelle scuole

Sembrano cronache marziane, appartenenti a un mondo distopico e invece fanno parte del nostro quotidiano e risuonano nella nostra testa come bollettini di guerra, tanto che viene voglia di abbassare il volume fino a spegnerlo del tutto pur di non ascoltare altre tragedie in cui i protagonisti di gravi aggressioni sono ragazzini delle scuole medie o poco più. Spesso armati di coltelli, come rivela uno Studio Espad Italia (CNR-IFC) dell’anno scorso secondo cui il 3,5 per cento degli studenti delle superiori, cioè quasi 90.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni, ha dichiarato di aver portato o usato un’arma – prevalentemente coltelli o armi da taglio – per ottenere qualcosa o difendersi.

E anche se rispetto al picco di violenza minorile registrato nel 2025, la prima metà del 2026 mostra un’inversione di tendenza con un calo del 9,9% delle denunce a carico di under 18 (dal rapporto Indice di criminalità del Sole 24 Ore basato sui dati del Viminale), vorremmo comunque che questi fatti non accadessero, in primis, e poi che non ci riguardassero mai da molto vicino. Invece ecco che si verificano proprio nel giardino di casa nostra, nelle scuole e nelle nostre strade. E siamo proprio noi i protagonisti, tutti coinvolti nello stesso brutto film: la nostra comunità fatta di genitori, insegnanti, amici, figli, compagni di figli così disarmati da doversi armare. E allora siamo costretti a rimetterci in posizione di grounding, riaccendere il cervello, collegarlo con le emozioni e riprendere ad ascoltare.

Adolescenti a un bivio: vincenti o perdenti

Il primo suono che arriva è il grido muto ma lacerante che lanciano i giovanissimi, sì, anche attraverso gli atti di violenza, e che lo psicopedagogista Stefano Rossi nel suo nuovo libro Adolescenti esplosivi – Disinnesca lo scontro, ritrova tuo figlio (Feltrinelli) ci aiuta a “sentire” attraverso un’immagine, L’Urlo di Munch: «Il tema di fondo è l’angoscia» spiega. «Il soggetto del quadro si ritrova solo e disperato su un ponte affacciato su due abissi.

Da un lato, il nichilismo passivo: la perdita del significato, l’incapacità di dare senso alla propria esistenza, il vuoto esistenziale. Dall’altro, lo stesso vuoto riempito nella nostra società dal modello della competizione infernale che divide il mondo in winner e loser, vincenti e perdenti. Gli adolescenti vivono quindi schiacciati nella morsa tra un sé ideale ipertrofico —devo essere magro, devo essere bello, devo essere popolare — e il suo contraltare spietato: il sé fallito, sconfitto, mortificato. In lotta costante contro il fantasma del fallimento».

Il peso delle aspettative sociali

In questo scenario di altissima tensione emotiva, la scuola e le relazioni sociali non sono più palestre di crescita, ma arene di convalida o di distruzione del valore personale. Quando un ragazzo cova un debito scolastico non come un semplice inciampo didattico, ma come la condanna definitiva a essere un “perdente”, significa che abbiamo smesso di insegnare loro il valore prezioso e inalienabile dell’errore. È qui che l’adolescente sperimenta il vuoto della solitudine e l’impossibilità di reggere il peso di un’aspettativa sociale soverchiante, la rabbia implosa si fa esplosiva.

L’estetica della violenza

E il trofeo va mostrato a tutti: «Oggi» continua lo psicopedagogista «assistiamo a una sorta di estetica della violenza, cioè la violenza viene vista come qualcosa di sexy. Tramite i social – che non sono la causa, ma l’amplificatore di questi fenomeni – ciascuno è chiamato a postare, “narcisizzare”, esibire se stesso. Nella società del palcoscenico ogni io vuole farsi Dio. Così abbiamo l’angoscia di sparire espressa da Munch, il terrore di non essere visto, ma al contempo il desiderio di essere la stella più luminosa del cielo. E in alcuni casi la violenza, le challenge, le risse immortalate e ripostate diventano un modo per dare senso a una società che il senso l’ha effettivamente perduto».

Aggressività contro se stessi, il vero allarme

È stucchevole ripeterlo, ma pare proprio che la “colpa” non sia (solo) dei ragazzi. Infatti, tra scenari di guerre, genocidi, minacce ambientali, cattivi maestri e altri “illustri” esempi è difficile pensare che i più giovani restino immuni. Per difenderli e difendersi «innanzitutto andrebbero evitati gli allarmismi sociali» avverte Loredana Cirillo, psicoterapeuta all’Istituto Minotauro di Milano e autrice di Soffrire di adolescenza – Il dolore muto di una generazione (Cortina Editore). «È infatti vero che c’è un livello di sofferenza sul tema della rabbia e della violenza tra gli adolescenti, ma è più vero che non sono tutti possibili serial killer. E soprattutto che a essere in crescita esponenziale non è tanto la violenza estroflessa, quanto quella contro se stessi: autolesionismo, anoressia, minacce e tentativi di suicidio.

Come nell’urlo di munch questi giovanissimi lanciano un grido muto, incapaci di darsi un senso e schiacciati dal fantasma del fallimento

Il tradimento degli adulti

Piuttosto la domanda da porsi è: come ci siamo ritrovati noi adulti, genitori e insegnanti, a essere così attaccabili? La risposta per me va cercata nella disfunzionalità del modo attuale di essere adulti, che è un modo contraddittorio, incoerente: da una parte diciamo di voler ascoltare i ragazzi, di volere una scuola e una famiglia al servizio delle esigenze evolutive, ma poi tradiamo questo patto iniziale proprio nel momento in cui i ragazzi avrebbero più bisogno di noi, cioè nella fase in cui iniziano a cambiare pelle, quando non riusciamo più a viverli come i “nostri bambini” perché smettono di accontentarci.

Come li tradiamo? Diventando incoerenti: normativi, sebbene li abbiamo cresciuti al di fuori del valore della norma, severi e punitivi o mortificanti dopo anni di premi». E lasciamo i ragazzi lì sul trampolino di lancio, soli e senza parole, a farsi trascinare via dalla piena della loro naturale e sana rabbia adolescenziale che si trasforma in ira per mancanza di argini e linguaggi, sbigottiti loro stessi di scoprirsi bulli o anoressici o vandali o attori principali nel grande spettacolo della violenza.

Quando la trasgressione diventa patologica?

Sbigottiti, oltre che spaventati, anche noi genitori, insegnanti, caregiver che di fronte a certi fatti di violenza istintivamente guardiamo i ragazzi più vicini a noi per cercare segnali premonitori nei loro sguardi sfuggenti e ci chiediamo: quando la trasgressione diventa involutiva e patologica? «Un confine c’è ed è quando iniziamo a intravedere una passione per la distruttività» risponde Stefano Rossi. «Esempi concreti sono una sorta di fascinazione per le armi, per la violenza in genere, per ideologie estremiste radicali di qualunque tipo, per i movimenti d’odio e anche quando compare quella rabbia che invece di limitarsi allo scontro verbale diventa violenza vera come spintonare un genitore, picchiare un compagno, alzare le mani su un insegnante. Sono già tutti atti indicatori di una trasgressione che sta deragliando. La granata della violenza è in qualunque forma un indicatore».

Come disattivare la rabbia dei ragazzi

Eppure, quando un adolescente alza i decibel del proprio comportamento, anche espresso nelle forme più agghiaccianti riportate dalle cronache recenti, ancora una volta e sempre sta lanciando il suo grido di aiuto. Sembra assurdo tra una lite e l’altra: per il frigo vuoto, per lo smartphone sempre in mano, per quelle fughe di notte, per le assenze a scuola e i sette in condotta, per quei muri di silenzi impossibili da sgretolare, per la fatica sorda di alzarsi al mattino, per i soldi rubati dal portafoglio, per quei corpi sempre troppo grandi in cui della bambina o del bambino che conoscevamo sentiamo solo un’eco in fondo al pozzo.

Ma se accettiamo davvero la sfida di salire con loro su quel ponte per guardare insieme l’abisso, senza vertigini, se innanzitutto silenziamo i nostri di telefonini e spegniamo il suono facile da ascoltare dei luoghi comuni, se guardiamo bene attraverso quei corpi giganti, succede che invece forse li vediamo: vediamo le persone che ci sono nascoste dentro, a volte addirittura imprigionate, e che aspettano solo di ri-nascere, anche e di nuovo attraverso di noi.

Perché, conclude Rossi, «la rabbia dei ragazzi si disattiva solo se trova dall’altra parte un adulto che ha imparato l’arte della riparazione emotiva, cioè la capacità di scendere dal trono dopo il conflitto e toccare il cuore del figlio, riparandolo anche con parole che curano. Questo adulto magari non riuscirà a gestire in maniera impeccabile ogni scontro futuro, ma avrà il tocco di saperlo trasformare in un incontro». Vale la pena provare

Per favore non chiamateli maranza

Dopo il weekend di guerriglia a Milano che ha visto circa 2000 giovani, fra cui – si è appurato poi – molti minorenni radunatisi via TikTok, devastare vetrine e saccheggiare negozi, ci si interroga sul significato di questa new wave distruttiva. Ne abbiamo parlato con il sociologo dei processi culturali e docente all’Università di Verona, Riccardo Giumelli. «Il fenomeno, ben descritto già nel film di Kassovitz L’odio» esordisce «va considerato secondo il concetto di “deprivazione relativa”: vedo gli altri che hanno qualcosa più di me – oggetti, successo, ricchezza – io anche se me lo merito non ci arriverò mai poiché non c’è un’ascesa sociale, così me lo prendo con la forza. Da un lato c’è la conferma dell’idea “esisto”, perché vieni mediatizzato, fai notizia, dall’altra l’idea di riprendersi un mondo comunicato ma irraggiungibile: vestiti, scarpe, biciclette…».

Secondo il sociologo, «dietro non c’è politica, ci sono le regole del branco: desiderio di aggregazione, di appartenenza, di sfogare tutti insieme la rabbia». Rabbia alimentata poi “al momento” da dinamiche di emulazione non organizzata (spaccare vetrine) in cui le emozioni di strada azzerano ogni possibilità di dialogo. Etichette sbrigative come “maranza” risultano controproducenti, poiché non fanno che acuire il senso di emarginazione.

Di fronte a questo scenario, la scuola si ritrova in prima linea «con docenti chiamati a svolgere ruoli multipli – dallo psicologo all’assistente sociale – mentre i ragazzi trovano nei chatbot dell’AI un ascolto h24, che non ti tratta male, con cui puoi parlare di tutto e che diventa così ben più disponibile di un adulto». La risposta, conclude Giumelli, «richiede un’alleanza educativa di coerenza tra istituzioni, famiglia e scuola, per creare un habitus, un ambiente che ti permetta di vedere la devianza come fattore residuale e non come normalità, restituendo spazio mediatico e fiducia a una generazione che merita».