Mentre si attende il picco di influenza e le campagne vaccinali sono ormai in corso in tutte le Regioni, cresce la preoccupazione per il virus Shamonda. Dopo la prima vittima umana a Lione e le prime segnalazioni di casi negli animali in aziende agricole italiane, a Trento e Bolzano, nelle ultime ore si sono registrati casi di positività in altri allevamenti, in particolare nel Lazio, in Lombardia e in alcuni bufali in Campania. Immediate le indagini disposte dal Ministero della Salute. «Non abbiamo ancora dati sufficienti per valutare i reali rischi per l’uomo», spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, professore dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio.

Quei moscerini che trasmettono il virus

«Il virus Shamonda è un patogeno già conosciuto, che causa diarrea, debolezza e inappetenza, fino al decesso. Finora, però, aveva colpito soltanto gli animali, in particolare mammiferi come i bovini o gli equini», chiarisce Pregliasco. Il Ministero della Salute ha ora pubblicato una circolare che prevede un rafforzamento della sorveglianza, sia veterinaria che umana.

Sotto la lente ci sono i Culicoides, insetti ematofagi considerati i principali e potenziali vettori del virus, responsabili anche della diffusione di altri patogeni come quello della Bluetongue e del virus Schmallenberg. Sarebbe stato contagiato da questi moscerini anche il 60enne francese, che era già affetto da leucemia e in condizioni di grave immunodepressione.

Un virus conosciuto dal 1965

Il virus Shamonda non è una novità. Identificato per la prima volta nel 1965 in Nigeria, è stato successivamente individuato in altre zone dell’Africa, in Asia, soprattutto nell’area del Giappone, e in Australia. Solo negli ultimi due mesi, però, ha fatto la sua comparsa anche negli allevamenti bovini europei, con due varianti geneticamente distinte: SHAV-EU1 e SHAV-EU2. La prima è stata rilevata in Italia, Francia, Germania meridionale, Svizzera, Austria, Spagna e Portogallo; la seconda nella Germania nord-occidentale, nei Paesi Bassi e nella Francia nord-occidentale. Una distribuzione geografica che fa ipotizzare due diverse introduzioni del virus in Europa, avvenute in momenti differenti.

Latte di bufala: c’è un rischio?

A destare particolare preoccupazione, il ritrovamento del virus in alcuni campioni di latte e sangue di bufali allevati in Campania, che presentavano sintomi compatibili con la malattia. Il Ministero della Salute ha precisato che la presenza di RNA virale non significa necessariamente che il virus possa trasmettersi attraverso il latte o i prodotti lattiero-caseari. Allo stato attuale delle conoscenze, non ci sono prove di questa modalità di contagio. Intanto, il Centro di referenza nazionale per le malattie esotiche degli animali (Cesme) sta conducendo ulteriori indagini per verificare se il virus sia effettivamente infettivo e se possa rimanerlo anche dopo i processi di trasformazione del latte.

Sorveglianza rafforzata, ecco perché

Come accade per molti virus, anche per lo Shamonda si teme che, con il tempo, possa ampliare la propria diffusione e arrivare a infettare l’uomo, fino a diventare potenzialmente trasmissibile da persona a persona. Al momento, però, non esistono evidenze che questo possa accadere. Anzi, la sua individuazione testimonia l’efficacia del sistema di sorveglianza, rafforzato durante la pandemia di Covid-19, e i progressi compiuti nelle tecniche di biologia molecolare. «Normalmente le analisi sono mirate alla ricerca di un virus specifico. In questo caso, invece, i ricercatori hanno individuato lo Shamonda attraverso la spettrometria di massa, una tecnica che permette di identificare possibili agenti virali e batterici», spiega Pregliasco.

Il caso di Lione e i dubbi da chiarire

La preoccupazione principale riguarda il possibile contagio umano. «Sappiamo ancora troppo poco sulle cause della morte della persona deceduta in Francia, se non che era già immunodepressa», chiarisce il virologo. «A provocare il decesso potrebbero essere state complicazioni neurologiche, finora non riscontrate negli animali. In questi ultimi, infatti, la malattia si manifesta soprattutto con febbre, diarrea, perdita di appetito e calo della produzione di latte». Quando compaiono questi sintomi, intervengono i servizi veterinari, che avviano gli accertamenti in collaborazione con gli Istituti zooprofilattici sperimentali, seguendo le indicazioni tecniche del Cesme.