L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma non riesce più a garantire un lavoro dignitoso a tutti. I cosiddetti working poors, i “lavoratori poveri”, cioè coloro che sono a rischio povertà nonostante abbiano un impiego, rappresentano circa l’11-12% degli occupati (dati Eurostat).
Chi sono i nuovi “working poor” in Italia
Il fenomeno riguarda chi ha un reddito pari o inferiore a 12.000 euro annui. La Regione più colpita è il Veneto, ma la situazione è critica dovunque. Lo evidenzia anche Operazione Pane, la Campagna di Antoniano che sostiene le mense francescane in tutta Italia: nel 2025 sono aumentate del 14% rispetto all’anno precedente le persone che hanno chiesto aiuto, con un incremento dei giovani tra i 18 e i 30 anni (+1%) e degli over 60 (+8%). E i cittadini italiani sono il 20%. «Una volta il fenomeno del lavoro povero era marginale o riguardava categorie specifiche di lavoratori precari, part-time, giovani che svolgevano attività di lavoro e studio insieme. Adesso, invece, coinvolge anche chi ha un impiego stabile» spiega il giuslavorista Adalberto Perulli, ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tradotto: a rischio sono anche «coloro che, pur svolgendo un lavoro fisso e a tempo pieno, non raggiungono l’autonomia economica rispetto ai bisogni primari».
I settori più colpiti: dalla creatività alla logistica
La situazione è diventata critica per molti. A cominciare dai giovani che si spostano nelle grandi città per inseguire i loro sogni professionali. Nicola Palmarini, direttore dello UK’s National Innovation centre for ageing, in un post su LinkedIn punta l’occhio su Milano, «dove per vivere dignitosamente servono 2.000-2.400 euro al mese, mentre i giovani graphic designer, i curatori delle gallerie sui Navigli, i fashion assistant degli showroom a Brera ne guadagnano di solito tra i 900 e i 1.200, per non parlare di chi è in internship (di solito senza retribuzione, ndr), il segreto inconfessabile dell’economia della creatività milanese». Ma il problema è ben più ampio. «Una fascia crescente della popolazione e di persone di ogni età ha salari al limite della povertà» dice Perulli. «I settori più colpiti? L’agricolo, di cui si parla poco. E, poi, la logistica e i servizi».
La giungla dei contratti pirata e il dumping contrattuale
«Tempo fa la magistratura fu costretta a intervenire in merito al contratto collettivo delle guardie non armate che fanno portineria, guardiania, controllo accessi: prevedeva retribuzioni di 4,60 euro l’ora, cioè sotto la soglia di povertà» aggiunge il giurista. In quel caso la Cassazione stabilì che i minimi contrattuali non rispettavano l’articolo 36 della Costituzione, che dice:
La retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, ed essere sufficiente a garantire al lavoratore e alla sua famiglia una vita libera e dignitosa
Insiste Perulli: «Non stiamo parlando del lavoratore in nero e senza tutele. In casi come questo il datore di lavoro applica contratti collettivi di lavoro firmati anche dai sindacati». Uno dei problemi è proprio il cosiddetto dumping contrattuale. «Si sottoscrivono contratti di categoria sempre meno tutelanti che riducono anche i salari: i contratti cosiddetti “pirata”, accettati da sigle sindacali poco rappresentative, sono regolari ma con minimi troppo bassi, sotto la soglia di dignità». Un quadro confermato anche dalle analisi di Adecco: in Italia i contratti collettivi censiti sono oltre 900, e questa frammentazione ha contribuito a un abbassamento diffuso delle condizioni di lavoro.
Salario minimo e soluzioni: il modello europeo
Il provvedimento più urgente, secondo Perulli (e non solo), sarebbe una legge sul salario minimo. «Non tanto come soglia rigida calata dall’alto» precisa «quanto come meccanismo capace di tenere insieme stipendi, costo della vita e inflazione, come già avveniva in passato con la cosiddetta “scala mobile” (la rivalutazione automatica delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, introdotta in Italia nel 1945 e abolita nel 1992, ndr) e come avviene nella maggior parte dei Paesi europei». A oggi, nell’Ue, 22 Stati membri su 27 hanno salari minimi, che vanno dai 2.161 euro al mese in Germania ai 551 della Bulgaria. «Ma esistono anche strumenti e forme di integrazione dei redditi più bassi» sottolinea Perulli. «In Francia si è intervenuti per integrare i salari poveri, finanziando il sistema attraverso la fiscalità sulle imprese. Un modello che mostra come il problema possa essere affrontato non solo sul lato dei compensi e dei contratti, ma anche con politiche pubbliche mirate».
Il lavoro povero riguarda la tenuta stessa del Paese. «Intervenire è costoso? Certo che lo è. Ma è un’esigenza base della democrazia. Se lo Stato non trova le risorse per garantire dignità al lavoro, perde credibilità». E le conseguenze le stiamo già subendo. Non solo ci sono sempre più persone che faticano ad arrivare a fine mese e riducono progressivamente i loro consumi (vedi le storie qui sotto), ma è «anche in corso un’emorragia continua di giovani italiani verso l’estero, cioè di ragazzi che formiamo con enormi costi sociali che poi vanno a lavorare altrove, pagando lì tasse e contributi. È una vera follia».
Storie di ordinaria sopravvivenza: le testimonianze
Sara, 31 anni, cassiera
Ho soldi per il cibo e l’affitto. Al resto rinuncio, visite mediche comprese
«Lavoro full time in un supermercato, anzi “molto” full time: circa 50 ore alla settimana, a volte anche 14 ore al giorno per 6 giorni su 7. Vivo in affitto da sola a Bologna, con un cane. E spesso non arrivo a fine mese, a volte neanche a metà. Certo, il cibo per ora non manca, un tetto c’è. Ma tutto il resto no: non esco quasi mai fuori a cena, non compro vestiti, non vado dal parrucchiere, non faccio vacanze. Anche un concerto è un lusso raro. Le visite mediche saltano, il veterinario per il cane spesso è impossibile. I soldi bastano solo per pagare l’affitto, le bollette e la spesa. Questa per me non è vita, diciamo che si sopravvive. E la fatica pesa ancora di più se si è soli: con poco più di 1.000 euro al mese, soprattutto in una città come Bologna, non ci fai davvero niente. È avvilente».
Salvatore, 49 anni, magazziniere
Non posso permettermi di fare dei regali a mia figlia
«Prima lavoravo anche 14 ore al giorno con una mia attività, poi ho avuto un burnout e la diagnosi di disturbo bipolare. Mi sono trasferito in Veneto con la mia ex e nostra figlia e ho iniziato a cercare un posto: oggi sono operaio magazziniere con un contratto a tempo indeterminato. Lo stipendio è di circa 1.450 euro. Di questi, 500 vanno via per una stanza in affitto, 300 per il mantenimento di mia figlia e oltre 200 per la benzina, perché vivo lontano da lei. Aggiungendo farmaci e spese fisse, arrivo a più di 1.100. A fine mese mi restano meno di 300 euro, che diventano circa 100 con le spese quotidiane. Faccio la spesa con 20 euro a settimana, rinuncio a tutto, ma non a regalare piccole esperienze a mia figlia: libri, cinema, cose così. Ed è questo che mi pesa di più: vorrei poterle dire sì senza pensarci, almeno ogni tanto, invece mi tocca sempre contare, scegliere, rinunciare. I sostegni fiscali arrivano a chi è in condizioni di povertà estrema, mentre chi sta appena sopra quella soglia si trova in una terra di mezzo molto fragile. Senza il Servizio sanitario nazionale non potrei curarmi. Fa rabbia, perché chi lavora tanto non dovrebbe essere ridotto a vivere in questo modo».
Stéphane, 57 anni, stylist
Lavoro tra lusso e bellezza, ma vivo tagliando le spese
«Sono arrivato in Italia dalla Francia per amore più di 30 anni fa. Dopo Roma, dove ho vissuto i miei anni più felici, Milano è diventata casa e lavoro: ho iniziato come assistente stylist, poi mi sono messo in proprio. Dopo 25 anni presso una casa editrice italiana, 17 dei quali con un contratto, oggi lavoro su chiamata, per fortuna con una certa continuità, ma senza un “vero” reddito mensile. Abito da solo in una casa popolare a Corvetto, un quartiere difficile ma vivo, dove cerco ogni giorno un equilibrio possibile. Non ho l’auto, mi muovo in bici e con i mezzi, faccio la spesa al mercato per evitare sprechi. Il paradosso è lavorare nella moda, tra lusso e bellezza, e vivere in modo essenziale: a volte è frustrante, ma cerco di ricordarmi che è già un privilegio fare un lavoro che amo. La rinuncia più grande non è materiale: è l’incertezza, non riuscire a immaginare il futuro. Eppure continuo a sognare una vita diversa, più semplice, magari lontano dalla città, tra natura e silenzio».