Quando entra in una stanza, nessuno pensa che sarà lei a smascherare l’assassino. Elsbeth Tascioni parla con entusiasmo, si perde in dettagli apparentemente irrilevanti, indossa abiti colorati e ha modi che sembrano quasi ingenui. È proprio questo il suo punto di forza.
Domenica 28 giugno Rai 2 propone gli episodi Il bunker e Dieci piccole suore che fanno parte della terza stagione della serie, seguiti dalla replica di Sì, Chef! della seconda. Un’occasione per ritrovare uno dei personaggi più originali della televisione americana, nato nell’universo di The Good Wife e diventato protagonista di una serie tutta sua grazie al talento di Carrie Preston.
La detective che nessuno prende sul serio
Elsbeth non è un’investigatrice tradizionale. In realtà è un’avvocata che, trasferitasi da Chicago a New York, collabora con il dipartimento di polizia mettendo al servizio delle indagini il suo sguardo fuori dagli schemi.
La serie riprende il modello narrativo di Colombo: spesso lo spettatore conosce già il colpevole e il vero interesse diventa osservare come la protagonista riuscirà a incastrarlo.
La differenza rispetto ai detective più celebri è evidente. Elsbeth non intimidisce i sospettati, non alza la voce e non costruisce trappole spettacolari. Li lascia parlare. Ascolta con attenzione. Fa domande che sembrano casuali e, proprio mentre tutti la sottovalutano, coglie quella piccola incongruenza che nessun altro aveva notato.
La sua eccentricità diventa una forma di invisibilità. Chi ha qualcosa da nascondere tende a considerarla innocua e abbassa la guardia. È in quel momento che Elsbeth vede ciò che sfugge agli altri.
L’intelligenza emotiva è il suo vero superpotere
Se dovessimo descrivere la protagonista dello spin-off di The Good Wife con un concetto della psicologia contemporanea, probabilmente sarebbe quello di intelligenza emotiva.
L’espressione è stata resa popolare dallo psicologo Daniel Goleman e indica la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri. Non significa essere semplicemente sensibili o gentili. Vuol dire saper leggere il linguaggio del corpo, cogliere le emozioni nascoste dietro un’espressione, intuire quando una persona sta mentendo o quando sta cercando di controllare ciò che prova.
È esattamente ciò che fa Elsbeth. Mentre gli altri investigatori cercano impronte, moventi e alibi, lei osserva un’esitazione, un sorriso fuori posto, una frase pronunciata con troppa sicurezza. Non si limita a raccogliere prove: comprende le persone.
La sua curiosità non nasce dal sospetto, ma dal desiderio sincero di capire chi ha davanti. È questo approccio che rende il personaggio così diverso dai detective televisivi più cinici e tormentati.
La gentilezza come metodo investigativo
La gentilezza di Elsbeth non appare alla fine come una debolezza, ma come qualcosa di molto efficace: del resto, studi scientifici recenti hanno dimostrato che vivere e lavorare in modo gentile ha un impatto positivo sullo stesso PIL di un Paese.
Elsbeth sorride, ringrazia, si interessa davvero agli altri. Potrebbe sembrare un atteggiamento ingenuo, invece è una precisa strategia investigativa. Le persone si rilassano in sua presenza. Parlano più del necessario. Correggono da sole le proprie bugie. Rivelano dettagli che, sotto interrogatorio, avrebbero nascosto.
Anche Carrie Preston ha spiegato in diverse interviste che il fascino del personaggio sta proprio nella sua capacità di affrontare il mondo con curiosità, ottimismo e apertura, qualità che finiscono per diventare la chiave di ogni indagine.
È una lezione interessante anche fuori dalla fiction. In un’epoca in cui siamo abituati ad associare l’efficacia all’aggressività, Elsbeth suggerisce il contrario: ascoltare con attenzione può essere molto più potente che imporsi.