C’è chi parte, chi resta, chi torna. Nella Torino che si prepara al Natale con cui si apre Giorni Futuri di Gabriella Dal Lago, tutte le vite possibili si incontrano per le feste. È quello che succede nelle cittadine, quando per il tempo di un brindisi ci si ritrova riuniti con i compagni delle medie, del liceo, e si finisce per tornare per un attimo ai ruoli di allora. Così Irene, Phd in arrivo da New York, si sente di nuovo la secchiona del liceo, quella che alle feste stava in disparte. Soprattutto ora che non c’è Otti, l’amica di una vita, il suo Sole: è rimasta a Rotterdam, e non le risponde più ai messaggi. Pietro invece si ferma per un po’, il tempo di rivestire i panni dell’affascinante rappresentante d’Istituto, poi tornerà ad Amsterdam.
Le loro voci si intrecciano in un racconto di amore, amicizia, perdita. E offrono un ritratto dei trentenni di oggi che non fa sconti, non romanticizza: la penna di Gabriella Dal Lago, già autrice del saggio Le più brave e del romanzo Estate Caldissima, è il megafono di una generazione. E nei suoi eterni adolescenti, spaesati in un mondo sul quale hanno ricevuto le istruzioni sbagliate, ci rivediamo tutti. Come nella sua Torino, capitale della nostalgia, che pagina dopo pagina diventa la metafora di una generazione che non trova il suo posto nel mondo.
Giorni Futuri, il romanzo che ha conquistato tutti
Giorni Futuri è stato subito acclamato dalla critica: come stai vivendo i feedback?
«Sono un po’ overwhelmed! È molto bello, ovviamente, soprattutto perché è un progetto a cui ho lavorato per tanti anni da sola e che avevano letto pochissime persone. Il momento in cui si manda nel mondo una cosa su cui hai lavorato in solitaria per tanto tempo è sempre un po’ stordente. Però è emozionante, molto bello».
E quindi partiamo dall’inizio: com’è nata l’idea di questo romanzo?
«Mi sono resa conto a un certo punto della mia vita che avevo scritto un sacco di racconti in cui c’erano persone che erano state amiche e, per varie ragioni, non lo erano più. Spesso scrivo racconti per mettermi alla prova, come un esercizio, ad esempio per provare una voce o una gestione del tempo. Avevo questa costellazione di racconti con questa dinamica al centro e soprattutto, avevo in mente una scena: due personaggi che vanno alla festa del liceo, e la protagonista – Irene – che ha un momento di realizzazione rispetto alla complessità dei sentimenti che stanno dentro la parola “amicizia” insieme a Ottavia. Quel mix di invidia, gelosia, amore, attrazione. Non volevo assolutamente scrivere un romanzo di adolescenti, quindi ho lasciato la scena lì, a sobbollire. Poi a un certo punto ho pensato alla festa come scena iniziale di qualcosa di più grande, e ho capito che la protagonista poteva avere un ricordo del liceo. Ho cucito allora tutto insieme e ho iniziato a scrivere».
Raccontare l’amicizia tra donne oggi
Mi sembra che i racconti di amiche, soprattutto quelle con rapporti che iniziano come simbiotici e poi si separano, siano molto popolari ultimamente in letteratura. Sei felice che stiano venendo riscoperti?
«Sì, mi sembra che, dopo aver fatto il lavoro di decostruzione dell’amore romantico, stiamo lavorando sulla stessa cosa anche per quanto riguarda l’amicizia in ottica di genere femminile. Proviamo a mettere in discussione, a livello narrativo, alcune promesse fondanti della vera amicizia che a un certo punto si sono rivelate delle trappole. L’idea dell’immutabilità, per esempio: quella promessa fatta all’inizio del rapporto, che non deve mai rinnovarsi o modificarsi. Stiamo ripensando al modo in cui viviamo tutte le relazioni, comprese le relazioni di amore amicale che alla fine sono un altro tipo di amore».
Senti che anche il tuo libro si inserisce in un filone?
«Mi inserisce in un discorso. Non ho scritto il libro pensando “Che tema ghiotto!”, ma ho dato voce a un pensiero che risuonava in me. Ho anche letto tanti articoli al riguardo. Su come nel passaggio tra i 20 e i 30 anni, si riorganizza l’amicizia dopo che perde la centralità acquisita nelle strutture sociali fisse (come scuola o università), o come si fa a portare avanti quell’amicizia mettendola al centro, senza relegarla a momenti residuali. Sono stati anni in cui ho tenuto le antenne dritte sul discorso nazionale e internazionale, osservando come ci stiamo raccontando. Visto che oggi l’amicizia ha una gerarchia diversa nelle nostre vite, perché la società sta cambiando. Viviamo una vita molto diversa da quella dei nostri genitori, e pensare che il centro della nostra socialità sia solo la coppia romantica è molto difficile».
Irene e Ottavia, tra amore e amicizia, passato e futuro
Proprio sul tema dell’amore, mi sembra che tu abbia fatto un passo in più rispetto ad altri romanzi. C’è come un’insinuazione, in Giorni Futuri, sulla linea sottile tra amicizia e amore. Come l’hai vissuta e come la volevi raccontare?
«Me ne sono accorta mentre scrivevo: questa relazione all’inizio aveva tutti gli stilemi negativi della coppia romantica eteronormata e monogama. Si basava su un’esclusività, su una promessa e sulla certezza che quella promessa non sarebbe stata infranta (“Ci siamo scelte perché siamo uguali, questa cosa non cambierà mai e saremo fedeli per sempre”). Irene e Ottavia si innamorano all’inizio, condividendo insidie simili a quelle delle prime cotte. Mentre ci lavoravo, cercavo di decostruire una certa idea di innamoramento istantaneo, elettivo e inscalfibile, che invece è una cosa che ha bisogno di pratica, come dice una bellissima canzone bellissima di Giorgio Poi».
Tu hai avuto un’amicizia così?
«In realtà no, e forse per questo è stato più facile scriverne. Non ho avuto un’amicizia così elettiva ed esclusiva. Nel libro queste due persone sono figlie uniche, io invece ho una sorella, quindi forse sarebbe stato uno strano triangolo. Poter osservare là fuori una situazione che non è la mia mi ha permesso di avere una certa lucidità».
Se Irene e Ottavia sono ritratti generazionali
I due personaggi sembrano anche molto archetipici. In Irene c’è un po’ di quelle “prime della classe” di cui hai parlato anche in un saggio.
«Sì, Irene e Ottavia hanno delle caratteristiche che a livello narrativo sono degli archetipi, ma il fatto che diventino tali è in qualche modo guidato dall’interno dai personaggi stessi. È Irene a dire “io sono la Luna, lei è il Sole”. Lei è una persona abituata ad autonarrarsi e questa costruzione archetipica è una cosa in cui si infila da sola. Però le sfugge di mano, perché Ottavia non sta dentro questa classificazione: se Ottavia in teoria è il Sole, allora perché poi fa cose che nella sua testa non sono da Sole, ma da un’altra stella che non conosce? Questo la manda in tilt!»
Spostandoci sulla dimensione generazionale, Giorni Futuri è già stato definito «il grande romanzo millennial». Hai sentito il bisogno di raccontare i 30 anni di oggi o ti è venuto naturale?
«Io ho 34 anni, sarebbe stato molto difficile scrivere un romanzo su una coppia di cinquantenni. Non è stata una scelta a tavolino, ma piuttosto l’idea di scrivere fiction per aiutare in primis me stessa a capire le cose che vedo. Mi sento più titolata a parlare di persone che hanno 30 anni. La definizione di “grande romanzo millennial” la trovo tenera. La cosa interessante è pensare che questi temi sono nell’aria, ci interessano: io ho messo il mio punto sulla mappa, spero che qualcun altro contribuirà col suo, per avere un quadro sempre più completo».
Expat, eterni liceali, provinciali nostalgici: il ritratto dei 30enni in Giorni Futuri
È molto interessante anche il racconto che fai degli italiani all’estero. Anche questa l’hai osservata da fuori o l’hai vissuta?
«Io sono stata un po’ la Camilla del romanzo, quella che non se n’è mai andata. Ogni tanto alle presentazioni mi dicono: “Hai capito veramente le cose che viviamo”, e io penso: “Sono una frode!”. Ho vissuto la prospettiva di chi è stato fermo: sono nata e cresciuta a Torino, sono nata e cresciuta in una zona post-industriale (i paesaggi che descrive Ottavia nel libro, per intenderci). Il periodo di Natale è stato un po’ un innesco narrativo: per 10 giorni a Natale, lo vedo ogni anno, c’è come un “cambio turno” di chi vive fuori e ritorna. Torino diventa la Torino del 2009, quella dei tempi del Liceo, ed è strano».
Forse non superiamo mai davvero il Liceo.
«Mi sembra sia stato l’ultimo momento in cui le cose erano definite, sia nel bene che nel male. Il tema di molti personaggi, come Pietro e Ottavia, è scendere a patti con come ci vede la società: è brutto tornare a casa e, dove prima eri il fico della scuola, e sentirti irrisolto. Ti viene da rifare le mosse di quando avevi 18 anni, sperando che nessuno capisca che quello era l’apice della tua vita. È anche molto comodo avere un ruolo fisso quando, oggi, a 28-35 anni, il mercato del lavoro è precario. Il posto in cui vivi o le relazioni cambiano in continuazione. Puoi provare a identificarti con il lavoro che fai, ma è difficile dire “Ah, è tornato il chirurgo”».
Un grande romanzo torinese
Anche la Torino che racconti è un personaggio strano. Per un romanzo non è una città facile da raccontare.
«Mi sono resa conto che le mie storie sono sempre state ambientate a Torino, ma in modo meno esplicito. Conosco bene questo posto ed è narrativamente interessante, me ne sono accorta confrontandomi con amici di altre città. Volevo fare un romanzo super torinese: è una città con ritmi provinciali in cui c’è poco lavoro, in cui la gente viene per l’Università ma poi va via. Per un periodo sembrava che sarebbe diventata il posto più figo del mondo, ma questa cosa non è mai successa. Io sono cresciuta in quella nostalgia, capisco la malinconia di una grande città industriale che non si è trasformata, è rimasta post-industriale».
I trentenni di oggi
Come sono i trentenni oggi secondo te?
«In realtà ci tengo a specificare che parlo di una fetta specifica, la medio-borghesia che ha fatto l’Università. Il tema interessante è che sono persone cresciute da adulti che hanno dato loro un sacco di strumenti per la vita, istituzioni, scuole… Per poi rendersi conto che quegli strumenti non servivano a niente. È una generazione che cerca di disimparare ciò che aveva imparato per rifarlo da capo. Capire che il modo in cui avevi impostato l’idea di carriera e relazioni è invecchiato velocissimamente è una sfida interessante, ma anche molto difficile da affrontare a 25-30 anni».