Una donna che decide di concedersi una seconda possibilità. Un uomo che ha imparato a convivere con la solitudine. E una sola notte capace di cambiare tutto. Il mio giardino persiano, in prima visione venerdì 3 luglio alle 21.15 su Rai 3, è uno di quei film che parlano sottovoce, ma lasciano il segno. Molti spettatori potrebbero chiedersi se la vicenda sia realmente accaduta.

La risposta è «no», non è tratto da una storia vera. Eppure la realtà attraversa ogni scena. La storia immaginata dai registi iraniani Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha nasce infatti da un contesto sociale e politico autentico, quello dell’Iran di oggi, dove anche i gesti più semplici possono trasformarsi in piccoli atti di libertà.

Il mio giardino persiano è tratto da una storia vera?

Il mio giardino persiano racconta una vicenda di finzione, ma costruita su una realtà che i due registi conoscono profondamente. Mahin e Faramarz non sono persone realmente esistite, tuttavia rappresentano migliaia di uomini e donne che vivono nell’Iran contemporaneo, alle prese con una quotidianità segnata da regole rigide e limitazioni della libertà personale.

Il film evita il racconto apertamente politico. Preferisce mostrare come il controllo del regime entri nella vita di tutti i giorni, nei rapporti umani, nella possibilità di amare, ballare, bere un bicchiere di vino o semplicemente scegliere come vivere la propria vecchiaia. È proprio questa dimensione intima a rendere la storia così credibile e universale.

Girato poco prima dell’esplosione delle grandi proteste per i diritti delle donne in Iran, il film assume oggi un significato ancora più forte, pur senza rinunciare alla delicatezza della commedia sentimentale.

La trama del film in onda su Rai 3

Mahin ha settant’anni ed è vedova da molto tempo. Vive sola nella sua casa di Teheran dopo che la figlia si è trasferita all’estero. Le giornate scorrono tutte uguali, finché un pranzo con le amiche le fa nascere una domanda semplice quanto rivoluzionaria: è davvero troppo tardi per innamorarsi ancora?

Spinta dal desiderio di rompere la solitudine, Mahin avvicina Faramarz, un anziano tassista rimasto solo come lei. L’uomo accetta il suo invito a cena e quella che sembra una serata qualunque si trasforma in un incontro fatto di confidenze, sorrisi, musica e ricordi.

Tra le mura della casa e nel piccolo giardino che dà il titolo al film, i due protagonisti riscoprono il piacere della compagnia reciproca e il diritto alla felicità. Ma, sullo sfondo, resta sempre presente il peso di un sistema che controlla comportamenti e relazioni, soprattutto quando a cercare la libertà sono le donne.

Chi sono Mahin e Faramarz

Il cuore del film è tutto nei suoi protagonisti. Mahin non è un’eroina nel senso tradizionale del termine. È una donna comune che, dopo anni trascorsi a mettere da parte i propri desideri, decide di ascoltarli ancora una volta.

Faramarz è un tassista anziano, divorziato, con un passato da soldato. Anche lui porta addosso il peso della solitudine, ma conserva una gentilezza che rende naturale l’incontro con Mahin.

La loro relazione nasce senza grandi dichiarazioni. Sono i piccoli gesti a raccontare l’intimità ritrovata: una cena preparata con cura, un bicchiere di vino proibito, una danza improvvisata, una conversazione che restituisce dignità a due vite rimaste troppo a lungo sospese.

È proprio questa semplicità a trasformare il film in una riflessione sul desiderio, sull’invecchiamento e sul bisogno universale di sentirsi ancora vivi.

Il cast e i registi

A interpretare Mahin è Lili Farhadpour, giornalista, scrittrice e attrice iraniana, che offre una prova intensa e misurata. Al suo fianco c’è Esmail Mehrabi, nei panni di Faramarz, capace di restituire con grande naturalezza la timidezza e la dolcezza del personaggio.

La regia è firmata da Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, coppia artistica già apprezzata per La ballata della mucca bianca. Anche in questo nuovo lavoro scelgono di raccontare la società iraniana attraverso le storie private delle persone comuni, lasciando che siano i dettagli della vita quotidiana a parlare di libertà, diritti e dignità.

Le curiosità: il successo alla Berlinale e i passaporti sequestrati

Il mio giardino persiano è stato presentato in concorso al Festival di Berlino 2024, dove ha conquistato il Premio della Giuria Ecumenica e il Premio FIPRESCI, assegnato dalla Federazione internazionale della stampa cinematografica.

I due registi, però, non hanno potuto partecipare alla presentazione del film. Le autorità iraniane avevano infatti sequestrato i loro passaporti, impedendo loro di lasciare il Paese. Un episodio che ha attirato l’attenzione internazionale e che ha finito per rendere ancora più significativo il messaggio del film.

Anche la lavorazione è stata complessa. Alcune scene sono state girate in condizioni di particolare riservatezza, proprio per evitare problemi con le autorità. Una circostanza che rende ancora più evidente quanto la libertà raccontata sullo schermo sia strettamente legata alla realtà vissuta dai suoi autori.

Un «piccolo» film che parla a tutti

Pur raccontando una storia ambientata a Teheran, Il mio giardino persiano supera i confini geografici. Parla dell’amore che arriva quando non lo si aspetta più, della possibilità di ricominciare e del bisogno, che non ha età, di sentirsi ascoltati e accolti.

È questo equilibrio tra sentimento e denuncia civile a renderlo uno dei film più delicati e intensi degli ultimi anni. Una storia inventata, ma capace di raccontare una verità profonda sulla libertà, sul desiderio e sul coraggio di vivere secondo i propri sentimenti.