Venerdì 3 luglio 2026, alle 21.15, LA7 trasmette Le fate ignoranti, uno dei film più amati di Ferzan Özpetek. Uscito nelle sale nel 2001, il lungometraggio rappresenta ancora oggi una delle opere che hanno contribuito a rinnovare il cinema italiano, affrontando con grande delicatezza il tema dell’omosessualità.
La protagonista è Antonia (Margherita Buy), una dottoressa specializzata nella cura delle persone con Hiv. La sua vita cambia all’improvviso quando il marito Massimo (Andrea Renzi) muore in un incidente. Poco dopo scopre che l’uomo aveva una relazione con Michele (Stefano Accorsi).
È l’inizio di un percorso che porta Antonia a entrare nella vita di Michele e dei suoi amici, una comunità affiatata che vive come una grande famiglia. Frequentandoli, scopre una realtà molto diversa da quella che aveva sempre conosciuto e mette in discussione molte delle sue certezze sui rapporti umani, sull’amore e sulla famiglia.
Quando il film uscì fece discutere
Rivedere Le fate ignoranti oggi significa ricordare quanto fosse innovativo nel 2001. Il film arrivò nelle sale in un momento in cui il cinema italiano affrontava raramente temi come l’omosessualità, la bisessualità, l’Hiv, il lutto e le famiglie non tradizionali senza trasformarli in casi eccezionali o in storie di emarginazione.
Il film suscitò un acceso dibattito proprio perché mostrava una comunità LGBTQ+ nella sua quotidianità, fatta di amicizie, pranzi condivisi, amori, gelosie, conflitti e solidarietà. Özpetek evitava di costruire personaggi simbolici o stereotipati. Preferiva raccontare persone con le loro fragilità e i loro affetti, invitando lo spettatore a entrare in quella casa senza giudizi.
Anche la presenza dell’Hiv nella storia aveva un valore importante. Negli anni Novanta e nei primi Duemila la malattia era ancora fortemente accompagnata da stigma e pregiudizi. Nel film non diventa mai uno strumento per suscitare compassione, ma parte della vita dei personaggi, trattata con rispetto e umanità.
Dal coming out ai racconti della quotidianità: come il cinema LGBTQ+ è cambiato in questi 25 anni
Quando Le fate ignoranti arrivò nelle sale, parlare apertamente di una relazione tra due uomini in un film destinato al grande pubblico era ancora una scelta destinata a dividere. Negli stessi anni anche il cinema internazionale affrontava questi temi con opere che sarebbero diventate fondamentali.
Gus Van Sant aveva già raccontato l’amore tra due ragazzi in My Own Private Idaho (1991), mentre Neil Jordan con The Crying Game (1992) aveva affrontato identità di genere, desiderio e pregiudizi in un thriller che fece discutere il pubblico e la critica.
Negli anni successivi il racconto è cambiato profondamente. Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee ha mostrato l’amore impossibile tra due cowboy nell’America rurale, trasformando una storia omosessuale in un grande melodramma universale. Milk (2008), ancora diretto da Gus Van Sant, ha riportato sullo schermo la figura dell’attivista Harvey Milk, raccontando la battaglia per i diritti civili della comunità gay.
Il decennio successivo ha segnato un’altra svolta. Carol (2015) di Todd Haynes ha raccontato una relazione tra due donne con grande eleganza, mentre Moonlight (2016), premiato con l’Oscar come miglior film, ha intrecciato identità sessuale, crescita personale e discriminazione razziale senza mai ridurre il protagonista alla sua omosessualità. Poco dopo Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino ha conquistato il pubblico internazionale con una storia d’amore intensa e delicata, raccontata prima di tutto come il ricordo universale di un primo amore.
Negli ultimi anni il panorama si è ampliato ulteriormente. Film come The Danish Girl (2015) hanno portato sul grande schermo il percorso di affermazione di genere ispirandosi alla storia della pittrice Lili Elbe, mentre opere più recenti come All of Us Strangers (2023) di Andrew Haigh o Passages (2023) di Ira Sachs raccontano personaggi LGBTQ+ alle prese con relazioni sentimentali, crisi di coppia, famiglia e desiderio. La loro identità non è più l’unico elemento della narrazione, ma una delle tante sfaccettature della loro vita.
È probabilmente questa la trasformazione più significativa degli ultimi venticinque anni. Se all’inizio degli anni Duemila il cinema sentiva ancora il bisogno di spiegare o giustificare certi personaggi, oggi molte storie li raccontano semplicemente come persone, con i loro dubbi, i loro errori, le loro gioie e le loro fragilità.
È cambiata la società, e con lei anche il cinema
Naturalmente il cinema non cambia da solo. Cambia perché cambia la società che lo produce e il pubblico che lo guarda. Molti Paesi hanno fatto dell’inclusività una bandiera e anche in Italia alcune realtà stanno compiendo passi in avanti per combattere l’omotransfobia e anche il tema dell’adozione per le coppie omosessuali non è più un tabù.
Negli ultimi venticinque anni il dibattito pubblico sui diritti delle persone LGBTQ+, sul linguaggio inclusivo e sul riconoscimento delle diverse forme di famiglia è diventato molto più presente. Il percorso è ancora aperto e non privo di contraddizioni, ma oggi molte storie possono essere raccontate con maggiore naturalezza rispetto al passato.
Guardando oggi Le fate ignoranti, ciò che allora appariva provocatorio sembra soprattutto profondamente umano. Il film non chiedeva allo spettatore di condividere una tesi, ma di conoscere delle persone. Ed è forse proprio questa la sua eredità più importante.