La Mostra del Cinema di Venezia è notoriamente l’occasione giusta per osare, lo sanno bene i Maestri della Settima Arte che ogni anno rendono il Lido un place to be per la settimana santa del grande cinema. É qui che si sono sfidate tutte le regole legate al costume, alle tecniche, alle narrazioni: a Venezia c’è (e ci sarà sempre) posto per sguardi nuovi, prospettive ribelli e trasgressione, e l’edizione 82 sembra rispettare a pieno tutte le promesse. Uno dei temi principali dei film in Concorso (e non solo) alla Mostra del Cinema di Venezia è però in apparenza un evergreen: quest’anno infatti molti registi “tornano a casa” e presentano racconti focalizzati sulle famiglie.

Tolstoy, ormai lo sappiamo tutti, introdusse la storia di Anna Karenina con: «Tutte le famiglie felici sono uguali, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». I registi al Lido, però, rilanciano con una sfida: si può essere anche felici ognuno a modo suo, specie dopo aver vissuto tanta infelicità.

Orphan, il film (già) più chiacchierato

A questo proposito, uno dei film più attesi è sicuramente Orphan di László Nemes, un coming of age su un orfano di padre (morto nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale). Nemes è molto apprezzato per la sua sensibilità e capacità di raccontare storie che intrecciano elementi di storia personale e vicende fittizie, e Orphan non è da meno. Il regista – di origini ebraiche – ha infatti sottolineato come la sua famiglia sia stata «la tela su cui è stata disegnata la storia del film».

Alla riflessione sul ruolo del padre (dopo che uno sconosciuto tenterà di imporsi nella vita del ragazzo), si aggiunge il racconto del contesto storico. A pochi anni dalla fine della guerra, l’Ungheria ha vissuto i primi moti rivoluzionari, momenti di tumulto finiti in tragedia che hanno segnato la storia del popolo, ancora sconvolto dall’Olocausto. Il film sarà sicuramente oggetto di dibattito, soprattutto dopo le recenti critiche di Nemes ai registi di Zona di interesse, che ha accusato di diffondere propaganda antisemita con l’intento di contribuire alla distruzione del popolo ebraico.

La ricerca delle proprie origini a partire dai genitori

A intrecciare politica, Storia e storia personale è però anche Jihan K, regista libica che con My Father and Qaddafi sarà la prima a rappresentare il suo paese al Lido. «Non voglio che mio padre scompaia una seconda volta», scrive nel commento al documentario, nella sezione Fuori Concorso. Si riferisce a Mansur Rashid Kikhia, avvocato per i diritti umani fortemente ostacolato dal dittatore, che nel 1993 scomparve dal suo hotel e venne ritrovato – 9 anni più tardi – in un congelatore a pochi passi dal palazzo del presidente.

«Realizzare questo documentario mi aiuta a comprendere l’importanza di una figura paterna e l’impatto della perdita di un padre su una famiglia, una comunità e persino un Paese. La tirannia e il culto della personalità di Gheddafi hanno velato la memoria collettiva della vita prima del suo governo, lasciando ancora molti, come me, a ricostruire i frammenti della nostra identità libica». Quello di Jihan è un documentario doloroso che cerca di rispondere alle domande che avrebbe voluto fare a suo padre. E, a meno di dieci anni dalla scomparsa del dittatore nordafricano, è anche un’importante lezione per chi rischia di dimenticare la Storia recente.

A fare realmente domande al padre sarà invece Toni D’Angelo, il figlio del grande Nino, vero re della canzone partenopea. Con Nino. 18 giorni (che uscirà al cinema con un evento speciale il 20 novembre, distribuito da Nexo Studios), Toni cercherà di svelare «il suo più grande mistero»: la storia del padre prima che diventasse un’icona. Con l’aiuto di uno smartphone e tanto tempo insieme, il documentario svelerà quanto di Gaetano (il vero nome del cantante) è rimasto in Nino, che forse per il figlio – a lui così distante – può essere la chiave per capirlo.

Mostra del cinema di Venezia 82: storie di famiglie spezzate

Ma a Venezia non mancheranno le storie di dolore e fratture difficili da colmare, una fra tutte Otec (Padre). Girato tra la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia, il film Fuori Concorso racconta il dolore di un uomo e di una donna che cercano di restare insieme e salvare il bene fra loro dopo la morte del figlio. A causare la tragedia è stato il padre, colpevole della cosiddetta forgotten baby syndrome, un diffuso disturbo da stress tipico della neogenitorialità. La tensione costante porta ad autoconvincersi di aver lasciato il figlio al sicuro e invece lo si dimentica in auto, dove rischia (come accade in questa storia) di non sopravvivere.

Con uno sguardo tragicomico, anche Father Mother Sister Brother affronterà il tema della broken family, con una struttura trittica che segue tre storie di relazioni tra figli adulti e genitori piuttosto distanti, e tra fratelli. Ognuna delle tre parti si svolge in un paese diverso: Father nel nord-est degli Stati Uniti, Mother a Dublino, e Sister Brother a Parigi. Si tratta di «una serie di ritratti intimi, osservati senza esprimere giudizi, in cui la commedia è attraversata da sottili momenti di malinconia».