Quando chiamo Mille, o meglio Elisa (Pucci, il suo vero nome), è il mio ultimo giorno di lavoro in ufficio. E infatti ci rincorriamo per metà mattina, con quelle lotterie via WhatsApp tipiche dei giorni che precedono le ferie: “Dammi un’ora!”, “No scusami, dieci minuti!”, “Ancora sette!”. Quando riusciamo a trovarci, però, è lei dettare la frequenza: si racconta senza filtri, come fa in musica, senza abbellimenti né eccessi di romanticismo. La parlata romana – «Che però un romano si incazzerebbe se dicessi che sono di Roma, sono della provincia» – inganna, come il suo aspetto di bambola, perché in realtà lei è ben altro. Mille altre cose. Non ha paura di raccontarle tutte, e per questo la ringrazio: sicuramente, dopo averla letta, lo farete anche voi. In fondo c’è anche un video, perché sono dell’idea che Mille vada vista e ascoltata – se potete, in live: dal 24 luglio al 17 ottobre attraversa l’Italia per il tour estivo, ma per i biglietti c’è da correre – perché la parola scritta non basta. Non la contiene. Spero almeno sia un bel biglietto da visita.

Intervista a Mille, tra un palco e l’altro

Mille sul palco, foto di Marco Muscari

Luglio e agosto, giornate di incastri. Tu sei in tour o in pausa?

«No, che pausa? Quando morimo, pausa! No, in realtà una pausa dai social me la prendo: tra il 3 e il 13 di agosto non farò nemmeno concerti perché devo stare in studio. Metto un bel cartello con scritto ‘Chiuso per ferie’, però in verità altro che ferie… Stasera sono a teatro, al Franco Parenti di Milano con La locandiera. A long play (un adattamento moderno della commedia di Goldoni, ideato e diretto da Paolo Bignamini, in scena il 28 luglio, ndr)».

E, appunto, il tour in parallelo. Per me, che sono fan, un conto è ascoltarti e tutto un altro vederti sul palco. Tu ti senti diversa dal live allo studio? Quale dimensione preferisci?

«Tutta la vita live! È quella la cosa vera: in studio si fa tanto, ma poi la dimensione del live è un’altra cosa, il pubblico fa tutto. È come dire: “Mi mangio un panino con la mortadella”, sì è buono, ma “Me magno ‘a carbonara”… Tutta un’altra cosa! Ecco, per me il live è la carbonara. O le fettuccine ai funghi, funghi porcini… Insomma, quella cosa lì. Poi ho una sorta di dipendenza dal concerto: mi rendo conto che finito il tour nei club questo inverno io mi sentivo in astinenza, in particolare dalla mia intro, che è sempre Voglio vederti danzare di Battiato».

L’idea del live influenza anche la tua scrittura?

«Sì, assolutamente. Per me una canzone non è solamente testo e melodia, ma è tutto quello che si può vedere: una fotografia, la copertina, il video, il modo in cui lo posso cantare dal vivo… È proprio un’esperienza a 360° scrivere una canzone. Almeno, io la vivo sempre così».

Il tour tutto esaurito, i palchi già calcati: Mille live è un’esperienza

Tornando al tour, hai tantissime date esaurite. Questo affetto dai fan te lo aspettavi?

«Mi sorprende sempre. Proprio oggi, ho ricevuto il messaggio che il Parenti è sold-out: 500 posti, il 28 luglio, a Milano. Io penso che oggi a Milano ci siano solo 500 persone, proprio in generale: mi sembra incredibile che scelgano di venire a vedere me, noi! Vivo tutto con un grande stupore, anche perché è un impegno andare ad un concerto: non c’è solamente il biglietto da acquistare, ma è proprio un impegno personale. Magari ci si deve svegliare presto la mattina dopo, prendere la macchina, uscire di casa, trovare il parcheggio, stare in piedi tutto il tempo… È davvero un grande affetto quello che sento, sono sempre assolutamente grata alle persone che vengono ai concerti».

Hai già calcato palchi importanti: il Primo Maggio (per tre anni di fila dal 2021 a Roma, e un anno anche a Taranto, ndr) e il MiAmi a Milano la scorsa estate. Quali sogni?

«Io sogno qualsiasi palco. Non c’è un palco più importante, meno emozionante per me, anche quando ho in programma solo una serata voce e chitarra. Resta un microcosmo magico. Non metto la scala gerarchica: certo, ci sono degli ambienti in cui mi piacerebbe stare, però con il medesimo entusiasmo ed emozione».

La sensazione è sempre uguale quando parte l’intro. Cosa senti?

«Cazzo, non vedo l’ora! Scrivilo proprio così».

Quarantadue anni, e averli vissuti tutti

Domanda di rito, lo so che la fanno tutti: fare successo a 40 anni, come l’hai vissuto?

«A parte che ce ne ho 42 di anni! Poi, anche questa frase… A me non sembra che stia succedendo niente di eccezionale, sono sincera, nel senso che è una grande fonte di gioia il fatto che ci siano tante persone che vengono ai concerti, a teatro, insomma alle cose che faccio quando sto sul palco. Sinceramente io ho sempre pensato che tutte le cose avvengano nel momento giusto, quando una persona può abbracciare le cose che le succedono. Ognuno ha il proprio percorso: io ho fatto tante altre cose nella vita, quindi oggi non lo vivo come l’avrei vissuto in un altro momento, ecco. Oggi mi sento felice di fare quello che faccio, nella maniera in cui la faccio. Anche a livello emotivo, a livello di sentimenti, oggi sento che le cose le posso abbracciare e non respingere. E ci sono arrivata ora: non a 40, ma a 42 anni».

Foto di Starfooker

Non la mandi a dire, nella vita nei testi. C’è qualcosa che hai scritto e poi hai pensato di tenertela per te?

«No, non mi tengo un cecio in bocca come direbbe mia madre. Poi sono convinta che abbracciare le cose sia sempre meglio, nel bene e nel male. Lo faccio soprattutto coi testi: se tu vuoi sapere tutti i cazzi miei, leggi quello che ho scritto e famo prima! Ci conosciamo subito così! Penso che la cosa migliore sia sempre darsi la possibilità di stare bene, e questa cosa può accadere solo se sei completamente sincera e senza filtri. Ovviamente poi ci sono situazioni e situazioni, ma affrontando la vita con sincerità ti eviti le cose che non ti piacciono e diventi chi vuoi essere. Ho imparato da poco a darmi questa possibilità, quella di farmi star bene, ed è un po’ il mio monito ora: non mettermi panni né troppo larghi, né troppo stretti».

Costruirsi: la casa, la famiglia, il posto nel mondo

A proposito di cazzi tuoi: una delle una delle mie-tue canzoni preferite è La vita, le cose. Quanto c’è di vero? Oggi sei lontana da Roma, come vivi il posto dove sei?

«Io ora abito a Milano e sto da Dio. E infatti quando mi riferisco a Roma dico “per stare male male male”. A parte che io sono di Velletri, della provincia, ma oggi casa per me è qua a Milano. È dove stanno le persone che amo: qui mi sono creata un microcosmo di persone, la mia famiglia acquisita, e vivo una situazione che mi viene da chiamare idilliaca… Ma non voglio considerarla come una situazione eccezionale, vorrei vederla come normale. Perché, appunto, la normalità è stare bene, semplicemente, e non stare male».

Che famiglia è?

«Vivo in un palazzo dove siamo in dodici, e siamo diventati uniti, stretti, amici, in realtà proprio una famiglia. Ci affacciamo, ci diamo la buonanotte e il buongiorno nel cortiletto interno, e c’è un grande amore, cosa che non avevo trovato a Roma. A Velletri, dove sono nata, ho nostalgia nei confronti dei posti, malinconia per quello che è stato e quando ci torno sono sempre molto felice. Ma mi rendo conto che la mia vita, la mia casa, è qua. È dove ho costruito, letteralmente, la mia vita. Proprio la parola costruire per me è molto importante: a volte fa pensare a qualcosa di artificioso, invece no».

Costruire una casa significa mettersi al sicuro, per poterci andare ad abitare. Io qui sento che ho costruito le fondamenta di tutta la mia vita, e questo mi rende più forte. Mi guardo intorno, e vedo che ho messo, mattoncino dopo mattoncino, tutto quello che fa parte della mia vita.

«Per me questo è casa, e tornare a Roma non fa parte proprio dei miei obiettivi. Non è che quando torno a Roma ci sto male, però è come fare una vacanza».

La genitorialità queer, una scelta di anima

C’è anche una bambina, in questa in questa famiglia, Nina. Che rapporto avete? Ti senti un po’ di responsabilità nei suoi confronti?

«Assolutamente sì! Noi ci consideriamo una grande famiglia queer. E io mi sento la responsabilità di questa bambina, anche a livello economico: voglio destinare il mio 5% a Nina, perché quella che fino a ieri era considerata una famiglia tradizionale io non ce l’ho, in questo momento poi magari il futuro non so. Voglio impegnarmi per la sua educazione e per tutto quello che la riguarda. Oggi, per esempio, verrà a Teatro a vedermi: ha 4 anni, sa che inizia lo spettacolo e dovrà stare in silenzio, ascoltare. L’aveva già fatto a 3 anni, d’altronde. Per me è sinonimo di impegno, contribuisce al mio ragionamento in questa in questa città e alla costruzione della famiglia che ho sempre desiderato avere».

«Una cosa sull’età»

Oggi, nella musica come nel cinema, nella letteratura, si parla di racconti generazionali. Tu ti senti portavoce dei tuoi coetanei?

«Se ti rispondessi “Sì”, sarebbe un titolo incredibile, no? Ecco Mille, la portavoce dei quarantenni! No, no, ti dico di no: non mi voglio sentire portavoce di niente, non sono in grado di insegnare niente a nessuno né di raccontare la storia delle persone. Io racconto solo la mia storia, quindi posso solo essere una grande ascoltatrice delle altre persone, per farmi ispirare, ma non voglio rubare l’appellativo del portavoce della generazione. Però una cosa sull’età voglio dirla».

E diciamola.

«Alla fine sono numeri, altrimenti io non mi troverei bene con i trentenni, con i venticinquenni o con i sessantenni. Noi siamo la somma di quello che noi abbiamo vissuto, ed è per questo che io mi sono anche sentita libera di iniziare un percorso musicale nel 2020 (quando, dopo anni come leader della band Moosik, ha iniziato a cantare come solista, ndr). Ho ricominciato da capo da grande e non mi sono mai posta il problema, penso che poi non se lo faccia nemmeno il pubblico perché non gliene frega niente a nessuno di quanti anni c’ho. Al massimo mi dicono “Ammazza, oh, daje a 40 anni arriva’ come te!”. Sono banali numeri, forse numeri che qualcuno s’è inventato, e voglio sapere chi cazzo è che se l’è inventata quest’idea che a 30 anni devi fare una cosa, a 35 un’altra, a 40 devi avere già due figli, per esempio. Io surfo sulle cose, specialmente ultimamente».

«Vorrei semplicemente promettermi di restare sempre in ascolto»

Oggi chi è Elisa, chi è Mille, e soprattutto c’è qualcosa che vorresti cambiare?

«Oggi surfo più che mai. E vorrei semplicemente promettermi di restare sempre in ascolto di quello che sono. Mi voglio promettere, assicurare, di svegliarmi contenta di quello che faccio. Di darmi fiducia e non dimenticarmi che ho la possibilità di farmi del bene. Perché tanto a farsi del male c’è sempre tempo, e siamo buoni tutti. A farsi del bene probabilmente ci vuole un po’ più d’orecchio, e di occhio».

Mille, C’est fantastique live a Milano