Daria Bignardi dice che, in mancanza di buon cibo e nuove avventure, tende ad avvilirsi. Alzare l’asticella complica la vita, ma senza tensione ci si spegne. Anche la solitudine funziona così: può spegnerti o accenderti, isolarti ma anche farti sentire connesso agli altri.
Certe mattine ci si sveglia sole, altre libere. Beata solitudine e solitudine nera, infatti, sono due facce della stessa medaglia ma «bisogna essere riposati e sicuri di sé per godersi la faccia giusta».
Per capirlo lei ha dovuto vivere e poi scrivere: di sé, degli altri e di tutto quello che c’è in mezzo. Il risultato è Nostra solitudine (Mondadori): una mappa sentimentale che unisce punti apparentemente distanti – l’infanzia e lo studio dello psicologo, il divorzio e lo sguardo animale, il dolore privato e la guerra – per concludere che sentirsi soli , persino in un’epoca iperconnessa come questa, non è una fragilità personale ma un viaggio collettivo.
«All’inizio pensavo di intitolarlo Storia della mia solitudine. Poi ho capito che la solitudine è un sentimento di tutti, anche se ce ne vergogniamo. Ci sentiamo in colpa per ciò che proviamo, ma quelle emozioni nascono da come è fatto il mondo. Così il mio viaggio è diventato nostro: alla ricerca di un senso, o almeno di una tregua».
La solitudine: privilegio o no?
Quando è cominciata per lei la tregua?
«Quando ho capito che la solitudine è anche uno spazio dove ritrovarsi. Emily Dickinson scriveva: “Sarei forse più sola senza la mia solitudine”. Ed è vero. La solitudine può essere scomoda, ma è anche un privilegio, una possibilità di ascoltarsi. Un diritto che alle donne è stato spesso negato».
Lei se l’è concesso quel diritto?
«Da giovane sì. A 18 anni leggevo Virginia Woolf, Simone de Beauvoir e pensavo bastasse “avere chiari i miei diritti”. Tenere la barra dritta, non diventare come mia madre. Invece, quando ho avuto una famiglia mia, mi sono dimenticata tutto. Ho fatto gli stessi errori: lavorare troppo, mettermi al servizio di tutti e farlo pesare, non cercare aiuto».
Perché?
«Non me lo chiedeva nessuno, ma avevo dentro un automatismo antico, secoli di educazione femminile che scattavano come un riflesso. Mi consolo pensando che, come diceva lo psicanalista James Hillman, abbiamo bisogno di qualcosa che ci rovini la vita per diventare noi stessi. Tutti abbiamo una madre che ci ha rovinato la vita, e anche i miei figli ce l’hanno».
Daria Bignardi e l’amore per gli animali
Quando non è la madre, a complicarci la vita ci pensiamo da sole. O con qualche aiuto: gli animali, per esempio. Il suo libro ne è pieno: perché?
«Mi hanno sempre accompagnata. Obama ha 17 anni. È vecchio e capriccioso: pretende che io lo guardi mentre beve. Una volta era un gatto facile. Ora vuole l’umido 4 volte al giorno. Forse anche gli animali, invecchiando, scoprono dei diritti e perdono dei pudori. E poi ci sono quelli dell’infanzia. Le galline, le capre, il maiale. Lo sguardo animale – puro, autentico, non mediato – è lo stesso che cerco nei volti umani quando mi sento sola».
Gli animali sono un antidoto alla solitudine?
«Certo. Io sono gattara e lo rivendico. Anzi: vorrei esserlo molto di più. Vorrei vivere in campagna con una colonia di gatti e cani, possibilmente vicino a un fiume».
Perché un fiume?
«Sono cresciuta a Ferrara, a 5 chilometri dal Po. L’acqua che scorre mi fa sentire a casa. Gli argini danno un senso di protezione, di famiglia, il luogo dove nascono tutte le emozioni: le più belle e le più dolorose».
L’origine della solitudine
La prima volta in cui si è sentita sola?
«A 21 anni, a Londra. Ero lì da 3 mesi, inebriata della mia libertà: abitavo in un tugurio senza riscaldamento che a me sembrava il posto più bello del mondo. Poi arriva Natale e un amico mi invita a pranzo da suoi conoscenti. Una coppia perfetta: bellissimi, con una casa meravigliosa, la tavola impeccabile. Di fronte a loro, mi sono sentita sola. E con un senso di vergogna, come se la solitudine fosse una colpa».
La vergogna della solitudine dove nasce?
«Dalla cultura in cui siamo cresciuti. Una donna sola al ristorante ancora oggi si sente osservata. Io sì, almeno. In più, ho l’aggravante di essere conosciuta, avendo lavorato tanto in tv, e mi sembra di essere sotto una lente d’ingrandimento. Un uomo non si farebbe mai questi problemi, io sì».
La popolarità spazza via il diritto alla solitudine?
«Sì, ma poi ti fa sentire ancora più sola. Impari a indossare una maschera: prima per difesa, poi per abitudine. Serve a schermarti, ma mettendo distanza tra te e gli altri finisce per toglierti l’occasione di alcuni rapporti autentici. Gli altri pensano che tu sia come ti vedono in tv, algida, sicura di te, con il vestito nero e i tacchi. Ma quella non ero io, era il lavoro che facevo. La voglia di togliere quella maschera è uno dei motivi per cui ho lasciato la tv».
Parlarne tra amici, il podcast di Daria Bignardi
Il suo podcast si chiama Parlarne tra amici. Anche l’amicizia è un antidoto alla solitudine?
«Certo. L’amicizia, come l’amore, è una via di fuga dalla solitudine. La coppia può sembrare la soluzione più intima, ma è anche la più pericolosa perché i legami stretti sono fragili. L’amicizia lascia una distanza sana. Non so dire qual è la “distanza giusta”, ma so che nelle amicizie è più facile trovarla».

L’amore e l’amicizia
L’amore spesso naufraga, l’amicizia meno. Lei come reagisce ai naufragi?
«Male. Ne ricordo uno, a 27 anni, una relazione importante con un uomo più grande. Ero tornata da Londra perché mio padre era malato, e dopo la sua morte quella relazione era diventata un rifugio. Quando è finita, ho rivissuto il lutto. Ogni perdita riattiva le altre. È successo anche quando ho divorziato dal mio secondo marito. Mi sono sentita come se una trave mi fosse caduta in testa: la fine del matrimonio è stata un trauma cranico emotivo».
E come ha reagito?
«Ho riempito la casa di animali impagliati e oggetti: un barbagianni, pelli di coniglio, galline di plastica a grandezza naturale, minerali, piante. Solo dopo ho capito che era una specie di rito animista. Come se chiedessi alla natura e al mondo animale di difendermi».
Ci si può sentire soli anche in due.
«Capita quando non si riesce a parlare, ed è una delle solitudini più dolorose. Allo stesso tempo, ci si può sentire meno soli anche da soli, soprattutto se qualcuno ci aspetta: un figlio, un’amica».
Le statistiche dicono che le donne single vivono più a lungo e più felici.
«Credo abbia a che fare con la libertà: i figli cresciuti, le relazioni chiuse ma elaborate, il carico che si alleggerisce e, finalmente, il tempo per sé. La solitudine riconquistata può essere una sensazione molto bella».
Cambia il modo di sentirsi soli?
«Continuamente. Ci sono momenti in cui pesa e altri in cui dà l’ebbrezza della libertà, come quando da ragazze ci si ribella alla famiglia. Oggi, quando sono riposata e contenta, quell’ebrezza la sento ancora. E sento anche il peso. Però ho capito quanto la solitudine possa essere preziosa: non solo per ritrovare se stessi, ma per sentire che siamo tutti collegati».
Nostra solitudine, il nuovo libro di Daria Bignardi
È per questo che in un libro sulla solitudine ha scelto di parlare di Gaza e della guerra?
«Sono andata in Israele e in Palestina perché non sopportavo più la mia solitudine privata e volevo vederne una più grande, condivisa. Lì ho capito che la solitudine può anche unire, tenere insieme. Per questo le piazze piene che abbiamo visto in questi mesi sono importanti: sapere che, dall’altra parte del mondo, c’è una folla di ragazzi con la bandiera del tuo Paese ti fa sentire meno solo. E credo che quelle piazze facciano sentire meno soli anche noi».
