Come far capire che la violenza è un problema di tutti? Che non è solo quella che finisce sulle pagine dei giornali? Sono queste le domande che ci siamo poste quando abbiamo pensato di realizzare, come Donna Moderna, una campagna sociale per il 25 novembre. Per farlo siamo partite da un’intuizione: raccontare situazioni apparentemente innocue che legittimano disuguaglianze e ingiustizie, rendendole accettabili. Scelte, consuetudini, rinunce che mettono le donne in una condizione di subalternità, esponendole alla violenza. Il primo passo per uscirne è riconoscerle. Come? Ci voleva un messaggio facile ed efficace. Ecco come lo abbiamo ideato.

La violenza lascia il vuoto

«È una campagna che nasce dall’assenza» racconta Francesca Panigutto, creative director for gender equality & social transformation. «Non abbiamo voluto rappresentare corpi, volti, gesti. Abbiamo scelto di mostrare il vuoto che lascia la violenza di genere dentro ognuna e ognuno di noi». È stata una scelta radicale. Ma, come spesso accade, la semplicità è arrivata dopo un lungo percorso di ricerca. La campagna nasce dal progetto Libere e Uguali: mesi di ascolto, scambio, riflessioni condivise. Dai quattro tavoli di lavoro di questi mesi sono nate le idee che hanno ispirato i visual: quattro frammenti di quotidianità che parlano di lavoro, indipendenza economica, relazioni e maschilità.

L’assenza nasconde la normalità della violenza

«L’obiettivo è portare alla consapevolezza del grande pubblico forme di violenza ormai “normalizzate”, che si sono radicate nella vita di tutti i giorni. Ci siamo accorte, partecipando al progetto di Donna Moderna, di quanto queste dinamiche siano ancora sommerse. Pensiamo, per esempio, alla violenza economica: una delle più diffuse, ma anche delle meno riconosciute. Il dato della mancanza di un conto corrente intestato unicamente a se stesse racconta una dipendenza profonda, che spesso è l’inizio di una catena di violenze più visibili» spiega Panigutto. Così, insieme al regista Daniele Testi e alla sua squadra, è nata l’idea di raccontare l’assenza. Di mostrare luoghi comuni – un ufficio, una fermata del tram, un bar all’ora dell’aperitivo, uno spogliatoio – ma senza persone. Solo voci che si intrecciano, parlano tra loro, dicono frasi che tutti e tutte abbiamo sentito, o detto, almeno una volta. «Abbiamo scelto visual essenziali, privi di figure umane» spiega Daniele Testi «per restituire la sensazione di vuoto e di normalità dietro cui la violenza può celarsi. L’obiettivo è invitare chi guarda a leggere ciò che non si vede. Le voci sono fondamentali: rappresentano chiunque, cercano un contatto, creano empatia».

Nella nostra campagna sociale i dialoghi disegnano la scena

In quei dialoghi si nasconde tutto. Una collega che “decide” di prendere il part-time dopo la nascita del figlio. Un’amica che dice: «Tanto guadagna più lui». Una conversazione che sembra innocua e che invece racconta una rinuncia, una diseguaglianza, una catena invisibile. «Quando ho letto per la prima volta quei dialoghi» racconta Chiara Graziosi, creative consultant e senior art director che ha curato la parte stampa della campagna, «mi ha colpito quanto fosse facile immaginare la scena. Era familiare, quasi normale. Ed è questo che ho trovato disarmante. Da lì ho capito che aggiungere altro sarebbe stato superfluo». Così, nei video, l’audio diventa protagonista: ci trascina dentro la scena, ci fa sentire presenti, anche se non vediamo nessuno. Nella versione stampa, l’idea dello script – parole su fondo neutro – conserva la stessa forza. «Se solo leggendo un testo riesci a catapultarti in quella situazione» dice Francesca Panigutto «significa che quella situazione è reale, che la vivi, che la riconosci».

Una campagna sociale per generare domande, a essere più consapevoli

Il risultato è una campagna che non vuole dare risposte, ma generare domande. «Quello che vogliamo è che chiunque la veda si fermi un attimo e pensi: come posso cambiare io? Posso scegliere un linguaggio più rispettoso, ascoltare in modo diverso, fermarmi prima di giudicare. Perché la prevenzione comincia da lì, da uno sguardo, una parola, un gesto che smette di essere automatico». I vuoti che attraversano la nostra campagna, allora, non sono assenze, ma inviti. A fermarsi, a guardare oltre, a riempire quegli spazi con una nuova consapevolezza. Quattro storie, quattro vuoti che parlano a tutte e a tutti noi. Perché solo riconoscendo quello che non si vede possiamo davvero cambiarlo.

Un lavoro di squadra

Ringraziamo qui tutti coloro che hanno reso possibile questa campagna: Francesca Panigutto, creative director for gender equality & social transformation; Chiara Graziosi, freelance creative consultant & senior art director; Popkorn Films, production; Daniele Testi, director & creative director; Francesco Giannini, post production supervisor; Davide Guldoni, senior 3D artist; Sofia Vezzani, editor.