«Oggi tutto è completamente diverso». Non la manda a dire Claudio Amendola, seduto davanti all’ex Convento dell’Annunziata gremito di studenti e amanti del cinema. Nel talk che lo ha visto protagonista questa mattina al Riviera Film Festival, l’attore ha ripercorso i passi più importanti della sua carriera e della sua vita. Figlio di Ferruccio Amendola e Rita Savagnone, doppiatori che hanno fatto la storia del cinema italiano, è stato un nepo baby ante litteram e per questo ha avuto alle volte privilegi, alle volte ostacoli inaspettati. Il film che gli ha cambiato la vita, Mary per sempre, per esempio, «è stato un vero travaglio» proprio perché il regista non lo voleva per la parte temendo che fosse un figlio di papà. Tra aneddoti e curiosità – il tutto condito dalla sua naturale ironia – Amendola ha saputo farci mancare l’era del grande cinema, ma anche ricordarci perché lo amiamo ancora oggi, nonostante tutto.
Gli esordi negli anni Ottanta
Quando ha cominciato a recitare, in quelli che negli anni Ottanta si chiamavano “sceneggiati”, lo ha fatto per accontentare la mamma. «Fino a Mary per sempre, era solo un modo per divertirmi», ha raccontato. «Allora, il cinema era veramente un lavoro elitario, per privilegiati. Si viaggiava tantissimo, si era circondati da belle ragazze e ci si divertiva».
Ma soprattutto, allora Cinecittà era un vero polo del cinema mondiale. «Negli anni Ottanta stare su un set a Roma significava lavorare con l’artigianato vero delle troupe. C’erano macchinisti già grandi che ti raccontavano di quando Liz Taylor girava a Cinecittà. Avevano lavorato nel vero grande cinema mondiale, quando era in Italia, ed erano pieni di racconti, aneddoti e consigli. Io tutta la tecnica l’ho imparata dalle troupe». Gli operatori, ben lontani dai riflettori, sapevano tutto. «Dopo una scena ti dicevano ‘Ao, te sta a toglie’ ‘a luce’, e capivi che l’altro attore ti stava superando, stavi scomparendo nella scena».
I Cesaroni, che oggi tornano e parlano alla Gen Alpha
Ci sono voluti anni prima di ottenere i primi ruoli impegnativi, ma dopo anni di polizieschi e film drammatici il lavoro stava diventando troppo pesante. È allora che arriva il copione de I Cesaroni: «A un certo punto mi sono arrivate due offerte: una era I Cesaroni (per Canale 5), una arrivava da Rai 1, era una saga familiare, e io avevo voglia di leggerezza. In Spagna la serie era un cult, la famiglia allargata mi ricordava la mia, e ha funzionato».
E, come ad aggiungere enfasi alle sue parole, dal pubblico qualcuno non riesce a resistere. «Io li amo I Cesaroni!», parte un grido, e lui ringrazia ridendo. Il ritorno della serie, attesissima, non è una mera operazione di nostalgia ma la prova che per questa serie c’è un amore sincero. «A convincerci è stata la richiesta, soprattutto da quando è approdata in piattaforma e abbiamo beccato generazioni nuove. Questo ci ha convinto a riprendere la storia, chiaramente c’era un pubblico nuovo pronto ad ascoltarla».
L’importanza di non “entrare nella parte”
Quando arriva il momento delle domande dei ragazzi, non manca molto prima che un fan – «Sono il ragazzo che prima ti ha placcato» – faccia la domanda da un milione di dollari. Come ci si prepara per una parte? Qui Amendola non si fa maestro, ma portavoce. «Ai miei tempi sono stato io a placcare Mastroianni, che ho costretto a venire a cena con me. Quando gli ho fatto questa domanda, mi ha risposto così: ‘Prima di tutto io diffido degli attori che entrano nella parte. Io i film non li preparo, li faccio’».
Qualche consiglio, però, lo ha: «Deve esserci il confronto con il regista, leggendo e capendo il personaggio che hanno scritto e cercando di diventare per quelle ore quel personaggio. Non portartelo mai a casa, i personaggi si lasciano sul set! La tecnica è una roba che dovete assolutamente imparare e dimenticare, perché poi viene da sola. Non esistono attori naturali, se uno è bravo non gli viene naturale, è bravo. Gli attori fanno finta, non credete mai che siano come sembrano dalla tv».
Se il cinema (e il mondo) cambia
Nessuno meglio di Amendola, che ha vissuto da figlio il grande cinema, da ragazzo l’era della spensieratezza e oggi parla alle nuove generazioni, sa percepire i cambiamenti epocali. «Oggi la televisione è cambiata completamente: per conoscere gli ascolti servono mesi, come per i libri. I ragazzi ci guardano dal pc, dal cellulare, dall’iPad». Interrogato sull’AI, confessa anche che alla famiglia è stato chiesto di campionare la voce del padre: «Abbiamo rifiutato, ovviamente!».
Ma Amendola non lascia il pubblico con l’amaro in bocca. È più forte di lui non concludere in modo positivo. «Io sono dell’idea che le emozioni che attori e attrici riescono a dare con la pancia non riusciranno ad imitarla mai le macchine. Ma il progresso è progresso: penso alla medicina, dove questi strumenti nuovi stanno permettendo cose incredibili. Certo, l’emozione paga un prezzo enorme… Ma ci sono anche attori che è meglio se lo fanno con l’AI….!».