Ci accompagna dallo schermo, con quei suoi inconfondibili occhi azzurri, da 45 anni. Elizabeth McGovern non ne aveva neppure 20 quando ha girato Gente comune di Robert Redford, che l’ha lanciata nel 1980, e pochi di più nel capolavoro di Sergio Leone C’era una volta in America, dove interpretava la donna rimasta per tutta la vita nei pensieri di Robert De Niro. Il cuore del grande pubblico l’ha conquistato soprattutto grazie a Downton Abbey, la pluripremiata serie tv sulle vicende di una famiglia aristocratica inglese e della sua servitù agli inizi del ’900: 6 stagioni in onda tra il 2010 e il 2015, seguite da una saga cinematografica dal 2019, hanno attraversato un ventennio di grandi cambiamenti.
Per l’ultima volta Lady Cora
Nel ruolo di Lady Cora, moglie americana del settimo Conte di Grantham, la 64enne attrice è ora nelle sale con il terzo e ultimo capitolo: Downton Abbey – Il gran finale, dove è alle prese, insieme al marito (Hugh Bonneville), con le conseguenze della crisi del ’29, gli scossoni economici e sociali degli anni ’30, il divorzio della figlia Mary (Michelle Dockery), la morte della Contessa Madre, Lady Violet (Maggie Smith, scomparsa a settembre del 2024).

Elizabeth McGovern non è solo un’attrice: moglie, mamma e cantautrice
Per l’intervista Elizabeth compare su Zoom con quell’allure naturale che per lei è una scelta di vita: senza gli abiti scintillanti che molte attrici indossano anche negli incontri virtuali, con i capelli che da tempo ha deciso di non tingere più. «Cerco di resistere alle pressioni che subiamo noi donne per apparire eternamente giovani» dice.
Sposata dal 1992 con il regista Simon Curtis (che ha diretto gli ultimi due film della saga di Downton Abbey) e madre di due figlie, ha una seconda vita professionale da cantautrice. Dal 2008 è infatti la frontwoman e l’autrice delle canzoni del gruppo Sadie and the Hotheads, con cui va in tour negli Usa e a volte in Europa. Il sesto album, con 9 brani scritti e cantati da lei, si intitola Let’s stop fighting, è uscito da poco e si può ascoltare su Spotify.
Che esperienza è stata il capitolo finale di Downton Abbey?
«Inizialmente ero dubbiosa sulla scelta di girare un terzo film, visto che non avremmo più avuto con noi Maggie Smith, meravigliosa interprete di Lady Violet. Poi ne sono stata felice, è un gran finale con una sua freschezza e un’energia speciale. C’è una trama lineare, molto focalizzata sulla vita quotidiana delle persone, che è da sempre la forza di Downton Abbey. Ha una costosa cornice da feuilleton d’epoca, ma è ricco di dettagli psicologici. E regala 2 ore di divertimento, di fuga dalla realtà angosciosa che stiamo vivendo».
Pensa che tornare indietro di un secolo abbia qualcosa di rassicurante, anche se quei tempi erano comunque difficili?
«Essere trascinati nel passato offre, paradossalmente, quel senso di stabilità che ci è stato sottratto oggi che tutto accade così rapidamente da sfuggire al controllo. Ogni volta che guardi lo smartphone c’è qualche brutta notizia: immagino di non essere certo l’unica a sentirmi sommersa e, soprattutto, impotente».
Com’è stato tornare a recitare con la regia di suo marito, dopo il secondo film della saga, Una nuova era, 3 anni fa?
«La coincidenza buffa è che Simon aveva già diretto me e Hugh (Bonneville, ndr) nella miniserie tv Freezing, era il lontano 2008. È bello osservare quanto sia cresciuto professionalmente. E anche vederlo in una veste diversa da quella del marito che ha dimenticato di buttare la spazzatura!».
Il suo ultimo album musicale parla di quanto sia spiazzante la maturità. In The more I know canta: «Più vado avanti e meno so». Con che spirito scrive le sue canzoni?
«Tengo moltissimo a questo lavoro, vorrei che i brani venissero ascoltati nella loro sequenza, seguendo il percorso che porta dal primo all’ultimo. Li ho scritti dal punto di vista di una persona che ha fatto i conti con i passaggi necessari alla maturità. Soprattutto nell’amore, che richiede compromessi. Spero sia musica rilassante: un tonico contro il rumore del mondo e dello showbiz, contro il chiasso per attirare l’attenzione».
È anche un modo per contrapporsi all’ageismo di oggi?
«La società mette in un angolo le donne dopo una certa età. Siamo così poco rappresentate sui media… E ci fanno vergognare delle rughe, devi essere d’acciaio per resistere alla pressione che ti fanno per cancellarle».
Da attrice come ne esce?
«Ruoli come Lady Cora sono preziosi e rari. Per il resto, sento un vuoto che ho cercato di colmare con idee e proposte mie. Ho scritto una pièce teatrale su Ava Gardner, Ava: the secret conversation, che porto in scena al New York City Center (fino a metà settembre, ndr). Come attrice la conoscevo bene ma, leggendo la biografia di Peter Evans, mi sono identificata con lei più di quanto mi aspettassi. Era molto avanti per l’epoca».
Secondo lei, il MeToo ha cambiato qualcosa?
«Mi ha fatto riflettere su quello che un tempo non mettevo in discussione. E imparo molto ascoltando le mie figlie: la loro generazione vede le cose più chiaramente e vive la coppia con un atteggiamento più lucido del mio che, alla loro età, sognavo solo di essere trascinata in una storia romantica».
Come ricorda i film che l’hanno resa famosa, Gente comune e C’era una volta in America?
«Ci ho messo una vita a capire che fortuna ho avuto, da giovane non ne ero consapevole. Ma nemmeno mi rendevo conto di incarnare personaggi femminili creati da una visione maschile: il cinema era fatto da registi uomini che davano vita a quelle che erano le loro donne ideali. Oggi sono fiera di quei ruoli, ma anche felice di poter offrire il mio punto di vista».