Non hanno valore solo le vite dei grandi. Anche nelle vite ignorate, maltrattate da destini ingiusti, c’è dignità, un senso più alto. È quello che sembra dirci una delle più grandi autrici contemporanee, Elizabeth Strout, nel nuovo romanzo Raccontami tutto (Einaudi). Non a caso, The Boston Globe di lei ha scritto: «Nessun romanziere oggi possiede la sua capacità di provare un’empatia radicale, di vedere l’essenza delle persone fuori da riduttive categorie, di unirci tra esseri umani senza inutili sentimentalismi».
La trama di “Raccontami tutto” di Elizabeth Strout
Lucy Barton, già protagonista di un ciclo di romanzi della 69enne scrittrice americana iniziato nel 2016, dopo la pandemia non torna a vivere a New York. La casa sul mare che l’ex marito William aveva affittato nel Maine è diventata la loro dimora. Il passatempo quotidiano, oltre alla scrittura, sono le passeggiate con l’amico Bob, sposato con Margaret. È stato lui a farle incontrare la vecchia signora che vive nella residenza per anziani del paese, Olive Kitteridge (sì, lei, la protagonista dell’omonimo romanzo con cui Strout ha vinto il Pulitzer nel 2009). Come in una moderna versione delle Mille e una notte, le due donne ripercorrono il passato e scandagliano il presente, tra amori, segreti e un’intricata vicenda giudiziaria che vede al centro Matthew, indiziato per la morte dell’anziana madre.
Lucy Barton e Olive Kitteridge insieme
Un puzzle di storie che si intrecciano, e a narrarle, finalmente unite nelle stesse pagine, le capostipiti dell’universo narrativo di Elizabeth Strout: Lucy Barton e Olive Kitteridge, alimentate dal desiderio di raccontare le vite che apparentemente non lasciano traccia, ma che in definitiva rivelano tutto il mistero e il fascino dell’umanità. Parallelamente scorre la storia d’amore tra due adulti già impegnati, un sentimento che rimane in bilico, fino alla fine, tra realizzazione e desiderio. Abbiamo incontrato l’autrice al Festivaletteratura di Mantova, dove ha presentato il romanzo in anteprima nazionale.

L’intervista con Elizabeth Strout
Lucy Barton e Olive Kitteridge finalmente nelle stesse pagine. Come nasce l’idea?
«Un giorno stavo camminando e ho pensato che Lucy e Olive, ora che Lucy si è stabilita nel Maine, vivono nello stesso posto. E mi sono chiesta quanto sarebbe stato divertente farle incontrare. Ho scritto la prima scena e ho visto che funzionava».
Due donne diverse, accomunate dal desiderio di non dimenticare le esistenze ai margini.
«Quello che le accomuna è l’interesse genuino per le vite delle persone, soprattutto quelle disastrate. Ovviamente ho dovuto tenere conto dei caratteri diversi: la 90enne Olive rimane una burbera, Lucy è più aperta. Olive, anche dopo aver rivelato a Lucy la triste storia della sua famiglia e aver ascoltato i segreti di Lucy, continua in cuor suo a giudicare l’altra. Ma lei è fatta così».
Nel romanzo c’è un tema di cui si parla poco: l’innamoramento tra persone quasi anziane. È più amore o amicizia?
«Bob confessa a Lucy l’assenza di intimità con la moglie Margaret, dopo tanti anni di matrimonio. Lei gli confessa di non sentirsi più indispensabile per le figlie adulte e di non avere più il trasporto di un tempo per il secondo marito William. I due si sentono visti e ascoltati l’uno dall’altra. La cosa è rara, la gente non ascolta gli altri in modo attivo. Anche quando si renderanno conto che la loro amicizia non potrà andare oltre, rimarranno amici per il resto della vita».
Bob fa un passo indietro, salvando entrambi dalla distruzione dei rispettivi matrimoni. È giusto rinunciare a una felicità possibile per tutelare chi ci sta attorno?
«Quando scrivo voglio essere sicura che i comportamenti dei personaggi siano coerenti con il loro carattere. Bob non avrebbe mai lasciato sua moglie per mettersi con Lucy, non ne sarebbe stato capace. Invece Lucy forse sì. Chissà…».
Scrive: «Non c’è niente di più sexy, a una certa età, che parlare con un uomo». Il dialogo può salvare una coppia di lunga data?
«Vedere qualcuno che invecchia al nostro fianco è un’avventura eccitante, ma deve esserci connessione, empatia. Il dialogo è fondamentale sempre, è estremamente sexy, ma per le coppie mature è più importante. Anche se io non credo che, invecchiando, il sesso debba per forza scomparire».
Le vicende del libro dimostrano quante vite disastrate ci sono sotto la cortina di normalità.
«Sono convinta che la maggior parte delle persone abbia grandi fratture interiori. Sono interessata alle persone comuni e ordinarie, che vivono di luci e di ombre. Mi interessa scrivere di queste “vite nel mezzo”».
Definisce Bob e Matthew “mangiatori di colpe”. Che tipo di persone sono?
«Quelli che in modo naturale si fanno carico dei problemi altrui. Bob si fa carico di quelli di sua moglie, del fratello, di Lucy. Matthew rinuncia a vivere per sostenere una madre vittima di traumi terribili e una sorella abusata».
Nel romanzo i figli sono fonte di preoccupazione. Sono più croce o delizia?
«Entrambe le cose. Solo che negli States è normale che diventino adulti presto e vadano a vivere altrove. Invece per voi in Italia le cose sono un po’ diverse. In questo senso quella di Lucy è una storia americana: le figlie sono adulte e lei non si sente più indispensabile. Non so se sia triste o no, è sostanzialmente una questione di culture diverse».
Lei è imbattibile per la caratterizzazione descrittiva. Per il suo immaginario il Maine è un “paesaggio dell’anima”?
«Paesaggio dell’anima è un termine meraviglioso. Non lo avrei pensato, ma per me il Maine lo è, anche mio malgrado. Ci vivevano i miei antenati e io vengo da quella cultura, da quei luoghi belli a modo loro. Li sento dentro di me, tanto che sono tornata a viverci».
Scrive: «Non si parla abbastanza dei vecchi e di quanto apprezzino il contatto. Uno dovrebbe chiedersi che prezzo abbia la mancanza di abbracci nella vita».
«Ho pensato a questo quando alcuni amici sono rimasti vedovi. Quanto dev’essere triste, soprattutto a una certa età, non ricevere più abbracci? Il contatto fisico nel Maine non è comune come da voi in Italia, che vi abbracciate anche tra amici. Mi sono domandata: come può una persona sopravvivere a lungo senza il contatto? È sempre più comune, ed è triste: una specie di malattia».
Quanto c’è di lei in questa Lucy matura e malinconica che, come dice Olive, è ancora «una bambina che si sente sola»?
«Al di là di quello che sento io, quando scrivo devo avere la sensazione che nelle frasi ci sia verità del personaggio, e Lucy si sente così. Per quanto mi riguarda, posso passare anche tanto tempo da sola, ma nella vita non mi sento sola. Sarà perché da piccola stavo tanto tempo per conto mio ma ero felice lo stesso, e ho portato con me quella sensazione».
Ci rivela qualcosa delle sue abitudini di scrittrice?
«Voglio essere onesta, io non mi sveglio presto per scrivere. Sono un animale notturno, mi piace stare sveglia fino a tardi, fare colazione con calma con mio marito, poi lavoro fino all’ora di pranzo. La mattina è il mio momento ideale per la scrittura».