Giorgio Gaber, protagonista della musica e del teatro italiano, aveva un altro cognome. Il Signor G era infatti stato registrato all’anagrafe Giorgio Gaberscik. A riscoprirne la storia è anche Io, noi e Gaber, il docufilm diretto da Riccardo Milani, in onda il 18 agosto su Rai 3.
Girato tra Milano e Viareggio, ripercorre la vita dell’artista attraverso luoghi, canzoni e le voci di chi gli è stato vicino. Tra queste, quelle della moglie Ombretta Colli e della figlia Dalia Gaberscik.
Giorgio Gaber, il vero cognome era Gaberscik
Giorgio Gaber nacque Giorgio Gaberscik a Milano il 25 gennaio 1939. Quel cognome, poi accorciato nella sua vita artistica, custodiva una parte importante della storia della sua famiglia. Il padre Guido era un impiegato triestino e aveva origini istriane. La madre, Carla Mazzoran, era invece una casalinga di origini venete.
La famiglia viveva al Giambellino, quartiere popolare di Milano fortemente legato al cantautore e citato nella famosa canzone La ballata del Cerutti Gino. Poco distante da casa si trovava anche la sede della Rai. Proprio lì, qualche anno dopo, quel ragazzo avrebbe cominciato a farsi conoscere dal grande pubblico.
L’infanzia, però, non fu semplice. Gaber aveva una salute fragile e dovette fare i conti con la poliomielite. In seguito, un infortunio gli provocò una lieve paralisi alla mano sinistra. Fu allora che la chitarra entrò nella sua vita anche come esercizio per la mano.
Seguiva l’esempio del fratello maggiore Marcello. Quello strumento, nato anche come terapia, sarebbe diventato una presenza inseparabile e uno dei simboli della sua carriera.
Dalla chitarra agli incontri con Celentano e Jannacci
Dopo il diploma in ragioneria, Gaber si iscrisse a Economia e Commercio all’Università Bocconi, senza terminare gli studi. La sua vera scuola, intanto, cominciava la sera. Frequentava i locali milanesi e incontrava una generazione di giovani destinata a cambiare la musica italiana.
Nel 1956 arrivò l’esperienza con i Rock Boys di Adriano Celentano, con Enzo Jannacci al pianoforte. Con Jannacci, morto a Milano il 29 marzo 2013, a 77 anni, dopo una lunga malattia nacque poi un sodalizio che portò a canzoni come Una fetta di limone e a brani legati alla tradizione popolare milanese.
Era una Milano in pieno boom economico, attraversata da nuovi suoni e nuovi linguaggi. Anche la televisione cercava volti giovani. Nel 1957 Gaber debuttò sul piccolo schermo in Voci e volti della fortuna. Poi arrivarono il contratto con la Ricordi, le prime canzoni da solista e Sanremo.
La televisione gli regalò notorietà. Ma non sarebbe stata la sua destinazione definitiva. Dentro quell’artista brillante e ironico cresceva infatti l’esigenza di usare le parole in un modo diverso. Non soltanto per cantare, ma per ragionare ad alta voce.
Come Giorgio Gaberscik diventò il Signor G
La svolta arrivò con il teatro. Gaber cercava un rapporto più diretto con chi lo ascoltava e sul palcoscenico trovò lo spazio che desiderava. Poteva guardare il pubblico, interrogarlo e mettersi a sua volta in discussione.
Fondamentale fu l’incontro con Sandro Luporini, pittore e autore con cui costruì un lungo sodalizio artistico. Dalle loro conversazioni nacquero testi nei quali musica, filosofia, politica, società e vita quotidiana potevano convivere.
Nel 1970 debuttò Il signor G. Quel nome diventò qualcosa di più di un personaggio teatrale. Era l’uomo comune alle prese con una società che cambiava rapidamente, tra ideali, contraddizioni, speranze e disillusioni.
Da quell’esperienza prese forma il teatro-canzone, costruito attraverso musica e monologhi. Sul palco bastavano una chitarra, una sedia, le parole e la presenza di Gaber. Era una formula essenziale, ma capace di affrontare questioni enormi.
Negli anni il Signor G osservò il proprio tempo con un’ironia sempre più affilata. Prima l’impegno politico, poi la disillusione e infine uno sguardo rivolto maggiormente all’individuo. Libertà, conformismo, amore e identità diventarono materia di spettacolo e riflessione.
“Io, noi e Gaber” racconta l’uomo dietro l’artista
È proprio il passaggio dall’uomo al personaggio, e viceversa, a tornare in Io, noi e Gaber, il docufilm diretto da Riccardo Milani del 2023, in onda martedì 18 agosto su Rai 3. Girato tra Milano e Viareggio, ripercorre le diverse stagioni della vita e della carriera dell’artista.
Un genere televisivo, quello del docufilm, molto apprezzato dal pubblico, e già proposto, per esempio, per raccontare la vita artistica e privata di un altro grande cantante italiano, Franco Battiato, scomparso il 18 maggio 2021.

Oltre al rock con Celentano e al rapporto con Jannacci, ci sono i duetti con Mina, le canzoni con Maria Monti e gli anni della popolarità televisiva. Poi arriva il teatro, con l’invenzione del teatro-canzone insieme a Luporini.
Ma a rendere il ritratto più personale sono soprattutto le testimonianze. Nel film parlano, tra gli altri, Ombretta Colli e Dalia Gaberscik, moglie e figlia dell’artista. A loro si aggiungono amici, collaboratori e protagonisti della cultura e dello spettacolo che lo hanno conosciuto o ne hanno raccolto l’eredità.
Un ruolo particolare appartiene anche a Milano. Il Teatro Lirico, oggi Teatro Lirico Giorgio Gaber, diventa nel film il simbolo del rapporto tra l’artista e la sua città. È quasi un ritorno a casa, dopo un percorso cominciato in un quartiere popolare e arrivato sui palcoscenici italiani.
Dietro il Signor G, insomma, c’era prima di tutto Giorgio Gaberscik. Un bambino del Giambellino che aveva preso in mano una chitarra e che, molti anni dopo, avrebbe usato musica e parole per interrogare il proprio tempo.