«Sono ateo. Sono anticlericale. Sono un laicista militante, un razionalista ostinato, un empio rigoroso». Si presenta così Javier Cercas, autore spagnolo tra i più letti e premiati al mondo, nel suo ultimo libro Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda), già alla terza edizione. Il racconto di un viaggio straordinario in Mongolia al seguito di Papa Francesco, per esplicita richiesta del Vaticano.

A Javier Cercas il Premio Costa Smeralda

Un’opportunità mai offerta prima a uno scrittore. Un’occasione da non perdere, non solo per la sua eccezionalità, ma anche per le risposte che poteva dare agli interrogativi che lo assillavano da tempo. Abbiamo incontrato lo scrittore in Sardegna, dove è stato insignito di un importante riconoscimento nell’ambito del Premio Costa Smeralda, per la capacità di “rivelare le complessità dell’animo umano, scavare nei dilemmi etici, intervenire nel presente”.

Perché la letteratura, oggi, è necessaria

In questo tempo di guerre e tensioni, in cui il bombardamento di informazioni ha smorzato il pensiero critico e la polarizzazione ha cancellato la complessità, i libri ci possono salvare?

«La letteratura è lo spazio dell’ambiguità e delle contraddizioni. Per questo ora più che mai è necessaria. Soprattutto il romanzo, perché le sue verità non sono mai bianche o nere. Ce lo ha insegnato Cervantes: don Chisciotte è un pazzo totale ma nel contempo l’uomo più intelligente del mondo, un personaggio ridicolo ma anche un eroe. La complessità fa parte della vita. Ed è anche la base della democrazia, in cui trovano spazio opinioni diverse. Per questo va preservata».

La politica riguarda tutti

E che ruolo hanno gli scrittori? Gli intellettuali dovrebbero aiutarci a capire il mondo.

«Il regista Pedro Almodóvar ha detto recentemente una cosa importante: “Chi ha una voce “alta” per parlare e non lo fa è un collaboratore”. Sono d’accordo con lui. Però non parlerei di intellettuali. Chi si definisce così è un idiota. Tutti gli artisti hanno il dovere di usare la loro voce per prendere posizione. Ma farlo è pericoloso, perché rischi di crearti dei nemici e compromettere la carriera. Perciò molti stanno zitti. E questo è un disastro.

Lei è uno che si espone, ma pochi lo fanno. Perché?

Io mi assumo la responsabilità di ciò che penso, scrivendo due volte al mese su El País, perché sono prima di tutto un cittadino. Non sono in una torre d’avorio, mangio, faccio la spesa, vivo. E ho l’obbligo di partecipare alla vita pubblica. Politica viene dalla parola greca polis, città: riguarda tutti, non solo i politici di professione. Questo spiega perché vinco più premi in Italia o in Francia che nel mio Paese. Sono scomodo. Ma uno scrittore dovrebbe essere giudicato per i suoi libri, non per le sue opinioni».

Javier Cercas con il Direttore artistico del Premio Costa Smeralda Stefano Salis.
Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, 64 anni, ha ricevuto il Premio Internazionale del Premio Costa Smeralda 2026. Qui è con il Direttore artistico del Premio Stefano Salis (ph. Emanuele Perrone).

Javier Cercas: «Dire basta alla guerra non è sufficiente»

Nutre fiducia nelle nuove generazioni? C’è stata una grande mobilitazione per Gaza. I giovani sono più intransigenti degli adulti nei confronti delle ingiustizie.

«Scendere in piazza per fermare la guerra mi sembra bellissimo. Gaza è stata una catastrofe assoluta. Ma esistono anche tragedie di cui nessuno parla: in Sudan, ad Haiti… Voi giornalisti avete una responsabilità enorme nel puntare i riflettori sui conflitti dimenticati. Dire basta alla guerra non è sufficiente. Le proteste aiutano a risvegliare l’opinione pubblica, ma poi occorrono le azioni concrete. La politica deve intervenire».

Il premier spagnolo Sánchez è l’unico leader europeo che si è opposto alla guerra in modo chiaro.

«Non sono sempre d’accordo con lui, ma in questo caso ha fatto la cosa giusta. Dire: “Questo non si fa perché viola il diritto internazionale” è quello che andava fatto. Viviamo in un mondo di regole, e vanno rispettate. Non può valere la legge del più forte».

Javier Cercas: «Rimpiangere il passato è un errore»

Tornando ai giovani, si dice che a causa dei social leggano poco. È così?

«Non è vero che non leggono. Il problema è che abbiamo lasciato i social in mano a dei briganti, i quali, agendo in un contesto senza norme, sono diventati i re del mondo. Tutte le innovazioni hanno una parte buona, ma vanno controllate. Non facciamo l’errore di rimpiangere il passato. Noi da ragazzi eravamo uguali ai giovani di oggi. C’era chi divorava i libri e chi no. Se guardo mio figlio, che ha 30 anni ed è più curioso, preparato e in gamba di me, non posso che pensare che le nuove generazioni siano migliori di noi».

Com’è nato il libro “Il folle di Dio alla fine del mondo”

Come nasce l’idea di un libro?

«Da un’ossessione o da una necessità. Quando non capisco qualcosa, allora forse lì c’è la materia per iniziare a scrivere».

E com’è andata con l’ultimo?

«Da tempo mi chiedevo: che cosa ce ne facciamo oggi della religione? Che ruolo ha in un mondo abitato da “folli senza Dio”? Io vengo da un Paese e da una famiglia religiosissimi, ho frequentato la scuola cattolica, eppure a 14 anni sono diventato ateo. Mentre riflettevo su questo, il Vaticano mi ha chiamato e mi ha proposto di accompagnare nel suo viaggio in Mongolia Papa Francesco, un “folle di Dio”, come il santo da cui ha preso il nome».

E come ha reagito?

«Ero stupito e anche un po’ spaventato. Nessuno scrittore aveva mai fatto una cosa del genere. In più, con totale libertà di scriverne o meno al ritorno. Un privilegio incredibile, non potevo dire di no. Perché abbiano scelto me non lo so. La risposta più accreditata è che sia stato lo Spirito Santo» (ride, ndr).

La copertina del libro di Javier Cerca "Il folle di Dio alla fine del mondo" (Guanda)

Javier Cercas e il viaggio con Papa Francesco

Ha dato una risposta alle sue domande?

«La più urgente per me era capire se mia madre, che è più credente dello stesso Papa, ritroverà mio padre dopo la morte, come da sempre ripete. Tutti i miei libri partono da domande semplici, come quelle dei bambini. Le più difficili a cui rispondere. Incontrare il Pontefice mi sembrava un buon modo per poter sciogliere il quesito».

Questa esperienza l’ha trasformata?

«Ogni libro che scrivo mi trasforma. Vuole sapere se ho ritrovato la fede? Un amico del Vaticano mi ha suggerito di non dirlo o rischio di vendere poche copie. Semmai tra qualche anno, quando ne avrò vendute abbastanza. Comunque no, non sono diventato credente. Ma sono riuscito a guardare la Chiesa con occhi nuovi, non più appannati dall’abitudine. E questo mi ha permesso di chiedermi in modo lucido cosa abbia potuto mettere in crisi un’istituzione che esiste da più di 2.000 anni, che è stata decisiva per tutto l’Occidente e che regge su una cosa che non si può toccare né provare: la fede».

Javier Cercas: «Viviamo in un mondo senza Dio»

A cosa è dovuta questa crisi di popolarità?

«Non è solo crisi, è discredito, fobia. Da tempo viviamo in un mondo senza Dio. Il primo che l’ha visto è stato Nietzsche. La scienza e la tecnologia sicuramente hanno indebolito la religione, ma non è solo quello. La religione dava delle risposte a tutto, risposte assolute, come poi hanno fatto le grandi ideologie, a partire dal marxismo. Piano piano tutto questo si è perso. La grande responsabilità della Chiesa è che è diventata borghese. Lontana da quella delle origini».

Però c’è chi cerca la spiritualità in religioni altre, come il buddismo.

«Ciò che è lontano dal nostro mondo suscita sempre curiosità. Ma poi nessuno conosce davvero la religione della propria cultura».

Il cattolicesimo deve tornare alle origini

La Chiesa sta cambiando per recuperare fedeli?

«Papa Francesco ha cominciato un percorso di cambiamento radicale, però la strada è lunga e complessa. La gente si stupiva perché si interessava dei poveri. Ma è esattamente quello il messaggio rivoluzionario del cristianesimo. Gesù era un sovversivo, un uomo pericoloso. E con lui San Francesco. Papa Bergoglio si è battuto per riportare il cattolicesimo alla forma originaria. E Papa Leone ha preso il suo testimone. Sono diversi nella forma, ma la missione è la stessa. Purtroppo nel clero non tutti sono d’accordo».

Ha detto che ogni libro che scrive la trasforma: e la letteratura può trasformare il mondo?

«Può aiutarci a capirlo. A tenere viva la memoria. Il passato non è solo una cosa che è successa, ma uno strumento per capire il presente. Cambiarlo, però, tocca a noi».