Ci sono donne che portano il peso di una storia enorme, eppure riescono a muoversi nel presente come in assenza di gravità. La giornalista e attivista francese Mariane Pearl è una di loro. Parla con voce profonda da Barcellona, dove vive e dove ha appena vinto la prima edizione del Premio Giardinetto “Per un mondo nuovo”. Sta finendo di scrivere Brave Enough, che verrà pubblicato dalla casa editrice americana Penguin Random House.

Mariane Pearl racconta storie di donne che combattono contro tanti soprusi

Il libro In Search of Hope: The Global Diaries of Mariane Pearl è una raccolta di profili di donne coraggiose che l’autrice ha  incontrato durante i suoi viaggi.
Il libro di Mariane Pearl del 2007 In the Search of Hope

«Il libro intreccia la mia storia con quella di altre persone che davanti a un’ingiustizia hanno trovato il coraggio di reagire, di fare qualcosa di concreto» racconta. Tra le storie raccolte in questo suo terzo libro ci sono quella di una donna che in India lotta in prima linea contro il traffico di persone e di organi e quelle di coloro che negli Stati Uniti difendono i condannati a morte nonostante l’insufficienza delle prove. Sono persone che, dice Mariane Pearl, «hanno visto qualcosa che andava contro i loro valori e hanno deciso di intervenire. Non una forma di eroismo eccezionale, ma un’azione molto più vicina, reale. Oggi, in un mondo dominato da algoritmi e narrazioni guidate dall’Intelligenza artificiale, il coraggio è dire la verità, proteggerla, alzarsi anche da soli, restare fedeli alle proprie convinzioni, resistere alla narrazione dominante e alla sensazione di non essere in grado di cambiare il mondo».

Sua madre le è stata di grande ispirazione

Perché – lei ne è convinta – c’è ancora qualcosa che ha questo potere: le storie. «Non possiamo vivere senza. Alla fine sono ciò che ci dà una ragione per agire». Prima di collezionarle in giro per il mondo – come ha fatto anche nel libro precedente, In Search of Hope del 2007 – l’ispirazione più convincente Mariane Pearl l’ha avuta in casa. «Il coraggio è quello che ho visto in mia madre, cubana, povera e immigrata in Francia, che dopo il suicidio di mio padre, olandese, benestante (volato a Cuba per unirsi alla Rivoluzione, ndr), ha cresciuto da sola due figli. Mi ha mostrato cosa significa affrontare le difficoltà e andare avanti».

Sono ancora poche le storie che parlano di donne

Nel tempo, accanto alla scrittura, Mariane Pearl ha cercato un modo per cambiare non solo quali storie vengono raccontate, ma soprattutto da chi. Con il progetto Women Bylines, nato nell’ambito della campagna Chime for Change di Gucci sostenuta da personaggi del calibro di Beyoncé e Salma Hayek Pinault, l’autrice ha organizzato workshop intensivi in cui giornaliste e scrittrici imparano a costruire e raccontare storie di donne spesso invisibili: rifugiate, sopravvissute alla violenza, appartenenti a minoranze. Il primo si è tenuto a Erbil in Iraq, con yazide e cristiane fuggite dall’Isis. Poi Parigi, Città del Messico, il prossimo sarà in una zona di conflitto da stabilire. «In un sistema mediatico ancora profondamente sbilanciato – solo il 5% delle storie a livello globale riguarda le donne – cambiare la voce che le racconta significa cambiare le storie stesse. Molte ci provano, ma sono isolate. Creare una rete è essenziale».

L’Intelligenza artificiale è piena di bias contro le donne

Dopo aver rilanciato Women Bylines, Mariane Pearl sta anche lavorando a Connected Power, una mappatura delle piattaforme digitali femministe. «La tecnologia e l’Intelligenza artificiale sono ancora piene di bias patriarcali. Capire come costruire narrazioni alternative è urgente». Per comprendere il coraggio di cui parla Mariane bisogna tornare alla sua, di storia. A 30 anni lavorava a Parigi per la radio pubblica francese quando incontrò il suo futuro marito, il reporter americano Daniel Pearl, a una festa improvvisata.

Suo marito è stato assassinato in modo brutale

Lui era di passaggio nella capitale francese, accompagnato da un’altra donna. Le lasciò un biglietto da visita, con discrezione. Si scrissero per mesi, come raccontò poi a Oprah Winfrey in un’intervista tv. Poco dopo quell’incontro i due erano innamorati, sposati, trasferiti a Karachi, in Pakistan, dove lui lavorava come corrispondente del Wall Street Journal. La storia è purtroppo cronaca geopolitica. Nel gennaio del 2002 Daniel esce per un appuntamento di lavoro: sta indagando sui legami tra gruppi jihadisti e il mondo della sicurezza pakistana dopo gli attentati dell’11 settembre. Non tornerà più.

Lei ha reagito alla brutalità mostrando ancora la bellezza nel mondo

Per giorni la moglie segue trattative confuse, messaggi contraddittori, piste che si aprono e si chiudono. Poi, la notizia. Daniel è stato ucciso. Il video dell’esecuzione circola tra le redazioni e i servizi di intelligence prima ancora di diventare di dominio pubblico. Lei è incinta di 5 mesi. Ha 32 anni. I media di tutto il mondo le chiedono: «Ha visto il video?». Inizialmente, come raccontò lei stessa, aveva anche pensato di uccidersi. «Ma, se chi ha ammazzato Danny voleva mostrare il lato più oscuro dell’umanità, io avrei mostrato il resto: la sua integrità, la sua bellezza. Quella sarebbe stata la mia vendetta».

Il film sulla sua storia è stato interpretato da Angelina Jolie

Non era una risposta emotiva, ma una decisione ponderata. Mariane scrive A Mighty Heart, da cui è stato tratto l’omonimo film prodotto da Brad Pitt e interpretato da Angelina Jolie, con la quale da lì in poi nascerà un’amicizia sincera, con i figli Adam e Maddox, oggi studenti universitari, che da bambini giocavano insieme. Ma soprattutto nasce una promessa a se stessa. «Vivere con amarezza significa vivere da morti».

Mariane Pearl coltiva il desiderio di cambiare il mondo

Negli anni quella scelta si traduce in libri, interventi pubblici, lavoro sul campo alla ricerca dell’ingrediente che fa la differenza e ispira gli altri come un sasso nello stagno: il coraggio. Oggi, quando le chiedo di Daniel, la risposta è lieve: «È ancora una fonte di ispirazione per il mio lavoro. I valori che condividevamo, etica, umanità e giornalismo, sono vivi. Il fatto che continuino a guidarmi è una vittoria. Perché il suo omicidio non ha ucciso il mio desiderio di cambiare il mondo. Sono ancora qua, curiosa come sono sempre stata». Raccontare la sua storia l’ha esposta al giudizio, talvolta a minacce, «ma non mi hanno mai fatto paura, sono anonime, da codardi. Sono convinta che essere autentici permetta di toccare davvero il cuore delle altre persone».