«Non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante una guerra e dopo la caccia». È l’eco di un aforisma attribuito a Otto von Bismarck a dettare il passo (e il titolo) ad After the hunt – Dopo la caccia, decimo lungometraggio di Luca Guadagnino, presentato Fuori Concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e ora nelle sale. Ma più che i postumi di una battuta venatoria, questo thriller psicologico ambientato in un’università d’élite americana esplora gli immediati strascichi di una presunta aggressione sessuale.

After the hunt di Luca Guadagnino: il dilemma di Julia Roberts

È la storia di Alma (Julia Roberts), professoressa di filosofia costretta a fare i conti con la propria coscienza quando la sua studentessa Maggie (Ayo Edebiri) accusa di molestie un amico e collega (Andrew Garfield). La sceneggiatura, firmata dalla giovane Nora Garrett, scorre sul crinale delicato del dopo #MeToo, in un’ordalia opaca di versioni concorrenti, sensibilità e codici generazionali non allineati che gli ultimi anni hanno stravolto ma non digerito. Proprio lì si allarga la zona grigia evocata dal titolo: più che una sospensione morale, un terreno d’attrito tra verità e interpretazioni, potere e reputazione.

Ayo Edebiri e Julia Roberts in una scena del film. Courtesy of Amazon

Al centro, due donne anagraficamente e culturalmente lontane: una laureanda e la sua docente; da un lato la Gen Z radicale e intransigente, dall’altro la matura avanguardia di chi s’è affermata tra compagini accademiche maschili, a prezzo di mediazioni e contraccolpi. Più che rivelare la fondatezza dell’accusa, il film sonda il senso di “complicità”:

cosa significa per un’insegnante mostrarsi alleata di una studentessa in difficoltà che le si affida? E come cambiano le scelte quando entrano in gioco status, rischio di ritorsioni, appartenenze di classe, etnia, età?

Il conflitto generazionale: Gen Z vs femminismo storico

La relazione tra Alma e la sua allieva restituisce la mappa di idee di femminismo inevitabilmente distanti, in una società abitata da generazioni di donne con memorie, priorità e anticorpi diversi. La sceneggiatura spinge su questo scarto al punto da far dire a una collega di Alma: «Io le credo, ma che fine ha fatto il tenersi tutto dentro, come facevamo noi?». «È un grande tema intergenerazionale» conferma Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice specializzata in studi di genere e femminismo. «Soprattutto sulle molestie sessuali oggi prevale una consapevolezza diffusa, un modo diverso di vivere il proprio genere, rispetto a donne più grandi che hanno lottato per guadagnare certe posizioni o decidere cosa fare della propria vita, maggiormente portate al compromesso con gli uomini.

Ora una ragazza dà per scontato il diritto di poter stare nello spazio pubblico senza essere molestata, l’opportunità di fare scelte od ottenere incarichi prestigiosi senza chiedere agli uomini il permesso. Capita spesso di fronte a casi di cronaca – penso al catcalling o alla ragazza che ha denunciato sui social la molestia di un medico – di sentirsi dire che “non sono queste le vere battaglie”. Ma la quotidianità è cambiata. L’altra faccia della medaglia è il rischio che l’iper-diffusione del lessico della violenza porti a banalizzazioni, o estremizzazioni, e si perda di vista l’aspetto politico e sociale delle relazioni di potere».

Con After the hunt Luca Guadagnino tocca i nostri i nervi scoperti

«Non tutto dovrebbe farti sentire a tuo agio» replica con sarcasmo Alma alla studentessa che si dice a disagio in una conversazione, e qui il 50enne Guadagnino tocca il nervo scoperto della sensibilità delle nuove generazioni sulle questioni legate al linguaggio inclusivo e identitario. Questa frizione, precisa Jennifer Guerra, non è riducibile a un dettaglio formale: «Il punto non è che le persone “si offendano”, ma che una discriminazione materiale, concreta, impedisca o limiti l’accesso alle opportunità. Detto questo, è innegabile che oggi prevalga una tendenza a leggere i problemi sociali soltanto in termini di come ci fanno sentire, a chiedere al mondo di adattarsi alle nostre fragilità. Un trionfo dell’individualismo che ha a che fare con la perdita di senso di comunità e di politica».

Jennifer Guerra: il dibattito sul consenso è ancora complesso

After the hunt «affronta l’idea del consenso in modo provocatorio» ha spiegato Guadagnino. In un’epoca in cui si discute quotidianamente di cultura dello stupro, il suo affresco è tanto attuale quanto potenzialmente destabilizzante. «È molto facile che certe critiche al consenso vengano strumentalizzate e ci inducano a chiederci: “Non staremo esagerando?» reagisce Guerra. «La genealogia del dibattito risale agli anni ’90, con la moltiplicazione delle denunce per stupro nei campus e i primi protocolli anti-molestie.

Negli ultimi anni, dentro il femminismo, c’è chi – pur restando fermo sul credere e sostenere le vittime – ha mostrato i limiti del concetto di consenso: gli esseri umani sono fallibili e, nelle asimmetrie di potere, il consenso non è la bacchetta magica. Alle donne, poi, è stata a lungo negata una sessualità “contraddittoria”. La retorica che definisce sexy il consenso tralascia un dettaglio: esistono esperienze consensuali tiepide, non entusiastiche che non per questo sono abusi. Ecco perché parlo di zone grigie: non per relativizzare, ma per riconoscere la complessità delle situazioni. È un discorso da maneggiare con cautela».

Femminismo di ieri e di oggi: che fine ha fatto il confronto?

Le atmosfere di After the hunt rimandano espressamente al cinema di Woody Allen e alla cancel culture che ha colpito il cineasta, accusato di abusi, mai incriminato né condannato. «L’idea che non si possa usare un’idea o indicare un riferimento perché vige un vincolo implicito o un’autocensura mi sconvolge» ha spiegato Guadagnino. «Per me la cancel culture non esiste» commenta Guerra. «Esistono le persone – anche gli approfittatori, che appena hanno l’occasione di distruggere l’immagine pubblica di una persona saltano sul carrozzone – ma nella maggior parte degli abusi è innegabile che pesino asimmetrie di potere enormi; l’influenza simbolica e materiale di un professore non è paragonabile a quella di una studentessa. E, uscendo dal perimetro privilegiato dell’Ivy League, in qualsiasi contesto sociale, demografico ed economico sono sempre le donne a subire la maggior parte degli abusi».

Se la cancel culture finisce per occultare squilibri reali, la rarefazione dei luoghi di confronto, sostituiti da percorsi solitari e arene digitali, trasforma il dissenso in scontro tra individui e reputazioni, alimentando proprio l’equivoco su cui il film indaga. «Oggi buona parte del percorso femminista di una ragazza avviene in solitudine» conclude Guerra, «Si leggono libri, si seguono influencer o personalità, ma l’elaborazione non passa più dal confronto reale. Così si perde l’idea che le cose vadano negoziate e affrontate insieme, anche nel conflitto. Nei documenti del femminismo degli anni ’70 emergono dibattiti durissimi: proprio quel lavorìo collettivo teneva insieme differenze e costruiva politica. Oggi quella palestra di confronto manca, per tante ragioni, e ciò incide sul come affrontiamo situazioni già molto complesse per tutti».