Dei suoi 33 e più film, almeno due l’hanno resa indimenticabile. Anzi, per essere più precisi, due sequenze di quei film sono entrate nel gotha del cinema di tutti i tempi, immortalando Kim Novak come la seduttrice remissiva, quasi passiva ma pericolosa, appartenente a quella schiera di donne che senza darsi troppo da fare incatenano gli uomini. Una gatta pigra e sensuale dagli occhi carichi di mistero e languide promesse. Basterebbero questi due film a rendere più che meritato il Leone alla Carriera con cui la Mostra di Venezia ora finalmente la premia.
La consacrazione con il capolavoro di Alfred Hitchcock
Ma torniamo a quelle due sequenze. La prima è in Picnic di Joshua Logan (1955): il lungo ballo con William Holden sulle note di Moonglow, così carico di tensione fisica da non permetterci di staccare gli occhi. Kim l’ha raccontato così: «Quella notte c’era un tornado nella città vicina, il fiume era gonfio, la tensione e l’energia di questo dio del sesso (Holden, ndr) hanno reso quel ballo speciale». Insomma, c’era un sacco di elettricità nell’aria ed era soprattutto Kim a sprigionarla.

La seconda sequenza è ancor più famosa e ha consacrato La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (1958) come uno dei capolavori assoluti della storia del cinema, al terzo posto nella classifica mondiale secondo il Guardian.

La donna che visse due volte
Kim, tailleur grigio e capelli biondi raccolti a spirale sulla nuca, esce dal bagno di una stanza di hotel avvolta in una luce verdastra. Ad aspettarla c’è James Stewart, che le ha chiesto ossessivamente di vestirsi e pettinarsi in quel modo per poter ritrovare e riamare la donna che ha visto morire senza poterla salvare. Kim è un fantasma, un’apparizione, l’illusione necrofila intorno a cui si snoda il thriller capolavoro di Hitchcock.
Su questa scena sono stati versati fiumi d’inchiostro: Hitch voleva Vera Miles, ma l’attrice era incinta. Così la scelta del vecchio volpone cadde su Kim, la bionda “ghiaccio bollente”, come lui definiva le sue attrici predilette. Gatte morte che però avevano artigli affilatissimi. Kim divenne così Madeleine e il suo doppio Judy in Vertigo (il titolo originale) o La donna che visse due volte (quello italiano). E senza di lei quel film non sarebbe stato lo stesso. Perché Kim ipnotizzava James Stewart e il pubblico con quel profilo da sfinge, con quella languida, morbida arrendevolezza capace di trascinare nel gorgo chi le si avvicinava.

Kim Novak e le origini di una star libera e ribelle
Kim nella vita è stata però, come spesso succede, molto diversa dall’immagine che il cinema ci ha regalato. «Una star libera e ribelle nel cuore di un sistema che non ha mai smesso di criticare» l’ha definita Alberto Barbera, direttore della Mostra di Venezia. Nasce a Chicago da una famiglia di origini ceche il 13 febbraio del 1933. Il padre era professore di storia, ma dopo la crisi del ’29 aveva dovuto rimboccarsi le maniche e, in cerca di lavoro, si era messo a fare il controllore dei treni. Per la stessa ragione Kim, giovanissima, durante le vacanze estive si era prestata come modella in un tour promozionale per i frigoriferi della Detroit Motor Products Corporation.
Arrivata a San Francisco insieme a due amiche, aveva deciso di tentare la fortuna a Los Angeles. Non poteva immaginare che nella città degli angeli si sarebbe fermata per lungo tempo: era stato infatti un agente a presentarla a Harry Cohn, mogul della Columbia Pictures in cerca di future star come Rita Hayworth o Marilyn Monroe, disposte a produrre montagne di dollari in cambio di un’illusoria celebrità.
L’insofferenza di Kim per lo star system
La prima cosa che Harry Cohn fece fu quella di chiederle di cambiare nome, perché «nessuno sarebbe mai andato a vedere il film di una ragazza dal nome polacco». Cohn suggerì di sostituirlo con Kit Marlowe e Kim lo mandò all’inferno. Accettò soltanto di cambiare il suo vero nome Marilyn Pauline in Kim. Ma il cognome Novak rimase. In cambio, acconsentì a tingersi i capelli biondo platino. La battaglia col tycoon non fu però semplice, e non soltanto per il nome. «Cohn cercava di fare di me e Rita (Hayworth, ndr) due rivali, mi chiamava per leggermi le recensioni negative, mi feriva. Ho scoperto poi che Rita aveva trovato un altro modo per sopportarlo: l’alcol» ha raccontato in un’intervista al Guardian, descrivendo anche l’insofferenza per la pressione dello star system.
Io non mi riconoscevo con tutto quel trucco, scappavo a toglierlo in bagno. È difficile restare aggrappata a te stessa quando intorno la gente ti chiede di essere diversa. Devi imparare a dire no.

L’attrice e il no alla carriera hollywoodiana
E no Kim lo sapeva dire senza paura. Dopo film come Picnic, L’uomo dal braccio d’oro (1955), Pal Joey (1957), Una strega in paradiso (1958), Hollywood continua a offrirle il misero stipendio di 1.250 dollari alla settimana. E lei cosa fa? Sciopera per rinegoziare il compenso, ottenendo da Cohn quasi di triplicare la cifra: 3.000 alla settimana. Ai giornalisti dice: «Non mi piace essere sfruttata». Per un’attrice pronunciare quelle parole negli anni ’50 non era proprio cosa da poco. Se lei non ama Hollywood, a sua volta Hollywood le è matrigna: Cohn arriva a minacciare il cantante Sammy Davis Jr., con cui Kim ha una relazione, di rompergli le gambe se non sparisce dalla circolazione nel giro di 48 ore; il matrimonio con l’attore Richard Johnson dura soltanto poco più di un anno; la sua casa a Bel Air viene distrutta da una frana di fango.
Spossata e depressa, nel 1966 Kim abbandona la Mecca del cinema – salvo sporadiche apparizioni in film e serie tv – per ritirarsi a dipingere, scrivere poesie e allevare cavalli a Big Sur, sulla costa della California. Sarà lì che incontrerà il suo secondo marito, Robert Malloy, che col cinema non ha nulla a che vedere: è infatti il veterinario chiamato al telefono da Kim per curare uno dei suoi cavalli. I due rimarranno insieme dal 1974 al 2020, anno della morte di lui.
La seconda vita di Kim Novak
Davvero Kim è la donna che visse due volte. Lo star system, la celebrità e poi il ritiro nella natura a cavalcare ogni giorno, a dipingere e ad affrontare le avversità che la vita ancora le riserva: nel 2000 la sua nuova casa in Oregon andrà a fuoco incenerendo tutti i suoi quadri e nel 2010 Kim si ammalerà di tumore al seno. Ma la bionda ragazza ceca ha sempre avuto la tempra di chi sa sopravvivere: a 92 anni è a Venezia per ricevere il Leone d’Oro alla carriera e rivedersi nel doc di Alexandre Philippe Kim Novak’s Vertigo. Ancora una volta sullo schermo Kim, in tailleur grigio, uscirà lentamente dalla porta avvolta nella luce verde e diventerà Madeleine. Il fantasma femminile mai dimenticato da chi ama il cinema.