«Penso sia giusto restituire agli altri un po’ della propria fortuna». Michele Riondino non è solo uno dei migliori attori del nostro cinema. Ama mettersi al servizio di cause ed eventi sociali, come il Concertone del Primo Maggio nella sua Taranto, del quale cura dal 2012 la direzione artistica insieme a Diodato e Roy Paci. E ha scelto l’impegno anche nel debutto alla regia, nel 2023 con Palazzina Laf, raccontando il reparto-lager dove negli anni ’90 erano confinati gli impiegati scomodi dell’Ilva che non volevano accettare il declassamento a operai (il film ha vinto tre David di Donatello, tra cui quello al miglior attore per Riondino, che ne era anche protagonista).
Il 47enne artista pugliese si spende per la città natale, che ha lasciato giovanissimo per Roma, con lo stesso miscuglio di energia e naturalezza che mostra sullo schermo. Nel giro di un anno ha attraversato i secoli interpretando uomini molto diversi: Jacopo, braccio destro di Edmond Dantès nella serie Rai Il conte di Montecristo; poi il compositore Antonio Vivaldi nel recente Primavera di Damiano Michieletto; adesso lo psicologo Stefano Mangiaboschi in Illusione, il nuovo film di Francesca Archibugi nelle sale dal 7 maggio.
È la storia di una ragazzina moldava di 16 anni legata a un giro di prostituzione, che una sostituta procuratrice (interpretata da Jasmine Trinca) affida al terapeuta: Rosa, questo il nome della ragazza, è inconsapevole delle violenze subite, vive in un suo mondo di illusoria allegria e, disinibita com’è, spiazza Mangiaboschi provocando un insieme di turbamento e tenerezza e facendolo pericolosamente uscire dai binari professionali.

Trattenere le emozioni in scena: tra ruolo, psicoterapia e fragilità umana
Da attore è stato difficile mostrare un uomo nel momento in cui trattiene le emozioni, visto che non può, per il suo ruolo, lasciarle andare?
«Con Francesca Archibugi abbiamo parlato molto dei meccanismi che scattano tra terapeuta e paziente: entrambi ne abbiamo esperienza. Mangiaboschi deve gestire l’incantesimo che questa giovane è capace di creare, le emozioni che risveglia in lui: da un lato è lusingato dall’interesse della ragazza, dall’altro è consapevole della sua grande fragilità».
La psicoterapia è preziosa nel suo lavoro, oltre che a lei personalmente?
«Trovo che sia fondamentale nella vita. Detto questo, il lavoro dell’attore comprende lo studio psicologico di ogni ruolo. Il percorso che fai con il tuo psicoterapeuta è lo stesso, solo che al posto del personaggio ci sei tu. Purtroppo non è accessibile a tutti. Lo vedo a Taranto: molte persone ne avrebbero bisogno e non possono permettersela».
Taranto nel cuore: dalle radici all’impegno sociale (con una passione per il rock)
Lei è molto legato alla sua città, eppure da ragazzo le stava stretta ed è andato via.
«Vero, a 18 anni non mi offriva la possibilità di formarmi nella recitazione, per questo mi sono trasferito a Roma. Poi la lontananza ha fatto sì che i legami e le radici si fortificassero. E quando sono emerse le inchieste sull’Ilva, nel 2012, mi sono impegnato a dare il mio contributo come personaggio pubblico. Oggi dedico molte energie a Taranto, oltre a tornarci per vedere i miei genitori e i miei fratelli. Faccio parte dell’associazione Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, il Concerto del Primo Maggio è autofinanziato».
Si esibisce anche lei con il suo storico gruppo rock?
«Lo facciamo in altre situazioni, in feste e sagre caciarone (ride, ndr). Ho un gruppo di amici con i quali ci divertiamo a fare rock’n’roll, io canto e suono la chitarra. Abbiamo un repertorio di rockabilly, classici del rock e molto Celentano».
Se mai ci sarà un biopic del Molleggiato dovrà candidarsi…
«Sicuro, me lo studierei. Dovrei anche ballare, anzi molleggiare».
Dalla timidezza al palcoscenico: come nasce la vocazione per la recitazione
Tornando alla sua adolescenza, come ha scoperto di voler recitare?
«Non essendo uno studente modello e neppure uno sportivo, mio padre mi chiese cosa trovassi interessante, oltre a ciondolare in giro con gli amici, e a me venne in mente il teatro. In realtà era un sogno segreto, perché ero così timido che faticavo pure a dire il mio nome. I miei sono stati bravi a incoraggiarmi. Così ho seguito i laboratori della cooperativa teatrale CREST di Taranto e, finite le superiori, ho chiesto di entrare all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma. Facendo teatro ho sfidato le mie paure».
Se le sue figlie volessero recitare, come reagirebbe?
«Di sicuro non le ostacolerei. Avere genitori così aperti come i miei ti insegna ad avere la stessa disponibilità: cerco di stare in ascolto delle mie figlie, come loro hanno fatto con me. Assecondo le loro passioni, anche passeggere. Al momento la più grande ama il fumetto, mentre la piccola vuole fare tutto… Sono molto curioso di vederle crescere (ha avuto Frida e Irma, di 12 e 7 anni, con la make up artist Eva Nestori, ndr)».
Scegliere i ruoli tra sfide e registi: il percorso tra cinema, tv e nuove ambizioni
Ha iniziato la carriera con ruoli televisivi, da Distretto di Polizia a La freccia nera, poi è passato al cinema di autori come Mario Martone, Marco Bellocchio, i fratelli Taviani. Come sceglie i progetti?
«Mi interessa capire l’approccio e cerco registi curiosi, che magari mi offrano la gestione del “giocattolo”, come Francesca Archibugi per Illusione. La mia scelta non dipende dalle battute che avrò, ma da quello che posso condividere con i registi. Da quei ragionamenti che arricchiscono il film e anche noi come persone».
Ci sono stati ruoli difficili da accettare?
«L’unico è stato Il giovane Montalbano: il confronto con Luca Zingaretti, il Montalbano adulto, non mi ha fatto mai stare tranquillo. Allora mi è servito molto parlare con lo scrittore Andrea Camilleri, il suo creatore, e con lo stesso Zingaretti. E anche fare qualche proposta a me necessaria per accettare la sfida».
Nel cassetto ha un nuovo film da regista?
«C’è un progetto, però è prematuro parlarne. Sicuramente ho voglia di tornare dietro alla macchina da presa, ma continuo a sentirmi più attore che regista. Se lo farò, sarà per un film e un tema che mi stanno particolarmente a cuore».
Dopo 25 anni di carriera ha sconfitto la timidezza?
«Ogni tanto salta fuori, ma non è più così invalidante. Il palcoscenico aiuta: nascondersi dietro una maschera, e mettersi nei panni degli altri, è la soluzione migliore per noi timidi. Il paradosso è che, per farlo, dobbiamo stare al centro dell’attenzione. È una contraddizione che affascina. A volte ci manda in crisi, ma forse è proprio quello che, masochisticamente, ci piace infliggerci».