C’è chi si sente vivo solo quando l’agenda esplode, il telefono vibra e la giornata è una maratona senza pause: stress addiction, eccola la nuova dipendenza, scandagliata con cura dagli esperti. Se l’iperattività è il tuo carburante emotivo, l’adrenalina la tua colazione, spalmata in abbondanza su pancake attenzione: sotto la superficie patinata del “ce la faccio a far tutto” potrebbe nascondersi qualcosa di meno glamour. Naturalmente non si tratta di una diagnosi clinica ufficiale, ma di un pattern comportamentale diffuso, soprattutto tra persone performanti, ambiziose e abituate a vivere “always on”. Secondo la sociologa Valentina Di Liberto, presidente della cooperativa sociale onlus Hikikomori di Milano, questo stile di vita non è affatto innocuo. Anzi. «Le persone che si sentono vive nell’iperattività — spiega — spesso hanno una percezione interna di inadeguatezza, una sensazione di vuoto, di non essere abbastanza». Un motore potente, certo, ma alimentato da una benzina emotiva instabile. Sotto la carrozzeria Ferrari, una modesta utilitaria.
Stress addiction, cosa dice la scienza
Le red flag, sul tema, sventolano che è una bellezza. Lo stress, infatti, rilascia adrenalina e cortisolo, che possono dare una sensazione temporanea di energia, focus e controllo. Innanzitutto i sintomi: ci si sente “energizzanti” ma stanchi, esausti ma incapaci di staccare la spina, ansiosi e annoiati quando non si è sopraffatti. Col tempo, sostiene il terapista Georgie Collinson – il cervello può iniziare a collegare le situazioni di forte pressione e il sollievo che ne consegue come ricompense positive. La stress addiction è differente dalla growth anxiety che di norma accompagna le fasi della crescita ed è tossica. Lo psichiatra Richard A Friedman la tocca pianissimo: “Possiamo paragonare la growth anxiety alla seccatura di trovare una perdita in cantina, e la stress addiction alla tragedia di perdere casa durante un uragano”. Chiaro? Cristallino, direbbe Tom Cruise in quel celebre film.
Emozioni forti, like e alta tensione
Ma cosa c’è dietro tanta agognata efficienza? Spesso perfezionismo, bisogno di approvazione e fragilità tenute accuratamente sotto chiave. «Possono esserci tratti depressivi sotto soglia — aggiunge Di Liberto— che vengono soffocati da un flusso continuo di azioni. Non c’è il tempo di ascoltarsi». In altre parole: se non ti fermi mai, non rischi di sentire ciò che fa male. E tutto questo non riguarda solo il lavoro. Lo stress-addicted cerca intensità ovunque: nelle relazioni, nei social, nella vita quotidiana. «C’è un forte bisogno di approvazione, di non sentirsi soli, di essere visti», osserva la sociologa. Like, follower, obiettivi raggiunti, l’attività professionale come un distintivo d’onore: ecco, le prove tangibili del nostro valore. Tutte lì in bella mostra.
Stress addiction e relazioni controllanti
Il problema? Questo ritmo non si spegne quando si chiude il laptop. Entra in casa, nella coppia, nella famiglia. «Lo stesso livello di iperattività viene portato nelle relazioni: programmazione, controllo, pianificazione. La giornata deve essere organizzata per tutti». Anche per i figli, anche per il partner. Sempre con le migliori intenzioni, ma con effetti non sempre felici. Non è raro che proprio in famiglie molto performanti emergano ragazzi in ritiro sociale o dipendenze tecnologiche. «A volte i genitori non si rendono conto del collegamento tra la pressione esercitata e la fuga del figlio nel virtuale» sottolinea la sociologa.
Perfezione a tutti i costi (anche per gli altri)
Chi vive così spesso è anche molto competente, realizzato, persino brillante. Ma tende a estendere i propri standard a chiunque abbia accanto. «Sono persone che non si accontentano, hanno un modello di perfezione in testa — spiega Di Liberto — e lo appiccicano addosso agli altri. Il rischio è non accorgersi della sofferenza altrui. Non per cattiveria, ma per una sorta di “cecità emotiva” indotta dalla corsa continua. Predisposizione personale e contesto sociale si intrecciano». Perfezionismo, tratti ossessivi o narcisistici possono far parte di un’inclinazione caratteriale, ma il mondo contemporaneo fa il resto. Competizione permanente, cultura della performance, modelli di successo iper-efficienti: tutto spinge sull’acceleratore.
Tecnologia e stress addiction amici per la pelle
E i social amplificano il fenomeno. «Oggi possiamo osservare quotidianamente lo stile di vita delle persone di successo — dice Di Liberto — e molti lo prendono come modello da imitare». Allenamenti all’alba, produttività estrema, vite senza pause: il messaggio implicito è che fermarsi significhi fallire. Il risultato? L’età degli stressati si abbassa. «Questi tratti compaiono sempre prima, già nell’adolescenza. Il fenomeno della stress addiction non è nuovissimo ma l’attitudine alla performance – di qualsiasi genere – compare sempre prima, nei ragazzi che incontro si esprime spesso in turni massacranti di palestra».
Che succede quando il treno si ferma?
Non confondete però la stress addiction con il fenomeno del workaholism: il workaholic teme di non fare abbastanza, lo stress addicted è terrorizzato dal silenzio e dalla calma. In comune hanno questa passione per l’iperattività e la velocità, ma i motori che li spingono non si somigliano. Per entrambi però, finché la macchina corre, tutto sembra funzionare. Ma basta un imprevisto — perdita del lavoro, crisi di coppia, malattia — e il castello può crollare. «Possono verificarsi crolli emotivi, depressione, angoscia, attacchi di panico», avverte la sociologa. Improvvisamente, senza il rumore di fondo dell’iperattività, emergono parti di sé mai esplorate. E fanno paura. Spesso è proprio una crisi a costringere allo stop. «Queste persone chiedono aiuto quando qualcosa spezza il meccanismo: una separazione, un tradimento, un problema di salute».
Stress addiction o passione incontrollabile?
C’è una differenza fondamentale tra chi è iperattivo per passione e chi vive una dipendenza. «Se una persona riesce a fermarsi, a prendersi cura di sé, a costruire spazi di rigenerazione, allora siamo davanti a una forma di equilibrio che funziona», chiarisce Di Liberto. Il campanello d’allarme suona quando non si è più capaci di staccare senza provare ansia, senso di colpa o vuoto. In fondo, il vero lusso non è avere un’agenda piena. È poterla chiudere senza paura.