Eccomi qui. 24 anni, giornalista, perennemente connessa ma con un desiderio atavico di sparire ogni volta che un conoscente mi rivolge la parola al supermercato. Sono quella che, se vede il vicino di casa nell’androne, finge improvvisamente un interesse smodato per le etichette delle cassette della posta o si mette a frugare nella borsa con l’ansia di un cercatore d’oro, pur di non riempire quei dieci secondi di battute di circostanza. “Bel tempo, eh?”, “Già, inizia a fare caldo”. Morte interiore.

Ho passato anni a perfezionare la tecnica del “telefono all’orecchio” (anche se dall’altra parte c’è solo il vuoto cosmico) per evitare i convenevoli davanti al banco dei surgelati. Per noi introverse, le small talk sono il male assoluto: un bla-bla superficiale che ci sottrae energia preziosa. Noi vogliamo la sostanza, i “deep talk” esistenziali sul senso del destino o sui massimi sistemi. Eppure, proprio mentre stavo per brevettare un mantello dell’invisibilità per schivare gli ex compagni del liceo, la scienza ha deciso di darmi torto.

La sorpresa della ricerca: non è il tema, è il “ritmo”

Proprio in questi giorni, i media (tra cui il Time) hanno acceso i riflettori su una ricerca freschissima pubblicata lo scorso 13 aprile sul Journal of Personality and Social Psychology. La notizia è questa: noi sottovalutiamo clamorosamente quanto siano piacevoli le conversazioni sugli argomenti “noiosi”. Elizabeth Trinh, la ricercatrice a capo dello studio, ha messo alla prova 1.800 persone chiedendo loro di parlare di cose che giudicavano soporifere: la Prima e la Seconda guerra mondiale, i libri di saggistica, il mercato azionario, i gatti o le diete vegane, e in alcuni esperimenti erano gli stessi partecipanti a suggerire il loro argomento più noioso, indicando cose come la matematica o i Pokémon. Prima di iniziare, tutti pensavano: “Sarà un incubo”. E invece? Chi ha partecipato si è divertito molto più del previsto. Il segreto sta nella differenza tra la parte “statica” (l’argomento) e quella “dinamica” (l’interazione). Se leggi la trascrizione di un dialogo sul meteo, sbadigli. Ma se sei lì, e c’è quello scambio di battute, quel sorriso, quella reattività, il piacere non viene da cosa dici, ma dal fatto stesso di esserci. In pratica, è l’interazione che conta, non se stiamo parlando dell’assurdo prezzo del diesel.

Molto più che semplice aria fritta

Questo concetto non è nuovo. Già a inizio Novecento, l’antropologo Bronisław Malinowski spiegava che quando ci salutiamo o parliamo del più e del meno, stiamo creando una “comunicazione fàtica”. Non stiamo cioè scambiando dati come se fossimo computer, ma stiamo usando le parole come un lubrificante sociale per stabilire sicurezza e familiarità. I contenuti sono quasi irrilevanti. Ci stiamo solo ricordando l’un l’altro: “Ehi, ci sono, siamo insieme”. In psicologia, queste chiacchiere sono come l'”ingrediente inattivo” di una pillola, seguendo la metafora dell’esperto Matthias Mehl: da sole sembrano non fare nulla, ma sono l’impalcatura necessaria perché possa funzionare il principio attivo, ovvero il legame profondo. «Di solito non è possibile avvicinarsi a uno sconosciuto e lanciarsi subito in una conversazione profonda ed esistenziale, a causa delle convenzioni sociali», spiega Mehl. Senza il “Ciao, come va?” non arriveremo mai ai discorsi che ci piacciono davvero.

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Perché pensiamo di essere negate (mentre siamo bravissime)

Il punto è che noi introverse rimuginiamo molto, prima delle interazioni sociali – “Sto per dire questa cosa: sarà quella giusta? Sembrerò divertente? Farò una figuraccia?” – e soffriamo di un errore di valutazione cronico. La psicologa Gillian Sandstrom, autrice di Once Upon a Stranger: The Science of How “Small” Talk Can Add Up to a Big Life, sottolinea un paradosso: mentre pensiamo di essere sopra la media in quasi tutto, quando si tratta di avere una conversazione informale ci sentiamo sempre le peggiori della classe. «Penso che sia perché il senso di appartenenza è molto importante per noi, ci sembra una posta in gioco alta, quindi la paura di non riuscire a entrare in sintonia prende il sopravvento».

Esiste il cosiddetto liking gap, “divario di gradimento”, teorizzato dai ricercatori tra cui la stessa Sandstrom: dopo aver parlato con qualcuno di nuovo, siamo convinte di essergli piaciute molto meno di quanto sia successo in realtà. Quella vocina nella tua testa che dice “Oddio, l’ho annoiato a morte parlando del mio cane” è un bug del sistema. Il mio bug è attivo h24 e non è aggiornabile, tra l’altro.

Gli psicologi Nicholas Epley e Juliana Schroeder lo hanno dimostrato con una serie di studi: prima con i pendolari di Chicago, poi replicando i risultati su quelli di Londra. In entrambi i casi, chi veniva invitato a chiacchierare con uno sconosciuto finiva il viaggio con un umore migliore e meno stressato rispetto a chi restava in silenzio. Noi pensiamo che la solitudine sia riposante – e lo sottoscrivo – ma la connessione spesso si rivela un conforto maggiore.

Il potere magico dei “legami deboli”

C’è un’intera categoria di persone che sottovalutiamo: i weak ties, i legami deboli. Il barista che sa esattamente quanta schiuma vuoi nel cappuccino, la vicina che incroci mentre il suo cane tenta di annusarti le scarpe, la cassiera del supermercato che ti chiede se hai la tessera punti. Avere micro-interazioni frequenti con questi “sconosciuti familiari” aumenta il nostro senso di appartenenza e la soddisfazione per la vita. Queste chiacchiere dicono al nostro sistema nervoso che il mondo è un posto prevedibile e non minaccioso. In pratica, commentare il colore del cielo di oggi o il costo delle fragole è un ansiolitico naturale che ci fa sentire meno sole in mezzo alla folla.

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In ufficio: la salvezza della macchinetta del caffè

Se anche tu hai sviluppato un sesto senso per capire esattamente quando la cucina dell’ufficio è deserta prima di andare a rifarti il caffè, sappi che ti vedo e ti capisco. Mi è capitato di considerare i convenevoli tra una scrivania e l’altra come un’interruzione molesta del mio flusso creativo, sì. Eppure, ho dovuto ammettere che quel chiacchiericcio davanti alla macchinetta del caffè – le famose “water-cooler conversations” – è quel “collante sociale” che mi impedisce di trasformarmi in un robot alimentato a scadenze e ansia da prestazione. Se “perdo” due minuti a commentare con una collega l’ultima serie TV prima di tuffarci in una riunione fiume, tutto il meeting scorre meglio e ci sentiamo meno come dei segnali disconnessi in un mare di Excel.

Il piccolo segreto: sbagliare aiuta

Una cosa che la ricerca ci dice e che trovo stranamente confortante: fare una gaffe non è un disastro. Il Pratfall Effect, “l’effetto sgambetto” studiato in psicologia, dimostra che un piccolo errore ci rende più umane e simpatiche agli occhi degli altri. Le persone competenti che paiono impeccabili risultano distanti; chi inciampa, anche solo verbalmente, diventa invece avvicinabile. Insomma, se rovesci un po’ d’acqua mentre parli, sorridi: hai appena conquistato il tuo interlocutore senza nemmeno volerlo. Per noi che passiamo le conversazioni a fare il replay mentale di ogni parola sbagliata, sapere che quegli stessi scivoloni ci rendono più simpatiche è quasi una liberazione.

Conclusioni (oneste)

Molto probabilmente non diventeremo mai le regine dei salotti, e va bene così. Ma la prossima volta che la collega di scrivania ti chiede cosa hai fatto nel weekend mentre aspettate l’ascensore, non vederla come un’aggressione alla tua privacy. E la prossima volta che una sconosciuta in libreria nota il romanzo che stai prendendo e ti dice che l’ha adorato, invece di mimetizzarti tra gli scaffali, lasciati coinvolgere. (Tanto non la rincontrerai più: ci diciamo tutti così, no?). Considerali piccoli esercizi di… igiene mentale? Queste interazioni a basso rischio regolano il nostro sistema nervoso, ci fanno sentire riconosciute e costruiscono, pezzetto dopo pezzetto, una vita più ricca e connessa. Quindi, durante la mia prossima passeggiata, farò un respiro profondo, toglierò le cuffiette e… sì, chiederò se quel cane è un Golden Retriever. Anche se so benissimo che lo è. Auguratemi buona fortuna.