Quando ho letto la notizia della morte di Beak Se-hee, scomparsa a 35 anni in «circostanze misteriose», mi sono sorpresa a pensare che di inaspettato tutto sommato ci fosse ben poco. Il suo progetto d’esordio nella letteratura, Vorrei farla finita, ma anche mangiare toppokki (2018), è stato uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni eppure di fittizio non aveva nulla. Si trattava di una trasposizione delle sedute dalla psichiatra della scrittrice, che da anni sperimentava i sintomi della depressione, e solo un anno dopo è arrivato persino un sequel – I Want to Die but I Still Want to Eat Tteokbokki (2019).
Il racconto della malattia mentale senza filtri, come ha fatto coraggiosamente Beak Se-hee, è una delle più importanti conquiste della nostra generazione. È grazie a queste operazioni di “normalizzazione” se piano piano i disturbi della mente stanno perdendo la loro natura di tabù, se in molti possiedono le competenze per riconoscerli, e ci sono più opportunità per debellarli. Eppure, proprio come per le malattie vere e proprie, a volte sono i pionieri della lotta al male a non riuscire a salvarsi. Parlare, confrontarsi, fare rete è importante, non possiamo tornare indietro. Ma cosa possiamo fare per far sì che la narrazione che facciamo della salute mentale faccia bene sia a chi ne parla che a chi ascolta? Qual è il limite di questi racconti, che troppo spesso fanno tanti danni quanto bene?
Salute mentale e disturbi: parliamone (ma bene)
Certo, se penso ai primi che si sono messi a nudo raccontandosi senza censure, mi vengono in mente soprattutto celebrità. Da Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park che dopo aver scritto veri e propri inni (tanto di sofferenza quanto di rinascita) si è tolto la vita nel 2017, a VIP che hanno lottato fino all’ultimo contro le loro dipendenze. Come Matthew Perry e Liam Payne, recentemente scomparsi.
Ma ogni giorno sui social ci sono ragazzi e ragazze che conquistano follower grazie alla forza dei loro racconti di quotidianità, vedono i like moltiplicarsi grazie a foto e video che mostrano la loro realtà senza filtri. Dai primi racconti, timidi e coraggiosi, nascono su quasi tutte le piattaforme spazi di condivisione che permettono a molti di farsi forza a vicenda, come ad altri di sprofondare sempre di più.
Su X (ex Twitter) è quasi impossibile non incappare nei thread (lunghi scambi di commenti e consigli) dell’EDtwt, la community di persone che soffrono di disturbi alimentari. C’è chi racconta la sua rinascita e manda messaggi di speranza, certo. Ma anche chi diffonde pratiche di fasting e digiuni, o nuove idee per punirsi o distruggersi i muscoli con esercizi ultra-stancanti.
Narrazioni necessarie, eppure rischiose
«La GenZ confonde l’alfabetizzazione emotiva con la salute», scrivono alcuni giovani reporter di una rete di citizen media indiana (Youth Ki Awaaz). Mi chiedo se non sia lo stesso per la salute mentale. Sui social c’è una vera e propria estetica che va dalle foto di tagli e margherite che spopolavano su Tumblr a frasi tratte da brani come Iris dei Go Go Dolls o This is me trying di Taylor Swift. Sappiamo nominare disturbi che fino a due generazioni fa non erano nemmeno conosciuti, abbiamo reso parte delle discussioni quotidiane termini clinici (gaslighting, trigger). Eppure non siamo in grado di proteggerci dai tanti, troppi rischi.
«Non è parlare di salute mentale che porta dei rischi, è il “come” lo facciamo», spiega la psicologa clinica Gaia Bresciani. «Il rischio principale è sicuramente quello di peccare di superficialità, il che porta con sé due problemi interconnessi: il primo è l’iper-semplificazione del disturbo».
Non è raro infatti incappare in post su Instagram o video di TikTok a dir poco destabilizzanti, come a voler provare che ognuno di noi, alla fine, è un po’ malato. Dall’ADHD, l’ultima ossessione social, all’autismo, che si comincia a cercare persino sulle dating app. Non è raro infatti leggere veri e propri “annunci” del tipo «Cerco ragazza lievemente autistica».
«Diventa facile passare ore su Instagram e diagnosticarsi qualcosa, perché tutti noi abbiamo delle caratteristiche che possono essere riconducibili a tratti considerati patologici. Tuttavia, non è la presenza di una caratteristica/sintomo ad essere patologica, lo diventa quando va sopra la soglia di normalità. Ad esempio, se sono triste per due giorni sto sperimentando un sintomo simile a quello di una persona depressa. Ma perché si possa parlare di depressione questo stato dovrebbe durare almeno due settimane». E solo psicologi, psicoterapeuti e psichiatri hanno le competenze per fare diagnosi e accompagnarci in percorsi di guarigione.
L’iper-etichettatura: se la malattia mentale è “il tuo brand”
Il secondo rischio è invece quello dell’iper-etichettatura. La diagnosi, nel mondo dei social che da una parte ci amalgama tutti e dall’altra ci consente una “via facile” al successo, può essere scambiata facilmente per un’etichetta, una parte indissolubile della propria identità che può essere anche la chiave per emergere. «Le persone cercano un linguaggio che dia senso alle loro difficoltà, e le diagnosi offrono categorie semplici e immediate. Il rischio però è quello di incasellarsi nella propria diagnosi, interpretando tutto attraverso l’etichetta che hanno ricevuto e rinunciando alla possibilità di cambiamento».
Normalizzare la patologia non significa e non deve significare glamourizzarla.
E devono essere soprattutto i professionisti a rendersi conto che oggi dare ai ragazzi la possibilità di nominare la sofferenza è importante, ma anche rischioso.
Il vantaggio maggiore: guarire o essere riconosciuti?
«Se l’identità, come il riconoscimento social, si appiattisce alla sola diagnosi, diventa l’unico modo di ottenere e mantenere riconoscimento». Questo vantaggio secondario, di cui si fa esperienza inconsciamente, rischia di superare apparentemente quello che si trarrebbe dallo stare meglio. Si tratta di una dinamica comune, che però i social estremizzano. Il rischio è di dimenticare che il fine del trattamento è il benessere, qualunque cosa esso significhi per noi: un percorso soggettivo, che non può sottostare a standard imposti.
Parlare di salute mentale è sempre più necessario, ma dobbiamo assicurarci di farlo per bene e nel pieno della consapevolezza. Quando la malattia mentale diventa un contenuto, un lavoro, un brand, i rischi dell’inconscio sono dietro l’angolo. E a differenza dei sintomi più evidenti, ci mangiano da dentro, ci fanno fare passi indietro, alla lunga ci logorano. Serve non restare mai soli, non temere di parlare con professionisti, non temere di fare un passo indietro, parlare di altro, ricordare al mondo – da quello delle relazioni a quello dei social – che la malattia mentale è solo parte di quello che siamo, ma c’è molto altro.