L’atmosfera a casa è sempre più tesa. C’è chi si sveglia di soprassalto alle due di notte dopo aver sognato di fare scena muta davanti alla commissione e chi, appena apre gli occhi, conta mentalmente quanti giorni mancano all’esame. Sono circa 500mila i giovani italiani che stanno per affrontare la maturità: praticamente una città grande quasi quanto Genova, stretta tra ripassi dell’ultimo minuto e considerevoli dosi d’ansia. E non è tutto. Perché a fronte dei pochi 18enni che hanno una visione del “dopo” piuttosto lucida, in moltissimi brancolano nel buio. Provano test per entrare in università selezionate con scarsa convinzione, cercano di immaginare il loro futuro – quello che la F maiuscola – quando, fino a ieri, la preoccupazione più grossa era l’interrogazione di matematica. Arruffano risposte alla domanda che tutti, immancabilmente, si sentono in dovere di fare ai maturandi: hai deciso cosa farai l’anno prossimo?
Maturandi in crisi: il mondo li vorrebbe sempre sul pezzo
Mi sono sforzata di ricordare la sensazione che ho provato io, a quei tempi. È passato un secolo, ma riesco a descriverla abbastanza bene. Era come correre la maratona con le scarpe scomode mentre la gente accorsa a vedermi sudare mi urlava che, se non mi fossi spicciata, la mia vita sarebbe caduta a pezzi. «È normale non avere le idee chiare su cosa si farà dopo le superiori» afferma Valentina Vicari, psicologa clinica e della riabilitazione per bambini, adolescenti e genitori (@imperfettavale). «Ed è altrettanto normale che questa sia una fase caratterizzata da forte confusione e senso di inadeguatezza». La pressione della società amplifica il disagio. «Il mondo sembra aspettarsi che i 18enni imbocchino una direzione precisa con entusiasmo. Come se fosse semplice capire chi si vuole diventare quando si sta ancora cercando di mettere completamente a fuoco la propria identità».
Quando avere troppe opzioni paralizza
Molti adulti li liquidano in fretta: svogliati, superficiali e poco ambiziosi. Eppure dietro i tentennamenti dei maturandi in crisi c’è tutt’altro. «C’è il timore di deludere le aspettative dei genitori e di scegliere la strada sbagliata finendo, magari, per restarne intrappolati» osserva la dottoressa Vicari. «Oggi ai ragazzi viene chiesto di decidere prestissimo il loro futuro, in una società che da una parte promette infinite possibilità e dall’altra seleziona, valuta e mette continuamente alla prova». Avere davanti troppe opzioni non fa necessariamente sentire più liberi: a volte manda in tilt. «Alcuni ragazzi sembrano procrastinare o evitare il discorso sul loro domani, ma raramente è per disinteresse: è un blocco decisionale ed emotivo legato alla paura e all’ansia». Ansia che è davvero comune.
Dalle domande tecniche a quelle emotive
Secondo una ricerca realizzata da UGL e Luiss Business School, il 60% dei giovani italiani vive con forte ansia la scelta dell’università. Nel Sud e nelle Isole la percentuale sale al 68%. Il criterio principale per decidere, per 63 ragazzi su cento è il lavoro che sperano di ottenere in futuro. Quale facoltà offre più opportunità? Dove si guadagna di più? Nel frattempo, la loro nebbia rischia di avvolgere anche noi genitori che, nel tentativo di aiutare, trasformiamo ogni conversazione in una specie di colloquio di orientamento. «Molti ragazzi sono stati educati più ad adattarsi che ad ascoltarsi» osserva Vicari. «Parlare di sbocchi, stipendi e carriere può essere giusto, ma non basta. Dovremmo anche invitarli a riflettere sugli ambienti in cui si sentono a loro agio, sui temi che li incuriosiscono, su che cosa gli dà energia e che cosa, invece, li prosciuga. Domande meno tecniche, ma essenziali per evitare di scegliere una strada solo perché sembra quella giusta sulla carta».
Ai maturandi in crisi (forse) serve un po’ di aiuto pratico
Un altro modo per dare una mano è sicuramente fornire un supporto pratico. «Può essere utile ricordare la data di un’iscrizione o una scadenza, aiutare a mettere ordine tra le informazioni e le eventuali scartoffie» suggerisce la dottoressa Vicari. Occhio, però, a non essere troppo invadenti. «Spesso a quest’età i ragazzi non sono maghi nell’organizzazione: hanno bisogno del sostegno dei genitori, ma anche di sentirsi competenti e responsabili. Il punto, allora, non è fare tutto al posto loro, ma capire quando intervenire e quando invece restare un passo indietro». Anche una domanda semplice può fare la differenza: “Preferisci organizzarti da solo?”. «Se un ragazzo ha paura di non essere all’altezza e il genitore si precipita a risolvere ogni problema, quella preoccupazione può rafforzarsi: il messaggio implicito diventa “non sei abbastanza grande e in gamba da cavartela senza il mio intervento”».
Anno sabbatico: la soluzione più temuta
E se la scelta giusta fosse, semplicemente, prendersi un po’ di tempo prima di scegliere? In Italia l’idea dell’anno sabbatico continua a mettere in allarme molti genitori, invece non è sinonimo di fuga o perdita di tempo. «Ovviamente non va passato sul divano, sperando che la confusione si risolva da sola: dev’essere uno spazio di crescita, non di isolamento» dice la dottoressa Vicari. «Per i ragazzi che arrivano alla fine delle superiori esausti e seriamente “scollegati”, però, fermarsi per qualche mese per mettersi alla prova in esperienze concrete – lavorare, viaggiare, imparare competenze pratiche – può fare la differenza, aiutandoli a rimettersi in carreggiata e a capire meglio cosa li entusiasma davvero al di fuori della scuola».
Ai genitori il compito di restare saldi (e saggi)
Vedere un figlio che attraversa una fase di smarrimento fa paura. E spesso, proprio per proteggerlo, si finisce per mettergli addosso altra pressione: lo si incalza, lo si confronta con chi sembra più deciso, si prova a spingerlo fuori dall’incertezza trasmettendogli ulteriore ansia. «Invece nel dubbio si può stare» osserva la dottoressa Vicari, «ed è importante che i ragazzi sentano che non avere subito una risposta non li rende sbagliati». Uno dei compiti più difficili, per un genitore, è forse questo: non allarmarsi davanti alla loro confusione. «Non minimizzarla, certo, ma nemmeno trasformarla in una tragedia. Dire, con i fatti prima ancora che con le parole: questo momento è faticoso, ma tu hai tutte le risorse per attraversarlo. Se imboccherai una strada e poi capirai che non è la tua, potrai cambiarla. Hai la forza per farcela. E io intanto resterò qui, porto sicuro da cui ripartire».