Avete presente Friends e il Bar Central Perk? O il mitico Alf di Happy Day, dove si trovavano Ricky Cunningam e il resto della banda di amici di Fonzie? Quel tipo di locale, sotto casa o nel quartiere, era più che un ritrovo: un luogo dove chiacchierare, confessarsi amori e ascoltare musica. Ecco: è semplicemente scomparso. Se ne sono perse le tracce, lasciando un grande vuoto specie negli over 40 e over 50. Perché rappresentava il “terzo posto”, né casa né lavoro. Un luogo neutro che oggi per la Gen Z sembra sostituito dal mondo digitale.

Il terzo posto è scomparso

Chi ha superato i 50 anni lo sa bene: fino a qualche anno fa esistevano luoghi che oggi appaiono “mitici”. A madri e padri capita spesso di raccontare di quei ritrovi – estivi e non – in bar o sale giochi dove, davanti a juke box o seduti ai tavolini si passavano ore a chiacchierare, a raccontarsi storie personali, a sfogarsi con gli amici. Locali dove potevano nascere o finire amori, insomma: posti che non fossero la scuola per i ragazzi (o il lavoro per i più adulti), né la casa. Posti dei quali sembra non esserci più traccia: le piazze appaiono più vuote, sedersi sui gradini è persino vietato in molte città e i centri commerciali non offrono quello stesso senso di “seconda casa”.

Nuove forme per gli spazi delle relazioni

«Il terzo posto è uno spazio dove trovare appartenenza, familiarità e relazioni spontanee. In passato aveva la funzione sociale di permettere alle persone di incontrarsi senza uno scopo preciso, semplicemente per stare insieme. L’avrebbe anche oggi, ma la vita è più frammentata e scandita da agende fitte di impegni», osserva la sociologa Virginia Vandini. «Molti incontri vengono programmati anziché nascere spontaneamente. Tuttavia, il bisogno di un terzo posto non è venuto meno: l’essere umano continua ad avere bisogno di luoghi in cui sentirsi accolto, riconosciuto e parte di una comunità. Forse, quindi, il terzo posto non è scomparso, piuttosto ha perso parte della sua centralità e ha assunto forme diverse», aggiunge Vandini.

A caccia del third place

Qualcuno ha cercato, in realtà, di riproporre quello che in inglese è definito come il third place. Qualche catena di caffetterie, come Starbucks, ha tentato di proporsi come “terzo posto”, ma il risultato non ha nulla a che vedere con le location rese iconiche da serie tv come Friends o persino Una mamma per amica (basti pensare al caffè di Luke). Ray Oldenburg ha cercato di descrivere il third place come “quei luoghi pubblici che ospitano regolarmente ritrovi volontari, informali e incontri tra amici, che non siano il regno della casa o del lavoro”. Eppure il terzo posto va molto oltre: è il coinvolgimento emotivo che lo caratterizza a fare la differenza tra uno spazio urbano qualunque e un “luogo del cuore”.

Le relazioni fanno la differenza

Non è un semplice spazio geografico, dunque: «Non è il luogo in sé a fare la differenza, ma la qualità delle relazioni che quel luogo rende possibili – chiarisce Vandini – Un vero terzo posto è uno spazio in cui ci si sente a proprio agio, dove si può essere se stessi e dove si sviluppa una familiarità che va oltre la semplice fruizione di un servizio. È un luogo in cui si viene riconosciuti, non soltanto accolti come clienti. Per questo motivo gran parte degli spazi commerciali falliscono molto spesso nel tentare di svolgere questa funzione. Un centro commerciale o una grande catena possono favorire l’incontro, ma difficilmente generano da soli quel senso di appartenenza che nasce dalla continuità delle relazioni.

Over 40 e over 50 spaesati

Da qui nasce un’altra considerazione, che riguarda chi è cresciuto anche guardando serie tv che celebrano, non volendo, quei “terzi posti”, o che ha vissuto in prima persona il valore aggiunto di certe relazioni di amicizia: «Per gli over 40 e over 50 i terzi posti possono oggi essere molto diversi tra loro: associazioni culturali, gruppi sportivi, circoli, biblioteche, spazi di volontariato, centri di quartiere, comunità religiose, luoghi dedicati alla crescita personale o al benessere. A ben vedere ciò che li accomuna è proprio la possibilità di creare legami significativi e duraturi». Insomma, ciò che la sociologa sembra suggerire è che non tutto è perduto. Ma la Gen Z?

Si può sostituire con il mondo digitale

Oggi, in effetti, il terzo posto è rappresentato anche dal mondo digitale, quantomeno per i più giovani. Perché è lì che la Gen Z “si dà appuntamento” e messaggia, scambia contatti ed opinioni. «I social network hanno ampliato enormemente le possibilità di connessione, ma non hanno eliminato il bisogno dell’incontro fisico. Spesso il digitale più che sostituire la relazione, la anticipa, la organizza o la prolunga. Molti giovani continuano a frequentare parchi, oratori, associazioni sportive, centri giovanili e altri luoghi di aggregazione. La differenza è che oggi la comunità si sviluppa contemporaneamente online e offline. Credo che la piazza fisica si integri con quella digitale. Come sociologa e counselor vedo ragazzi che costruiscono relazioni che si muovono continuamente tra presenza e connessione virtuale», rassicura Vandini.

L’importanza dell’atmosfera

Forse, allora, il vero segreto del terzo posto, ciò che lo rende tale, è un altro elemento: «Il filosofo Gernot Böhme ha evidenziato come ogni luogo produca una particolare “atmosfera”, capace di influenzare il nostro stato emotivo e il modo in cui entriamo in relazione con gli altri. Ne consegue che “un terzo posto” diventa speciale sia per la sua funzione sociale, sia per il clima di familiarità e appartenenza che vi si respira. Quindi – conclude Vandini – in una società che Zygmunt Bauman definiva “liquida”, caratterizzata da ritmi accelerati e legami più mobili, diventa forse ancora più preziosa l’esistenza di spazi capaci di offrire continuità, riconoscimento e relazioni autentiche, proprio grazie alla loro atmosfera». Online e offline.