Le scelte in ufficio, quelle scolastiche e sportive dei figli, o sanitarie dei genitori anziani, che si sommano alle incombenze burocratiche e all’organizzazione domestica, che spesso comprendono anche cosa preparare per pranzo e cena: il risultato è una sensazione di stanchezza che paralizza la mente, come se non si fosse più in grado di decidere nulla. È la “decision fatigue”, un tempo tipica solo dei giudici e dei top manager, oggi ormai diffusissima, specie tra le donne.
Una nuova “fatigue” con cui fare i conti
Tra le ultime fatiche a cui è stato dato un nome c’è la subscription fatigue, quel senso di frustrazione legato all’arrivo di newsletter o altri prodotti per i quali si è sottoscritto un abbonamento e che non si riescono a degnare di uno sguardo, per mancanza di tempo. Prima ancora c’era la spring fatigue, la stanchezza che accompagna le prime fasi del cambio di stagione, specie in primavera. E che dire della Instagram fatigue, la sensazione di affaticamento dopo aver scrollato foto e video sul social per un’ora o più, che lascia il senso di “abbuffata” di contenuti inutili. Ecco che adesso si aggiunge anche la nuova fatigue.
Decision fatigue: troppe decisioni da prendere
In questo caso la sensazione di spossatezza – unita a volte alla paura di inadeguatezza – è legata al numero eccessivo di decisioni che si è chiamati a prendere in una giornata o comunque in poco tempo. Al lavoro, a casa, per la scuola dei figli o nella gestione delle incombenze quotidiane e delle pratiche burocratiche, ormai sembra cje la decision fatigue non risparmi più nessuno. Forse per questo se ne torna a parlare in modo scientifico, con un nuovo studio che ha indagato in modo più approfondito un fenomeno che in realtà fino a poco tempo fa aveva interessato solo una nicchia di persone.
La Angry Judge Syndrome
Non a caso, infatti, questa fatica ha anche un altro nome: Angry Judge Syndrome o “sindrome del giudice arrabbiato”. Proprio le toghe sono tra le categorie più colpite da quella che, in casi più estremi, viene definita come una sindrome: la difficoltà nel far fronte al dover prendere tante decisioni di una certa responsabilità, con potenziali conseguenze anche molto serie. Uno studio, condotto qualche tempo fa, infatti, ha dimostrato che, quando sono affaticati, i giudici passano dall’autorizzare in media il 65% di provvedimenti di libertà condizionale a zero. Al contrario, dopo una pausa risposante, tornano al 65% di pareri favorevoli. Colpa della stanchezza del cervello.
Il nostro cervello non è fatto (solo) per decidere
«Credo che esista un’asimmetria evidente tra i tempi dell’evoluzione biologica, in cui il nostro cervello si è formato nell’arco di due milioni di anni in ambienti molto diversi dai nostri, e la velocità dell’evoluzione tecnologica e sociale degli ultimi decenni», osserva Luciano Canova, docente di Economia Comportamentale presso la Scuola Enrico Mattei e life coach. Il problema, però, non è che il cervello non sia “programmato” per nuovi compiti o ritmi: «In realtà è un organo plastico, che si adatta, ma con costi e con limiti».
Il cervello e il Sistema 1 e 2
Per capire perché ci si sente costantemente stanchi a livello mentale nel dover prendere decisioni, occorre ribaltare il punto di vista: «Il problema non è tanto che “non siamo fatti per questo”, quanto che le condizioni in cui operiamo oggi richiedono in modo costante l’attivazione del pensiero analitico e riflessivo – spiega Canova – È quello che lo psicologo Daniel Kahneman chiama “Sistema 2”: è lento e dispendioso, mentre noi siamo strutturati biologicamente per delegare la maggior parte delle decisioni agli automatismi del “Sistema 1″», cioè la modalità di pensiero veloce, automatico e intuitivo. Per questo si crea uno «squilibrio tra i due genera affaticamento», aggiunge l’esperto.
Cause ed effetti della Angry Judge Syndrome
La condizione attuale di milioni di persone, quindi, è dovuta a un cambiamento strutturale sociale: «Fino a pochi decenni fa per informarsi, decidere, scegliere bisognava attivarsi, cercare, andare a prendere ciò che serviva. Era un meccanismo di tipo opt-in. Oggi, invece, viviamo in un regime opt-out, di sovraccarico permanente: un flusso continuo e ininterrotto di stimoli, notifiche, opzioni, scadenze e micro-decisioni. Bisogna quindi escludere, scartare, filtrare compiendo uno sforzo enormemente più costoso, perché non ha mai una fine naturale. A questo si sommano la frammentazione dei ruoli, la digitalizzazione delle pratiche burocratiche (che ha spostato sul singolo cittadino un lavoro prima svolto da intermediari: sì, la comodità può avere un costo cognitivo) e l’aspettativa sociale di essere sempre reattivi», osserva l’esperto.
Perché colpisce anche le donne
Non dovrebbe stupire, quindi, che tra le nuove categorie più colpite dalla decision fatigue ci siano le donne, chiamate ogni giorno a scegliere tra troppe opzioni. «I dati su questo sono piuttosto chiari. La gestione simultanea di lavoro retribuito, figli, genitori anziani, incombenze burocratiche e organizzazione domestica produce quello che si definisce carico mentale: non sono solo le attività in sé, ma il fatto di doverle tenere tutte presenti, contemporaneamente, e di essere il punto di riferimento di default quando qualcosa si rompe o cambia», conferma Canova.
La distribuzione dei compiti non basta
Il problema è che la semplice “delega” di alcuni compiti, che è un mantra che le donne si sentono ripetere come unica soluzione a una condizione di potenziale burn out, non è sufficiente: «Anche quando i compiti vengono distribuiti, la responsabilità del coordinamento resta spesso femminile. – spiega infatti Canova – È un lavoro cognitivo invisibile, continuo, e proprio per la sua natura “di sfondo” è particolarmente energivoro: non si interrompe mai del tutto, neanche nei momenti di riposo», che dunque diventano di apparente riposo.
Il rischio della paralisi mentale e decisionale
Il rischio principale è che ci si trovi di fronte a una sorta di paralisi, che blocca ogni nuova decisione. Spesso non rimane che scegliere tra il limbo – per chi può permetterselo – quindi un continuo rimandare le decisioni stesse, meno urgenti; oppure assumersi il rischio di prendere una decisione sbagliata, pur di uscire da una situazione di stallo e liberarsi del pensiero. «Servirebbero, invece, strategie che riducano il numero di decisioni che si devono affrontare in una giornata e che riportino consapevolezza dove serve davvero», spiega Canova.
La strategia delle routine fisse
Il coach, però, suggerisce anche piccoli “trucchi” quotidiani: «Funzionano bene i piccoli interventi di architettura della scelta: routine fisse per le decisioni ripetitive (cosa mangiare, cosa indossare, quando rispondere alle email), in modo da liberare energia per le scelte che contano; raggruppare le decisioni simili in momenti dedicati invece di lasciarle distribuite nella giornata; introdurre piccole frizioni (dette nudge) che obblighino ad attivare il pensiero riflessivo prima delle decisioni importanti, per esempio una pausa imposta, una lista di domande standard, un secondo momento di verifica».
Anche l’AI aiuta?
Si tratta di comportamenti che ciascuno può abituarsi ad adottare e che non coinvolgono gli altri. Anche dall’intelligenza artificiale, però, può arrivare un piccolo aiuto: «Può essere usata in modo “intelligente” – sorride Canova – Ma non come un ulteriore flusso continuo di stimoli, piuttosto come strumento per creare barriere decisionali, sintetizzare opzioni, ridurre la complessità prima che arrivi a noi. La chiave è invertire la logica: meno reazione, più progettazione preventiva delle condizioni in cui decidiamo». Come dire: prevenire (e organizzarsi in modo più efficente) è meglio che curare.