La mostra dei fallimenti è stata un successo. No, non è un ossimoro, è andata proprio così. I fatti: a gennaio, in uno spazio anonimo del Kingsgate Mall, a Vancouver, è accaduto qualcosa di inaspettato. Tra vetrine e corridoi del centro commerciale, ha preso forma il Museo dei fallimenti personali, un’idea nata quasi per necessità da Eyvan Collins, camionista di professione e artista per urgenza. Dopo due rotture sentimentali consecutive, Collins si sentiva sconfitto. Non tanto per la fine delle sue relazioni, quanto per la sensazione più profonda e corrosiva di “aver deluso”. Così ha fatto una cosa controintuitiva: ha chiesto ad altri di mostrargli i loro fallimenti. Ha tappezzato Vancouver di manifesti con la scritta “Cercasi fallimenti” e ha lanciato un appello su Facebook. Sono arrivati un abito da sposa custodito in una scatola dopo un matrimonio finito, le forbici arrugginite di un barbiere che non si è mai sentito abbastanza all’altezza per continuare, un vestito cucito con cinquanta lettere di rifiuto ricevute da caffetterie, gallerie d’arte, residenze artistiche e mostre a cui la studentessa Shawna, 28 anni, non è stata ammessa. Oggetti comuni, carichi di vergogna, trasformati in reliquie laiche. In poche settimane, quasi cento contributi. In mostra, quaranta. Cinquecento, seicento visitatori al giorno. Un successone.

Una mostra sul fallimento: a che serve?

Tutto molto originale. E profondamente umano. Ma perché esporre un fallimento? «Se vivessimo in un mondo che considera naturale e fisiologico il fallimento», osserva la psicologa e psicoterapeuta Cristina Frasca, «questa iniziativa sarebbe probabilmente andata deserta». Il punto è proprio questo: non viviamo in quel mondo. «Viviamo in una cultura che proclama “se vuoi puoi”, “tutto dipende da te”, “tutto e subito”, e intanto trasforma ogni inciampo in una macchia sul valore personale. Non fallisce un progetto: falliamo noi. Non si interrompe un percorso: siamo noi a essere sbagliati». Si chiede la psicologa: «Ma cosa significa davvero fallire? Non raggiungere un obiettivo? Deludere un’aspettativa? E di chi, la nostra o quella degli altri? Non rispecchiare un modello? O non aderire a un’idea di perfezione che, semplicemente, non esiste?». E questo è davvero il punto.

È il perfezionismo che ti frega

Frasca in terapia vede in difficoltà soprattutto persone “ingabbiate dal perfezionismo”, rigide, incapaci di cambiare strada – «un fallimento richiede un cambiamento, no?» – terrorizzate dall’errore. E vede sempre più ragazzi e ragazze che a scuola “non possono sbagliare”. «Un brutto voto diventa una tragedia identitaria. Noi adulti siamo davvero disposti a lasciare inciampare i nostri ragazzi? O li esponiamo, paradossalmente, a un vissuto costante di fallimento proprio perché chiediamo loro di non fallire mai?». Il bisogno di perfezione è una trappola: se inseguo qualcosa che non esiste, inevitabilmente non la raggiungerò. «Siamo limitati, non possiamo tutto, non sempre gli sforzi sono ricompensati, non sempre siamo ricambiati nei nostri sentimenti. Sono banalità solo in apparenza. In realtà, in un’epoca dominata dall’idea di controllo assoluto, sono verità quasi sovversive», spiega.

Il fallimento in mostra? Una terapia

Per questo la frase di una partecipante alla mostra – “i fallimenti non sono un punto fermo, sono un viaggio verso qualcosa” – suona così matura. «È uno sguardo che presuppone un lavoro interiore. Non è un ottimismo ingenuo: è un attraversamento. Un po’ come racconta J. K. Rowling nel suo elogio del fallimento: toccare il fondo non è divertente, ma può significare “spogliarsi di tutto ciò che non è essenziale”. Restituisce il protagonismo nella propria vita». Mettere in mostra un fallimento è esibizionismo? Frasca non lo legge così. «In quella stanza va in scena una trasformazione. Ogni oggetto è un simbolo, una forma data a qualcosa che prima era solo ferita. In terapia, raccontare un fallimento permette di vederlo, di starci dentro senza esserne annientati. Dargli una forma – un vestito di lettere di rifiuto, un paio di forbici arrugginite – aiuta a integrarlo nella propria storia».

La forza della condivisione

Chi riesce a condividere, probabilmente ha già attraversato il tunnel. La cicatrice è visibile, ma la ferita non sanguina più. «Condividere diventa un atto sociale e terapeutico: dà senso al percorso fatto, dare forma al fallimento significa vedere il percorso che si è fatto. Quando invece siamo immersi nel dolore, la condivisione è più difficile. C’è solo il bisogno di dare voce alla sofferenza». Chi tiene per sé il proprio fallimento soffre di più? O è solo riservatezza? «Spesso è negazione – ragiona la psicologa – E la negazione, soprattutto nei ragazzi, prolunga il dolore. Per questo è fondamentale costruire spazi sicuri, senza giudizio, dove l’errore non sia una sentenza ma un passaggio». In fondo, quella stanza al Kingsgate Mall non era una celebrazione dell’insuccesso. Era una celebrazione del tentativo.

Sicure che la mostra racconti il fallimento?

È una stanza piena di cose che le persone hanno provato a fare dedicando tempo e attenzione”, ha detto Collins. Ed è forse questa la vera rivoluzione: spostare lo sguardo dal risultato all’atto di provarci. «Se il fallimento smette di essere una macchia e torna a essere un’esperienza – dolorosa, sì, ma umana – allora non c’è più bisogno di nasconderlo» conclude Frasca. E forse nemmeno di esibirlo. Basterà riconoscerlo per ciò che è: non la fine di una storia, ma una delle sue pagine più vere.