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Beppe Fiorello: porto in tv il dramma della Terra dei fuochi

di Andrea Scarpa
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Nella fiction Io non mi arrendo interpreta il poliziotto che per primo ha indagato sui rifiuti tossici in Campania. «Perché» dice «recitare è il mio modo di fare politica»

Nella fiction Io non mi arrendo interpreta il poliziotto che per primo ha indagato sui rifiuti tossici in Campania. «Perché» dice «recitare è il mio modo di fare politica»

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«Rabbia, emozione e commozione. Questo ho provato quando mi hanno raccontato la storia di Roberto Mancini, il poliziotto che negli anni ’90 fu il primo a indagare su quello schifo che è la Terra dei fuochi, e per questo nel 2014 è morto solo e ammalato di tumore». Beppe Fiorello, 46 anni, parla così della nuova fiction Io non mi arrendo, in onda su RaiUno il 15 e 16 febbraio alle 21, che lo vede ancora una volta alle prese con una storia di impegno civile: quella di un servitore dello Stato che lotta contro i responsabili dello spaventoso avvelenamento dei territori delle province di Napoli e Caserta.

Parte da te questo progetto? «No, ma quando me l’hanno proposto ho accettato subito. La storia di Mancini fa arrabbiare, perché era un uomo serio e motivato che per anni è stato abbandonato dalle istituzioni. Non solo: emoziona e commuove, perché è morto a 53 anni, per colpa di quello che ha respirato durante le indagini nelle aree inquinate dalla camorra. Ha lasciato la moglie e una figlia, che sono state risarcite con 5.000 euro».

Hai fatto in tempo a incontrarlo? «No, ma ho conosciuto Monika, la vedova, che ha collaborato alla sceneggiatura e spesso è venuta sul set. È stato bello averla vicina. Quando interpreto personaggi realmente esistiti, di solito la presenza di familiari o amici mi mette un po’ d’agitazione: stavolta invece mi ha fatto bene. Un giorno, guardando una scena sul monitor, Monika mi ha anche rivolto una battuta: “Quasi quasi mi innamoro di nuovo”. C’era tanto in quella frase: le avevo restituito il marito per qualche secondo. Per me è stata una soddisfazione enorme. Dopo, mentre giravo le scene sui suoi ultimi giorni, mi sono rapato a zero per rendere anche esteticamente tutta la sua sofferenza».

In questa storia c’è spazio per la speranza o è una sconfitta totale? «Difficile nutrire speranze. L’inquinamento in alcune zone è irreversibile. Si può circoscrivere, ma non si può tornare indietro. Chi fa male alla terra fa male a se stesso. Tutti noi dobbiamo salvaguardarla, altrimenti il malaffare continuerà a nutrirsi del nostro disinteresse».

A Roma fai la raccolta differenziata? «Sì, certo. Peccato che sia inutile. I sacchetti con i diversi rifiuti finiscono nello stesso cassonetto. È una presa in giro che va a sommarsi a problemi legati alla politica, all’industria, alla sicurezza. Tutto quello che è successo per anni nella Terra dei fuochi nessuno l’ha mai visto? È impossibile. Dov’erano i vigili e i carabinieri, quando migliaia di camion scaricavano i loro carichi velenosi? Tutti sapevano e ci guadagnavano. Ma anche quelli che hanno lucrato su una tale follia oggi hanno almeno un familiare malato di cancro. Che idioti…».

Chiedi consiglio a qualcuno per scegliere i copioni? «Sì. A volte a un amico, altre a mia moglie Eleonora e ai miei figli Anita e Nicola, 13 e 10 anni. Questo su Mancini e le ecomafie l’ho condiviso con loro».

Hai collaborato alla sceneggiatura di questa fiction: il prossimo passo sarà la regia? «È un mio sogno da tempo. Ho in mente 2 storie tratte da fatti di cronaca importanti ed emozionanti. Vorrei girare un film per il cinema, però, non una fiction-tv. Ovviamente, continuando a recitare. E poi mi piacerebbe anche tornare a fare qualche commedia».

Tanta gente, in Rete e no, dice che le fiction importanti le fai tutte tu. «Ne giro una l’anno e me la guadagno. Nessun direttore generale o capostruttura può decidere quanto deve lavorare un attore. È il pubblico che decide: se funzioni, bene. Se non funzioni, a casa».

Io non mi arrendo è il titolo di questa fiction: tu ti sei mai arreso? «Da adolescente pensavo di non farcela ad affrontare la vita. È stato un periodo delicato, che poteva anche essere pericoloso. Poi la morte di mio padre mi ha aiutato a crescere, a tirare fuori le palle».

Un impegno politico a Roma come lo vedi? «Perché no? A me piacerebbe dare una mano. Il problema sono le strumentalizzazioni: rischierei di diventare un politico, e io non voglio esserlo. Meglio fare politica con le scelte professionali».

A proposito di scelte professionali: l’obiettivo che non hai centrato finora? «Non lo so. Di sicuro rifarei tutto meglio, non sono mai soddisfatto».

Da anni si parla di una possibile collaborazione con tuo fratello Rosario. Lavorerete insieme? «Non vedo l’ora. Io sono pronto. Deve essere lui a decidere. Quando vuole cominciamo».

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