del

Dacia Maraini

di Giusy Cascio
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Una grande protagonista del '900 ci svela le sue gioie, i suoi dolori, i suoi ricordi

Una grande protagonista del '900 ci svela le sue gioie, i suoi dolori, i suoi ricordi

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L'abbiamo seguita, sulle tracce dei luoghi che animano Il treno dell'ultima notte, ora nelle librerie. Così abbiamo capito com'è l'autrice di tanti capolavori. Una signora colta, curiosa, che a 72 anni sa ancora stupirsi. E farci provare emozioni intense.Conoscerla dà un'emozione fortissima. Nei suoi inconfondibili occhi azzurri, appena venati di malinconia, si legge la storia del '900. Quando sorridono, sperano nel futuro delle giovani generazioni. Quando si commuovono, vanno al dolore della guerra, alle atrocità del nazismo e del comunismo. Indelebili.

Dacia Maraini è una scrittrice unica. A 72 anni portati con sobria eleganza, è una donna colta, ma non lo fa pesare. Dalla compagna per vent'anni di Alberto Moravia, dall'autrice di capolavori come L'età del malessere, Bagheria, Buio, ti aspetti lezioni di morale. Da una protagonista indiscussa del teatro italiano, ti aspetti toni sopra le righe.

Invece mai una citazione astrusa o supponente. Solo un consiglio, sussurrato con dolcezza: «Leggete, leggete tanto, soprattutto se volete iniziare a scrivere». Lei, che annota a matita in un taccuino a quadretti tutto ciò che vede, che ascolta, che annusa nell'aria, ha amato Conrad e Dostoevskij, ma di recente anche L'eleganza del riccio, la storia di una portinaia: «Bellissimo. Un riscatto per le donne umili».

Figlia dello scrittore ed etnologo Fosco Maraini e della nobile pittrice siciliana Topazia Alliata di Salaparuta, non esibisce i natali illustri. Se è felice, si lascia andare agli aneddoti. «Porto il filo di perle che mi ha regalato mia madre. Gli altri gioielli di famiglia me li hanno rubati in casa, a Roma. Ora ho solo anelli di vetro, comprati a Venezia». E ancora: «Io e mamma siamo sempre state puntuali. Mentre mio padre e le mie sorelle Toni e Yuki erano ritardatari. Quando papà in stazione diceva: "Vado a bere un caffè", ero certa che avremmo perso il treno».

L'infanzia nel lager

I suoi ricordi d'infanzia si sono fusi con le sensazioni intense che ci ha regalato. L'abbiamo seguita a Vienna e Budapest, le città dove è ambientato il suo nuovo romanzo: Il treno dell'ultima notte (Rizzoli). Appena uscito, ha già venduto 120 mila copie. Un libro «coraggioso» dicono i critici «crudo e appassionato», «il più riuscito dopo La lunga vita di Marianna Ucrìa». Noi aggiungiamo che si legge d'un fiato, dalla prima pagina alla 430esima. E ve lo raccontiamo con le parole che l'autrice ha usato per presentarlo all'Istituto Italiano di Cultura a Budapest.

«È la storia di Amara, una giornalista di 26 anni, inviata dal suo direttore a descrivere come si vive all'Est, oltre la cortina di ferro. Parallelamente, cerca di rintracciare l'amico Emanuele, figlio di facoltosi ebrei viennesi. Da bambini, i due hanno giocato nei giardini di Firenze. E si sono amati. Ora lei vive di memorie. Nel 1939 il piccolo torna in Austria con la famiglia. In pieno delirio nazista, finisce nel ghetto di Lodz, poi, forse, deportato ad Auschwitz.

Quello che resta di lui è un pugno di lettere; Amara le custodisce gelosamente. Una volta in treno, con due improvvisati compagni di viaggio, Hans che di mestiere fa l'accompagnatore di spose all'altare e Howart, bibliotecario dalle scarpe rotte, la protagonista si ritrova in Ungheria nell'occhio del ciclone, durante la rivolta del 1956».

Qui la trama si interrompe e la scrittrice svela: «Questo libro è il frutto di una ricerca. Cercavo la risposta che ancora non ho trovato: com'è potuto accadere? Anch'io a 7 anni sono finita in un campo di concentramento in Giappone, perché i miei genitori erano antifascisti. Ho sofferto la fame, il freddo, la paura, i parassiti. È una ferita che rimane tutta la vita». Durissima, anche perché negli ultimi mesi, al dolore si è aggiunto altro dolore: «La malattia del mio uomo (il regista e attore teatrale Giuseppe Moretti, scomparso a gennaio, ndr). Vederlo spegnersi, in ospedale, dopo 12 anni insieme, è stato tremendo».

Il passato incancellabile

Il finale del romanzo, l'autrice non lo svela. «È una conquista del lettore» spiega al pubblico accorso in massa a Vienna, incluso l'82enne Kurt ("Corrado") Übelbacher, presidente del Maraini fan club austriaco. «Da lì, dalla memoria, inizia il viaggio della coscienza, per non dimenticare» avverte. E da lì, inizia il coraggio di Dacia. Dacia, sì, la chiamiamo per nome perché è così che lei vuole. «Il nome è importante, è la nostra identità» dice.

Non a caso, quando visitiamo la Sinagoga viennese sulla Seitenstettengasse, l'unica scampata agli incendi della Notte dei Cristalli del '38, Dacia vorrebbe scorrere a uno a uno con le dita i nomi delle 65 mila vittime viennesi dell'olocausto, incisi in una scultura di pietra scura. Cupa come l'orrore nazista. Non a caso, quando entriamo nella Casa del Terrore, il museo della rivoluzione ungherese di viale Andrássy, a Budapest, si ferma a leggere i nomi "Imre", "Sándor"... «Operai» nota. «Oppressi prima da Hitler, poi da Stalin, spiati dalla polizia segreta dell'Avo, schiacciati dai carrarmati sovietici».

La serenità conquistata oggi

Dacia ha l'energia di una ragazzina, è vorace di dettagli. A Vienna, al museo della Shoah: «Guardate gli oggetti degli ebrei: noi abbiamo le immagini di Dio e dei Santi, loro i testi della Torah. È il Verbo, la parola sacra». A Budapest, al cinema Corvin: «Qui distribuivano armi e pane ai ragazzi della resistenza». Ma Dacia, che ha girato il mondo per lavoro, conserva l'innocenza vivace di una semplice turista. A Vienna, all'Hotel von Hungarn: «Che meraviglia, il liberty!». A Budapest, guardando il Danubio: «Sembra un mare!».

Sì, una lezione di vita Dacia Maraini, alla fine, ce la dà: anche nei momenti più strazianti, non bisogna perdersi d'animo. E si può accogliere la vita, se non con leggerezza, almeno con levità.

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