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Her, ovvero perché siamo tutti pronti a una relazione col pc

Social network e smartphone hanno cambiato il nostro modo di vivere e comunicare. Ma siamo già pronti ad avere una relazione col pc? Qualche riflessione sul film Her di Spike Jonze.

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Social network e smartphone hanno cambiato il nostro modo di vivere e comunicare. Ma siamo già pronti ad avere una relazione col pc? Qualche riflessione sul film Her di Spike Jonze.

Nella foto il regista e gli attori del film Her.

C'è un film di cui voglio parlare: è uscito nelle sale un po' meno di un anno fa e a giorni arriva in DVD. Si chiama Her — in italiano è stato tradotto come Lei —, è stato scritto e diretto da Spike Jonze e ha vinto il Premio Oscar come Migliore Sceneggiatura Originale.

Ne voglio parlare non tanto, o non solo, perché è un film bello, che vale la pena di essere visto a prescindere dai temi che porta, ma soprattutto perché ci dice qualcosa su di noi, su noi che amiamo e viviamo oggi e su noi che ameremo e vivremo domani, in un futuro non troppo lontano.

La storia è semplice ed è ambientata fra qualche anno: il protagonista Theodore (Joaquin Phoenix), dalla fine della sua più importante relazione, non ha più avuto una donna. Lavora — scrivendo lettere d'amore per conto di altri — e poi torna a casa, in un appartamento freddo e solitario con vista sui grattacieli. La sua vita però cambia presto in modo inaspettato: con l'installazione del nuovo sistema operativo per il computer e il telefono entra nella sua vita Samantha, la voce per comandare tutte le applicazioni (la voce originale è di Scarlett Johansson, in Italia è stata doppiata da Micaela Ramazzotti). Samantha è il complesso risultato di una ricerca tecnologica per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale: Samantha dà risposte interattive e impara vivendo. Presto impara anche le emozioni e Theodore si innamora di lei. Se all'inizio la relazione va benissimo — Samantha, grazie alla sua intelligenza, sa essere comprensiva più di qualunque donna esistente —, le cose poi si complicano: Samantha si evolve troppo e non riesce più a capire, tra le altre cose, l'esclusività del rapporto che le chiede Theodore.

Ecco, questa è più o meno la storia. Si potrebbe liquidare come fantascienza. Ma come spesso è accaduto, la fantascienza è molto di più di una fantasia sul futuro: è una analisi lucida sul presente, talmente lucida che a volte è davvero in grado di fare previsioni su come andranno le cose nella nostra società.

C'è una scena in particolare che mi ha passato questa sensazione, la sensazione che quello che stavo vedendo avesse qualcosa a che fare con me oggi, e con le persone che conosco. La scena in questione è quella in cui Theodore, prima di installare Samantha, una sera solo a casa cerca una donna su una chat con cui fare sesso virtuale. Dopo una breve ricerca, trova una donna con cui consuma il rapporto fatto di descrizioni vocali di quanto si farebbero vicendevolmente se si trovassero nella stessa stanza e nello stesso letto. Raggiunto l'orgasmo, la donna dall'altro capo del telefono sparisce. Theodore rimane solo.

Nell'andamento del film, questa scena attiene ancora a quello che in sceneggiatura si chiama “mondo ordinario”, cioè quello che rappresenta la quotidianità del protagonista e in un certo senso anche dello spettatore. L'avventura non è ancora iniziata (Indiana Jones è ancora un tranquillo professore universitario, Rocky è ancora un pugile di provincia... per fare due esempi di “mondo ordinario” tratti da due film noti), si parla di quello che il pubblico conosce già: solo poi verrà il “mondo straordinario”. In buona sostanza, questa scena di sesso virtuale non è il futuro (rappresentato da quello che Theodore farà con Samantha) ma è il presente. Nel nostro presente, noi siamo disposti a fare sesso senza mai toccare una persona e senza mai averla vista dal vivo.

La domanda da fare è: come ci siamo arrivati? Da una parte la tecnologia che ci permette di condividere a costo quasi zero parole, suoni e immagini in qualunque momento, dall'altra la società che è cambiata e che ci costringe, per via di una maggiore fluidità professionale (ci spostiamo spesso per lavoro), relazionale (abbiamo lontani gli affetti), spaziale (possiamo viaggiare più facilmente e a poco costo) a vivere a distanza molte delle persone a cui vogliamo bene, dagli amici alla famiglia, le persone che amiamo.

Mentre la società si è fatta più fluida e la tecnologia più libera, noi ci siamo adattati all'idea che i rapporti e le nostre vite si potessero virtualizzare: abbiamo imparato a dire ti amo, ti voglio bene per sms, a innamorarci di una persona per le sue parole scritte in una chat, a condividere la bellezza con una foto, a esprimere un'emozione con delle buffe facce disegnate. Ieri per la prima volta ho sentito questa frase e mi ha molto colpito: «non trovo l'emoticon per esprimere quello che provo». Un tempo, a essere latitanti dalle emozioni, erano solo le parole.

Il passo tra qui dove siamo noi ora, cioè una virtualizzazione dei nostri rapporti reali, e il futuro immaginato in Her, dove vivremo dei rapporti del tutto virtuali è assai breve. Se non siamo più abituati ad avere fisicamente vicino le persone — non siamo più abituati a tal punto che persino il culmine di un rapporto sentimentale, ovvero il sesso, si può virtualizzare e che alcune delle coppie che conosco riescono a esprimersi e a non litigare solo nella virtualità, chattando su facebook o su whatsapp, ovvero il luogo in cui la relazione è nata e ha formato i propri codici di espressione —, se siamo pronti a sbarazzarci della fisicità per vivere una relazione, il fatto che dall'altra parte ci sia una persona vera o un computer non è poi più così importante. Forse non ce ne accorgeremmo nemmeno, come non se n'è accorto Theodore innamorandosi di Samantha: il fatto che lei fosse più comprensiva di qualunque altra donna avesse incontrato e il fatto che fosse distante ha reso poco significativo il chiedersi che cosa c'è dall'altra parte. Un computer così come quello di Samantha altro non è che puro cervello senza fisicità, un cervello con infinite potenzialità in più rispetto a quello umano. Tradotto in benefici nella vita concreta: meno rotture di scatole. Un rapporto virtuale è certamente meno oneroso da sostenere, perché appiana le imperfezioni: molte coppie litigano per il tubetto del dentifricio aperto oppure perché lui russa. Sparendo la fisicità, spariscono anche le imperfezioni.

Ma cos'è che porta Theodore e Samantha a rendersi conto che la loro relazione sia impossibile? L'ho detto prima: Samantha è programmata per tendere all'infinito, ovvero alla perfezione. Theodore, in quanto essere umano, è invece imperfetto. È dunque l'imperfezione che ci fa salvi, quell'imperfezione che ci rompe le scatole e che rende difficile un rapporto è invece proprio quella che, quello stesso rapporto, lo rende possibile. L'imperfezione è il cuore del nostro bisogno di essere amati. Solo l'imperfezione ci salverà da stagioni fredde di solitudini virtuali di cui già assaporiamo la prima brezza.

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