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Perché ci piace Gomorra, che dà voce solo al male?

di Antonio Castaldo

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Gomorra
compirà 10 anni tra pochi giorni.

Nel giugno 2006 Roberto Saviano era solo un ventiseienne dalle buone letture e in pochi avrebbero scommesso su un ibrido narrativo tra inchiesta e romanzo che raccontava la camorra del sistema e il clan dei casalesi, temi ai margini delle cronache nazionali.

Quel libro ha invece fatto una strada incredibile.

È diventato un film applaudito a Cannes, una pièce teatrale, ha girato il mondo in decine di traduzioni, ha reso il suo autore una star. Ed ha alimentato un numero incalcolabile di polemiche.

Lo stesso Saviano ha dovuto difendere la propria reputazione anche nelle aule dei tribunali, citando per diffamazione numerosi accaniti detrattori.

Sullo sfondo è rimasta la solita contestazione, riemersa in questi giorni con la seconda stagione della serie Sky Atlantic diretta da Stefano Sollima: "Gomorra è un’apologia del male". I camorristi, Ciro l’Immortale e Genny Savastano, sono gli unici protagonisti della scena. E sebbene trascorrano il tempo spargendo morte, risplendono sotto la luce dei riflettori come eroi assoluti.

"Il bene non viene rappresentato", si legge nelle ricorrenti critiche alla fortunata fiction, le stesse più o meno formulate in occasione della prima stagione, un anno fa, e prima ancora per il film, la riduzione teatrale, il libro.

Non c’è dubbio che una ragione del successo di questo adattamento televisivo è l’atmosfera cupa, direi quasi sacrificale, che incombe su personaggi votati al massacro in un incrocio di vendette che ha qualcosa di sovraumano.

È stato il produttore Riccardo Tozzi il primo a paragonare la serie alla tragedia greca.

Gomorra - la serie sarebbe, secondo questa lettura aristotelica della produzione Sky-Cattleya, la messa in scena di un rimosso rabbioso e urlante del nostro immaginario collettivo.

Ciro e Genny tirano fuori il peggio di noi, della nostra società, ce lo sbattono in faccia con tanto di sparatorie, corpi squartati, uxoricidi e violenze assortite.

In fondo, i buoni siamo noi che restiamo a guardare.

E più ancora Saviano che ha scoperto questo teatro degli orrori, assumendosi l’onere della denuncia.

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