Vittime di violenza di genere: retribuiti tre mesi di assenza dal lavoro

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Ecco che cosa è il congedo per le vittime di violenza di genere, una forma di sostegno poco conosciuta. È riservato alle donne abusate, inserite in un sistema di protezione e temporaneamente assenti dal lavoro

Le donne lavoratrici vittime di violenza di genere hanno diritto, quando sono inserite in un percorso di protezione, ad assentarsi dall’ufficio o dalla fabbrica e a fruire di un congedo retribuito, per un periodo massimo di tre mesi. Per le addette del settore pubblico ci pensa l’amministrazione di appartenenza. Per le lavoratrici del settore privato è l’Inps a corrispondere l’indennità prevista, pari al 100 per 100 dello stipendio base. Ma sono in poche ad essere al corrente di questa forma di sostegno introdotta nel 2015 dal Jobs act, un aiuto che potrebbe fare la differenza.

Donne abusate, maltrattate e picchiate rinunciano a denunciare i partner violenti, e a entrare in un programma di tutela, perché hanno paura delle ricadute sul piano occupazionale ed economico. La controprova? “Da luglio 2015 – rende noto il presidente dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, Tito Boeri - appena in 150 hanno usufruito del congedo per le donne in cura dopo aver subito violenza. È un numero molto basso rispetto alla portata del fenomeno. Ed è il segno che le vittime non sono consapevoli di poter godere di questo diritto”.

Chi ha diritto al congedo per violenza di genere?

Hanno diritto al congedo le lavoratrici del settore pubblico e privato con un rapporto di lavoro in corso di svolgimento. Il requisito fondamentale è l’inserimento in percorsi di protezione attestati e certificati dai servizi sociali del comune di appartenenza oppure da centri antiviolenza o da case rifugio. Sono incluse le lavoratrici autonome iscritte alla Gestione separata dell’Inps. Restano invece escluse le lavoratrici dei servizi domestici e familiari, cioè colf, badanti, baby sitter. Le donne con un rapporto di collaborazione coordinata e continuata hanno una tutela parziale: possono avere la sospensione del contratto lavorativo, ma non percepiscono l’indennità legata economica alla violenza di genere e al programma di protezione.

Qual è il sostegno economico previsto?

L’indennità giornaliera erogata alle lavoratrici sotto protezione è pari al 100 per 100 dell’ultima retribuzione base (considerando solo le voci fisse e continuative) e al 50 per cento in caso di part time. Per il periodo di congedo spetta anche la contribuzione figurativa e si mantiene la progressione dell’anzianità di servizio. I mesi di assenza giustificata rientrano nei calcoli per la maturazione delle ferie, la tredicesima mensilità e il trattamento di fine rapporto. Il datore di lavoro non può mettere il veto

Per quanto tempo ci si può assentare dal lavoro?

Il congedo retribuito è concesso per un massimo di 90 giorni lavorativi, non necessariamente continuativi, e va fruito entro 3 anni dall’inizio del precorso di protezione certificato. I festivi non lavorativi o eventuali periodi di sospensione o pausa dell’attività non si conteggiano. E’ possibile utilizzare il congedo su base oraria (metà delle ore giornaliere lavorate) oppure quotidiana (tutte le ore), sempre che il contratto di lavoro non preveda una sola modalità. La lavoratrice ha diritto alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale, verticale od orizzontale, ove disponibili in organico. Il part time deve essere nuovamente trasformato, a richiesta dell’interessata, in tempo pieno.

Che cosa devono fare le donne del settore privato?

La donna al centro di un progetto di protezione assistito deve avvisare il datore di lavoro con almeno sette giorni di anticipo rispetto all’avvio delle assenze giustificate (a meno che non ci sia un’oggettiva impossibilità), indicando le date di inizio e fine del congedo per violenza di genere e consegnando la certificazione relativa al percorso di protezione, da richiedere alla struttura di riferimento o ai servizi sociali comunali. La domanda va presentata anche all’Inps.

Come si presenta la domanda all’Inps?

La domanda all’Inps va presentata con una delle seguenti modalità:

-attraverso il portale www.inps.it e il modello standard predisposto dall’Istituto (entrare nell’area ‘prestazioni e servizi’, cercare la sezione ‘tutti i moduli’, inserire nella finestrella per le ricerche una parola chiave: es. violenza, genere);

-attraverso il contact center Inps, numero verde 803.164 (gratuito per chi telefona da rete fissa) e 06.164.164 (da rete mobile, con tariffazione a carico di chi chiama);

-attraverso i patronati, gratuitamente.

Vista la delicatezza delle situazioni trattate, garantiscono dalla sede centrale dell’Istituto, si possono continuare ad utilizzare anche canali “tradizionali”: vengono accettate le domande cartacee portate agli sportelli territoriali (dove gli operatori sono disponibili a dare chiarimenti) o spedite per posta. “C’è la garanzia della massima riservatezza. Nel caso manchino dei dati – viene precisato – le donne interessate verranno contattate una ad una”.

Come funziona per le lavoratrici del settore pubblico?

Devono inviare la richiesta di congedo all’Amministrazione di appartenenza, allegando la certificazione che attesta l’inserimento in un percorso di protezione. Per loro, le lavoratrici del settore pubblico, il trattamento entra a far parte della retribuzione ordinaria ed è pagato direttamente dal datore di lavoro.

Chi paga l’indennità alle lavoratrici del settore privato?

L’Inps paga direttamente operaie agricole, lavoratrici stagionali, lavoratrici dello spettacolo a termine o prestazione. Per le altre categorie le somme vengono anticipate dal datore di lavoro e da loro scalate, a conguaglio, dai contributi dovuti all’Inps.

Perché ci sono così poche richieste?

“Purtroppo – risponde Elisa Rebecchi, responsabile tecnico dell’Inca Cgil di Milano – ha ragione Boeri. Sono pochissime le donne che in questi hanno chiesto il congedo per violenza. Noi non abbiano avuto alcuna richiesta di assistenza per le pratiche. E non è solo un problema di scarsa pubblicizzazione di questo strumento, questione che pure esiste. Le donne abusate spesso già hanno paura a esporsi presentando una denuncia e a rivolgersi a un centro di violenza. Chiedere l’indennità significherebbe mettere al corrente di ciò che è successo il datore di lavoro e magari pure i colleghi, perlomeno quelli che gestiscono le pratiche amministrative, e pure degli estranei. Credo che per alcune vittime l’ulteriore esposizione possa essere un freno, un timore. Bisognerebbe forse trovare un modo per superare questo tipo di implicazioni”.

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