È giusto abbassare gli stipendi al Sud?

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Francesco Magnani

Qualcuno propone di ridurre gli stipendi al Sud perché sono uguali a quelli del Nord, dove il costo della vita è superiore. Molti, però, si oppongono all’idea di una retribuzione variabile a seconda della Regione. E noi abbiamo chiesto a due esperti se siano a favore o contro uno stipendio "localizzato".

SI per ANDREA ICHINO, docente di Economia all’European University Institute di Firenze

«Trovo profondamente ingiusto un sistema che, in nome dell’uguaglianza nominale dei salari, attribuisca a un insegnante o un impiegato un potere d’acquisto e, di conseguenza, un tenore di vita molto diversi a seconda di dove vive. Per equità, meglio concedere maggiore libertà di contrattare gli stipendi in base al costo della vita e della produttività locale».

La flessibilità stimola l’occupazione. «Non è un ritorno all’epoca delle gabbie salariali, quando gli stipendi erano fissati dall’alto. Al contrario, va superata ogni rigidità: la Germania dagli anni ’90 ha adottato una maggiore flessibilità degli stipendi e ridotto il divario nell’occupazione tra Est e Ovest. In Italia si potrebbe diminuire quello tra Nord e Sud e, insieme, attirare investimenti nel Mezzogiorno».


NO per ANDREA FUMAGALLI, docente di Economia politica all’università di Pavia

«Sarà pure vero che un insegnante al Nord ha un potere di acquisto minore di un collega al Sud, ma il secondo non ha a disposizione l’offerta di servizi pubblici (trasporti, asili nido) del primo. Basterebbe già questo a riequilibrare l’eventuale disparità tra lavoratori. E l’uguaglianza nominale degli stipendi è molto teorica: in Italia c’è già un’alta flessibilità salariale nel privato».

Si rischia di  impoverire i dipendenti. «Già oggi la contrattazione aziendale prevale su quella nazionale. E il precariato ha abbattuto i salari. Si chiedono stipendi “localizzati” per avere la libertà di abbassarli drasticamente. Questo sarebbe il risultato della cancellazione dei contratti nazionali senza una legge sul salario minimo come ha fatto in Germania. Dopo anni di crisi non si riparte abbassando le buste paga».

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