Tari gonfiata: ecco come chiedere il rimborso

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Lorenza Pleuteri

Il ministero dell’Economia ha ammesso l’errore di calcolo in alcuni Comuni e comunica le istruzioni da seguire per ottenere il rimborso (possibile solo a partire dal 2014 in poi). Peccato che spetti ai contribuenti stessi verificare se gli importi pagati siano corretti o meno e, in caso non lo siano, calcolare la somma di cui si chiede il rimborso

Il ministero dell’Economia e delle Finanze prova a mettere una pezza al pasticciaccio della Tari, cioè gli errori di calcolo dell’imposta segnalati in diverse città e il recapito di fatture “gonfiate” a un numero imponderabile di contribuenti. Ma l’obbiettivo non viene centrato, non in pieno. “La circolare con i chiarimenti - ripete l’avvocato Emmanuela Bertucci, consulente dell’Aduc, l'Associazione per i diritti degli utenti e consumatori – in pratica non dice nulla di nuovo. Viene ripetuto quello che già si sapeva”.

“Si scarica tutto sui cittadini”

“Ribadito l'ovvio – continua l’esperta dell’associazione di consumatori - la circolare in realtà qualcosa aggiunge, ma niente di positivo: spiega ai cittadini che non possono limitarsi a chiedere il rimborso della Tari pagata indebitamente, ma che devono anche indicare l'importo esatto della somma da riavere. Operazione fattibile, se l'avviso di pagamento ricevuto dal Comune contenesse il dettaglio delle quote variabili richieste. Non sempre però è così. Anzi. In questi giorni abbiamo visto diversi bollettini che non riportano il dettaglio delle singole voci”. I contribuenti tartassati, in altre parole, potrebbero non essere in grado di determinare esattamente quanti soldi chiedere indietro, “perché in svariati casi mancano le informazioni di base e i conteggi non sono comunque il massimo della semplicità”.

“Se i cittadini non indicheranno l'esatto importo da recuperare – ripete polemicamente l’avvocato Bertucci, la paladina dei consumatori organizzati - non riceveranno il rimborso. Il ministero prevede che a quantificare la cifra siano loro, i contribuenti, e non le amministrazioni comunali o le società che curano il servizio”.

Quota fissa e quota variabile: il punto

La circolare Mef, in realtà, qualche altro punto cerca di metterlo in evidenza, anche se con risultati a tratti fumosi per i comuni mortali. La Tari, come oramai tutti o quasi hanno capito, è composta da una quota fissa e da una quota variabile. Recita il vademecum ministeriale, testualmente: “La quota fissa di ciascuna utenza domestica deve essere calcolata moltiplicando la superficie dell’alloggio sommata a quella delle relative pertinenze per la tariffa unitaria corrispondente al numero degli occupanti dell’utenza stessa. La quota variabile è costituita da un valore assoluto, vale a dire da un importo rapportato al numero degli occupanti che non va moltiplicato per i metri quadrati dell’utenza e va sommato come tale alla parte fissa”. Ciò premesso, sempre che non si sia perso e riperso il filo, “con riferimento alle pertinenze dell’abitazione, appare corretto computare la quota variabile una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica”.

Le prescrizioni per i Comuni

I Comuni che hanno adottato criteri di calcolo sballati sono invitati a correggere i regolamenti, adeguandosi alle interpretazioni date dal ministero. Non si va oltre, se non per ribadire che modus operandi diversi “non trovano alcun fondamento normativo”.

Rimborsi a partire dal 2014

Posto che si riesca a orientarsi in queste spiegazioni, senza essere costretti a rivolgersi a un consulente, per riavere i soldi sborsati in più o un conguaglio sulle future bollette si dovrà presentare un’istanza al Comune di riferimento oppure alla società di gestione del servizio rifiuti. “Laddove il contribuente riscontri un errato computo della parte variabile – prevede il Mef - lo stesso può richiedere il rimborso del relativo importo”. Sarà possibile sollecitare i rimborsi andando indietro fino al 2014, anno in cui la Tari è stata istituita. Non prima, quando il balzello si chiamava Tarsu ed era disciplinato da regole differenti.

Cinque anni di tempo per le istanze

L’istanza di rimborso va presentata entro cinque anni dal giorno del versamento dell’imposta gonfiata. Non sono previste particolari formalità, precisa il Mef. La domanda deve però contenere tutti i dati necessari a identificare il contribuente, l’importo pagato e la somma – ecco il punto critico - di cui si chiede la restituzione, nonché le coordinate identificative della pertinenza che è stata computata erroneamente nel calcolo della Tari ipertrofica. “Il Comune - ricorda l’avvocato Aduc, Emmanuela Bertucci – avrà 90 giorni di tempo per rispondere e 180 per pagare”. Poi, di fronte a un no o al silenzio rifiuto, agli utenti resterà solo la strada dei ricorsi alle Commissioni tributarie, “antieconomici e con tempi biblici”.

“I regolamenti comunali non sempre sono univoci”

Il resto della circolare Mef suona come un paradosso, anche se scritto in burocratese stretto. “I regolamenti comunali di disciplina della Tari – quelli su cui l’utente dovrebbe basarsi per quantificare il maltolto - in molti casi non contengono un’espressa e univoca previsione in ordine alle concrete modalità di calcolo della tassa nell’ipotesi di cui si tratta, potendosi manifestare l’errore in sede di applicazione degli atti regolamentari ai fini dell’emissione degli inviti di pagamento che specificano le somme dovute per ogni utenza”.

Per le domande di rimborso meglio aspettare

L’avvocato Bertucci consiglia ai contribuenti tartassati di non lasciarsi prendere dalla fretta. “Per valutare la situazione e chiedere i rimborsi abbiamo cinque anni di tempo. Possiamo permetterci di non attivarci subito. Aspettiamo. Cerchiamo prima di capire se e come si muoveranno i Comuni e lo Stato. Poi decideremo, a bocce ferme”. L’auspicio è che enti locali e centrali intanto studino soluzioni positive, senza gravare sulle spalle e sulle tasche degli utenti. “I Comuni dovrebbero schierarsi a fianco dei cittadini e non contro.Come? Facendosi carico di ricalcolare d’ufficio la Tari e di provvedere direttamente, con rimborsi o conguagli, nei casi in cui si siano stati errori. Sviste e svarioni – continua - non possono essere pagati dai cittadini”. Alcuni sindaci, invece, hanno già messo le mani avanti. I buchi di cassa provocati dai rimborsi - hanno spiegato - andranno riempiti, spalmando i soldi da recuperare su chi ha già versato il giusto. “Per evitare che succeda – insiste l’esperta di Aduc – i Comuni dovrebbero fare pressing sul Governo, in modo che si trovino vie d’uscita e risorse, per non penalizzare ulteriormente i cittadini”.

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