Il silenzio uccide più dei proiettili della camorra

Credits: Controluce

Alessandra Clemente ha provato sulla sua pelle la furia della camorra. Era l’11 giugno del 1997. Lei, che allora aveva 10 anni, era sul balcone di casa, a Napoli, quando vide la mamma, Silvia Ruotolo, morire sotto una raffica di proiettili destinata a un camorrista. Oggi Alessandra, 28 anni, avvocatessa e assessora alle Politiche giovanili del Comune di Napoli, vuole ricordare la madre e tutti quelli che sono morti ingiustamente per mano della criminalità organizzata. Perciò ha ideato il “Memoriale delle vittime innocenti di camorra”: il primo spazio di questo genere in Italia.

«Un museo vivo», così lo chiama lei, che sta per nascere nell’antico tribunale di Napoli a Castel Capuano. «Conterrà documenti, articoli di giornale, foto e video». E i sorridenti ritratti in bianco e nero di 106 persone ammazzate dalla camorra. Come Gelsomina Verde, torturata e bruciata a 22 anni; Palma Scamardella, assassinata per errore in un agguato, che ha lasciato una bimba di 15 mesi; Giancarlo Siani, morto a 26 anni per il suo giornalismo sgradito ai boss. «I loro sorrisi appartengono alla città intera» osserva Alessandra «Vorrei che tutti sentissero familiari queste storie».

Quale messaggio desidera trasmettere? «Voglio dare, soprattutto ai giovani, una scossa per reagire. Se sentiamo vicini Gelsomina Verde, Silvia Ruotolo, Giancarlo Siani, e il loro dolore ci gratta la pancia e la coscienza, non presteremo mai il fianco al crimine e alla corruzione: perché quel sangue ci frenerà dal farlo. Siamo noi, con il nostro agire quotidiano, a far sì che non siano morti invano».

Sua madre è stata uccisa sotto i suoi occhi. Come si supera un evento così enorme? «Lei mi ha insegnato a sorridere e mio padre a camminare. Grazie a lui, dopo la morte di mamma, in casa non è mancata la serenità. Per superare il trauma, però, serve anche la vicinanza della società e dello Stato: noi abbiamo ricevuto sostegno psicologico, la moglie del prefetto ci accompagnava a comprare i libri di scuola e ogni 11 giugno, nel commemorare mia madre, la città si fermava con noi. Il dolore non si cancella ma, se non ti senti solo, puoi trasformarlo da benzina di rabbia in motore che ti spinge nella direzione giusta».

Un ricordo speciale, intimo, di Silvia? «La musica che riempiva la casa e le tavolozze da disegno al centro del salotto. Era un’insegnante, brillava di creatività».

Quali altre vittime sente più vicine? «Teresa Buonocore, uccisa a Portici nel 2010 per aver denunciato un giro di pedofilia che coinvolgeva una delle figlie. Le incendiarono la porta di casa, le offrirono 50.000 euro per zittirla,ma non cedette e fu uccisa da due sicari. Sua figlia Alessandra mi ha detto: “Non è vero che mamma, morendo, ha perso. Lei ha vinto con il suo coraggio, oggi noi camminiamo a testa alta”. Mi sento in dovere verso queste vittime, perché io sono stata più fortunata di loro».

In che senso fortunata? «Per me le cose sono andate come dovevano: i colpevoli assicurati alla giustizia, le istituzioni vicine, le luci mediatiche sempre accese. Teresa Buonocore, invece, è poco nota. Il Memoriale è necessario per lei e per gli innocenti caduti nella faida di Scampia o a Secondigliano, di cui ci siamo dimenticati. Come Attilio Romanò, neosposo, ucciso a 29 anni nel suo negozio per uno scambio di persona. Scrissero che era un camorrista. Non era vero».

Dopo la laurea è andata negli Stati Uniti: una fuga dalla città che le aveva fatto tanto male? «Mi ero iscritta a Legge a Napoli spinta dal mio amore per la giustizia. Poi, seguendo i processi per racket e usura, le storie delle vittime mi risuonavano dentro con un’eco troppo forte. Volevo evadere, ma questo atto d’egoismo ha finito per riportarmi al punto di partenza. Negli Usa c’è una profonda cultura della giustizia riparativa, un’estrema attenzione per le vittime. Ho studiato quel modello per interpretarlo a Napoli. E sono tornata».

Lei ha detto che il silenzio fa più paura degli spari. Pensa che Napoli sia indifferente, rassegnata? «Non più, però ha bisogno di una scossa costante per superare la mentalità del “tanto le cose non cambiano” e “se non capita a me, non mi riguarda”. Il tessuto sociale principale è onesto e la rassegnazione va scomparendo: le associazioni antiracket denunciano, i giovani credono nella legalità. Si sgretolano i cliché della Napoli criminale, come quelli della serie tv Gomorra, ma la fiamma del cambiamento va alimentata».

I ragazzi di cosa hanno bisogno per non finire nel crimine? «Resiste l’alibi che solo la camorra risponda alla mancanza di lavoro: è una truffa, che si combatte dando agli adolescenti fiducia e incentivi concreti. Come il piano Sud Innovation, con neolaureati che organizzano visite turistiche impiegando come guide giovani dei quartieri disagiati. O il progetto Sviluppo Napoli: un prestito a fondo perduto per 10 imprese di giovani delle associazioni antiracket».

Da assessore, cosa vorrebbe lasciare alla città? «Alternative alla strada per quelli che io chiamo “ragazzi ombra”, che non lavorano né vanno a scuola. Abbiamo aperto per loro un centro nel quartiere di Pianura, con biblioteca, laboratori di street-art e musica hip-hop: ne servirebbero tanti altri».

E il suo sogno di felicità personale? «Nella prima vacanza da neosposa, mia madre confidava a un’amica la paura di mettere al mondo un figlio in un posto violento come Napoli. Io vorrei riscattare quella paura, vivendo in una città libera dalle armi e dai morti. Dove sarò felice di avere un bambino

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di

Emanuela Zuccalà

Alessandra Clemente aveva 10 anni quando ha visto sua madre morire sotto i colpi destinati a un boss. Per lei, e per tanti come lei, ha realizzato a Napoli il primo “Memoriale delle vittime innocenti”

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