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Alex Schwazer e il nuovo sospetto di doping

di Roberto Moliterni

Sembra che Alex Schwazer, campione olimpico della 50 km alle Olimpiadi di Pechino del 2008, sia stato trovato di nuovo positivo. Ma non importa se sia vero o no. La domanda da farsi è se uno sport così ci piaccia ancora 

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Sembra che Alex Schwazer, campione olimpico della 50 km alle Olimpiadi di Pechino del 2008, sia stato trovato di nuovo positivo. Ma non importa se sia vero o no. La domanda da farsi è se uno sport così ci piaccia ancora 

Roberto Moliterni
Un'opinione di

Roberto Moliterni

Cresciuto a Matera, in mezzo a tante donne, racconta storie per il cinema e sulla carta. 

Alex Schwazer ci sarebbe cascato di nuovo: una provetta di sangue e urine del 1 gennaio, prima risultata negativa, riesaminata recentemente, è risultava invece positiva. Troppi steroidi nel sangue, tracce di doping, per correre meglio.

«I russi lo fanno, non riuscivo ad accettare di gareggiare ad armi impari» aveva detto la prima volta, per giustificarsi.

Verrebbe da dire che errare è umano, perservare è diabolico. O da stupidi. Ma sarebbe troppo facile. E da ben pensanti.

Bisogna, invece, capire.

Poco tempo fa ho letto un bel libro di Carlo Petrini, “Nel fango del dio pallone” (Kaos edizioni): è l’autobiografia di un calciatore più o meno famoso, sempre sul limite di diventarlo, degli anni ‘60 e ‘70. 

Alla fine, veramente ti rimane attaccata addosso quella sensazione di sporcizia che è stare nel mondo del calcio. Di questo fango fa parte, naturalmente, anche il doping. 

Mi hanno impressionato i racconti delle ore in cui Petrini e gli altri calciatori erano costretti a stare chiusi a chiave in una stanza, dopo le partite, per consumare l’energia in eccesso data dalle droghe: camminavano e distruggevano cose. Metà uomini, metà bestie. Erano, per altro, i primi anni in cui si sperimentavano queste sostanze e i calciatori erano come cavie. Non sapevano nemmeno quello che prendevano, l’hanno capito dopo e, se volevano stare in squadra, non dovevano farsi troppe domande.

In un’intervista rilasciata proprio a Donna Moderna, il ciclista Danilo Di Luca ha detto invece che nessuno, nello sport, ti costringe a doparti, ma se non vinci non sei nessuno. E nel momento in cui Di Luca ha deciso di passare dall’essere amatore a professionista, ha dovuto farlo.

A quel punto la tua identità, ciò che sei o ciò che pensi di essere, coincide con quello che fai, e con il successo in quello che fai: doparsi diventa quasi automatico, soprattutto se la pratica è abbastanza diffusa nell’ambiente. 

È possibile pensare uno sport senza competizione? 

No, naturalmente, e non ci sarebbe gusto. Figuriamoci poi in un sistema in cui la competizione c’è anche per fare la fila alle poste o sulle foto che pubblichiamo su Instagram.

Confesso che uno dei motivi per cui non ho mai praticato sport in modo continuativo nella mia vita è perché da adolescente mi percepivo come vulnerabile e la competitività che si respirava nelle palestre, anche fra ragazzi, nei corsi di nuoto o di calcio, sarebbe stata letale per la mia sensibilità, troppo impreparata. Sarei stato facilmente “bullizzato”, si direbbe oggi. 

Forse è la stessa sensazione che avrebbe voluto evitare Alex Schwazer; ma volendoci stare dentro (e non dal di fuori come ho fatto io), per farlo ha dovuto taroccare le carte. Adesso deve fare due volte i conti con il fallimento, una volta per non essere stato all’altezza, una volta per i mezzi che ha usato per non essere stato all’altezza.

Chi sbaglia deve pagare, senz’altro, e la fiducia è difficile da riconquistare: verrà sempre da chiedersi se questa o quella vittoria di uno sportivo sia stata ottenuta con l’inganno o no. Ma se questa notizia fosse confermata, se non c’è stato nessun errore nelle analisi delle provette, non prendiamocela solo con Schwazer.

Piuttosto chiediamoci se uno sport così, ci piaccia ancora. 

A me piace lo sport cacarione e improvvisato, mi piacciono le armate brancaleone che compiono imprese epiche un po’ per caso, in modo imperfetto. Ecco, se devo dire un corridore che mi piace quello è Forrest Gump. Quando gli chiedono «Perché corre?», lui risponde semplicemente «Avevo voglia di correre». 

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