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Cosa vuol dire difendere un pluriomicida

L'avvocato di Anders Behrin Breivik, l'autore della strage di Utoya, condannato due anni fa, racconta in un libro la sua vita al fianco di un mostro. E spiega che cosa, a difendere un assassino, ci guadagna tutta la società

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L'avvocato di Anders Behrin Breivik, l'autore della strage di Utoya, condannato due anni fa, racconta in un libro la sua vita al fianco di un mostro. E spiega che cosa, a difendere un assassino, ci guadagna tutta la società

Poco più di 2 anni fa, il 24 agosto 2012, il tribunale di Oslo stabiliva la sentenza per Anders Behring Breivik, il responsabile della strage di Utoya, in cui morirono 69 ragazzi tra i 14 e i 20 anni.

Oggi il suo avvocato difensore, Geir Lippestad (a sinistra nella foto, con  Breivik), ha pubblicato un libro e raccontato a un settimanale tedesco, la Suddeutsche Zeitung, la sua vita dopo la fatidica telefonata: quella in cui gli si chiedeva se accettava di rappresentare un simile assassino. Io ho trovato il suo racconto molto intenso, emozionante, perché, nei vari salotti tv, non mi è mai capitato di sentire le dichiarazione dell’avvocato di un serial killer. A volte è difficile identificare chi è davvero normale e chi no. E avere a che fare con l’indecifrabile mette seriamente alla prova chiunque affronti il problema.  È successo anche a Lippestad che, all’inizio, ricorda di aver pensato alla famiglia. Ai figli. Ma poi, spiega, è stata proprio sua moglie a convincerlo. «Mi ha detto che rifiutando sarei stato come un medico che non cura un omicida. Se si è convinti di poter affrontare qualcosa, bisogna farlo» è stata la conclusione.

Non che per l’avvocato, nonostante l'evoluta società danese, sia stata una passeggiata. Contro la sua casa alcuni sconosciuti hanno gettato pomodori e la loro abitazione è stata sorvegliata e difesa dalla polizia. Anche per i due bambini piccoli non è stato semplice. Al nido, «gli altri genitori non volevano che i miei figli andassero in giardino con i loro bimbi». Ma dopo qualche giorno la normalità è tornata. Chapeau.

Da quel momento, però, è iniziato il faticoso percorso di Lippestad. Chi è veramente sano, cosa distingue un pazzo dagli altri? Sono le domande che si è posto di fronte all’omicida: all’inizio era convinto dell’infermità di mente di Breivik. L’aveva invocata in Tribunale, addirittura, lavorando per sei mesi con il suo team per poterlo dimostrare. Ma poi «quando un uomo descrive in modo dettagliato come ha ucciso 77 persone e lo si deve ascoltare senza commentare, ponendo domande con professionalità e prendendo appunti, bisogna cercare di non pensare. A volte, all’inizio, tornavo a casa e quando vedevo i miei figli, qualcosa in me si incrinava. Così ho sempre cercato di elaborare le mie emozioni prima di rientrare».

Abbandonata poi la linea dell’incapacità di intendere e di volere, è stato ancora peggio. Non giudicandolo più un matto, «a volte dovevo concentrarmi e pensare: è sempre un uomo. Non ha mai mostrato nessun segno di pentimento». Dopo aver patito fatica e dolore, l’avvocato è soddisfatto di non aver perduto la sua anima. Ma ne ha attribuito il merito al suo Paese: « Se noi trattiamo un terrorista come qualunque altro uomo e facciamo attenzione ai suoi diritti e alla sua essenza, questo diventa la nostra forza», ha spiegato. «Credo che i norvegesi in qualche modo l’abbiamo capito. Hanno compreso che non ho assunto la difesa perchè condividevo le idee di Breivik, ma perché credevo nel diritto alla difesa, anche da parte dello Stato».

Io sono ammirata. E grata a questo avvocato di aver ricordato che ci sono cose giuste in assoluto, come la difesa di ogni cittadino. Rifiutare di svolgerla avrebbe danneggiato la società intera quanto l’atto di Breivik. E, come insegnava una filosofa, troppo volte «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male». Voi siete d'accordo?

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