Noi, figli delle famiglie moderne

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    Credits: Mondadori Portfolio

    VIVERE SOLTANTO CON MAMMA MI HA INSEGNATO A NON AVERE PREGIUDIZI

    «Mio padre non l’ho mai visto neanche in foto. Quando ero piccolo, mia madre mi diceva che lui era come Peter Pan: non voleva crescere né avere figli» racconta Francesco Agostinacchio, 27 anni, impiegato in una clinica privata e appassionato di viaggi. Fino ai 14 anni ha abitato a Bari, poi per ragioni di lavoro si è trasferito con la mamma Caterina a Varese.

    «Non conoscevo altri figli di ragazze madri» dice. «Se in famiglia si è solo in due, puoi decidere di fare impazzire tua mamma o di essere collaborativo. Io ho scelto la seconda opzione, ma a volte mi dispiaceva non essere spensierato come i miei coetanei. Loro, invece, invidiavano il rapporto aperto che avevo con mamma». Francesco è cresciuto sereno, anche se «ai professori o agli allenatori obbedivo poco» ricorda. «Da grande ho capito perché: mio padre mi aveva rifiutato e io di riflesso rifiutavo l’autorità maschile. Questo, però, mi ha anche aiutato ad avere uno sguardo critico: per esempio, non sopporto le battute sessiste».

    Oggi Francesco è fidanzato e desidera avere figli per scoprire che padre diventerà: «La famiglia per me è un valore, un luogo di persone tenute insieme dalla solidarietà. Non bisogna giudicarla dalla sua forma o dal numero dei suoi componenti. E sono felice di vedere che oggi avere un solo genitore non è più considerato strano».

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    SIAMO 5 FRATELLI: I NOSTRI GENITORI NON CI HANNO MAI VIZIATO

    Ci sarà solo papà Paolo al Family Day: mamma Marta e figli restano a casa, perché andare a Roma in 7 costa troppo. «Quando dico che siamo 5 fratelli, restano a bocca aperta, come se fossimo di un altro pianeta. Ma questa è la mia famiglia, non riesco a immaginarne un’altra» racconta Simon Pietro, 17 anni, quarto anno di liceo di Scienze applicate e velocista di atletica leggera.

    A casa Delprato, a Siena, «non siamo mai meno di 10 tavola: chiunque è benvenuto» sintetizza Gabriele, 22 anni, il maggiore, capo scout, che da poco è partito per studiare Matematica a Milano. Elisabetta, 20 anni, violinista e aspirante musicoterapeuta, invece, è tornata dopo 2 anni di Conservatorio a Roma. Adesso vive in stanza con la sorella Maria Pace di 9: «Devo rispettare il silenzio, non posso leggere la sera o stare con il fidanzato in camera. Mi pesa, ma siamo cresciuti con l’idea che lo spazio è di tutti: vuol dire che dormo di più e imparo la pazienza».

    A Elisabetta piace l’educazione che ha ricevuto e si sente forte dentro la sua cultura cattolica: «Per me, il momento di fare un figlio non arriverà quando la carriera sarà avviata o la casa sarà perfetta, ma quando sentirò di poterlo amare. E allora mi sposerò davanti a Dio». Gabriele chiede l’ultima parola: «Con così tanti figli nessuno ti fila se fai scene da viziato, non c’è un tempo esclusivo per te, la borsa della piscina la prepari da solo, se vuoi la playstation è facile che non ci siano i soldi per comprarla. A dieci anni ti arrabbi, ma a 20 ti scopri più maturo dei tuoi amici e sai vivere da solo».

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    PAPÀ È GAY E HA UN COMPAGNO: NON C’È NULLA DI SBAGLIATO

    «Avevo 3 anni quando mio padre mi fece conoscere Giacomo. Dai gesti e dalle parole intuivo che per lui era una persona importante. E da quel momento, in modo del tutto naturale ai miei occhi, entrò a far parte della nostra vita» ricorda Nadia Miorini, 23 anni, studentessa di Educazione sociale e culturale all’università di Bologna. La sua mamma ha sempre saputo e accettato l’omosessualità dell’ex compagno. Così l’affido di Nadia è stato davvero condiviso.

    Racconta la ragazza: «Da piccola percepivo che l’amore tra papà e Giacomo, riguardava anche me e ci rendeva una famiglia». Le vacanze insieme, la pizza il sabato sera, i giochi, come succede in tante case. «Crescendo, e conoscendo le famiglie degli altri bambini, però, mi resi conto che la mia era diversa. Alle elementari parlavo liberamente agli altri di papà e Giacomo. Mi divertivo a osservare le facce incredule, senza capire bene il perché delle loro espressioni. Alle medie capii che oltre allo stupore c’era qualcos’altro. In quegli anni ho assistito a molti episodi di bullismo omofobico tra i miei compagni di scuola che sentivo proiettati su di me. Mi chiusi in me stessa, sapevo che mio padre veniva giudicato perché era gay. Avevo sviluppato un senso di vergogna e di inadeguatezza.

    Nel tempo, dentro di me sono riuscita a superare questo ostacolo. Ho imparato che non conta il suo orientamento sessuale, ma l’amore che mi ha sempre trasmesso. Ancora oggi c’è disinformazione e pregiudizio sulla famiglia omogenitoriale. Ma io, per esperienza, so che per crescere bene servono armonia e stabilità, un rapporto vero fondato sulla comprensione. Perciò vorrei che ogni famiglia avesse gli stessi diritti e che la diversità non fosse vista come una minaccia, ma come un arricchimento».

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    LA FIDANZATA DI MIO PADRE ASPETTA UN BAMBINO. E IO SONO FELICE

    «Il mio primo ricordo di famiglia è in campeggio: io che imparo ad andare in bici senza rotelle. I miei si sono separati subito dopo». Giulia (che preferisce non dire il cognome né farsi fotografare) ha 14 anni, fa il liceo artistico a Milano, ascolta i Red Hot Chili Pepper e ogni tanto si cimenta con il cake design. Aveva 4 anni quando i genitori si sono lasciati e per i successivi 5 ha vissuto con la madre e il nuovo compagno di lei. «Non era mio padre, non accettavo le sue regole e discutevamo spesso» spiega.

    «Quando se n’è andato, siamo tornati al solito tran tran: io e mio fratello abitiamo con mamma e passiamo i mercoledì e i weekend alternati da papà. Mi stufa attraversare la città, ma ci tengo a stare con lui e quindi sopporto la fatica. Vorrei che i prof capissero: se dimentico un libro, non posso tornare indietro. Invece mi rimproverano. Per fortuna in classe ci sono altri figli di separati. Alle elementari e alle medie ero l’unica e mi sentivo a disagio». Un bilancio, oggi, su questa famiglia allargata? «Non siamo perfetti ma c’è continuo movimento: ora la compagna di papà aspetta un bambino e io sono felice».

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Lucia Ferrante

Mentre arriva in Parlamento il disegno di legge sulle unioni civili, al Family Day si manifesta in difesa del matrimonio. Qui diamo la parola ai ragazzi cresciuti in contesti non tradizionali. Che hanno molto da raccontare sul significato di “normalità”

Due donne o due uomini si possono sposare in Inghilterra o in Spagna. E la loro convivenza è riconosciuta in Grecia, Germania, Austria. L’Italia è l’unico Paese dell’Europa occidentale a non avere una norma sulle unioni civili.

Di questo si occupa il disegno di legge Cirinnà, discusso al Senato in questi giorni, e fortemente voluto dai cittadini che sabato 23 gennaio hanno riempito 98 piazze al grido di #SvegliatItalia. Nel frattempo, a Roma, il 30 gennaio c’è il Family Day, manifestazione a difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e «del diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà». La giornata organizzata dal comitato Difendiamo i nostri figli si inserisce nelle polemiche tra favorevoli e contrari alle unioni civili. Uno scontro che si fa aspro quando si parla delle tutele dei minori.

A ben vedere, però, oggi un numero sempre più grande di ragazzi cresce in case che, per un verso o per un altro, non assomigliano al tradizionale nucleo mamma-papà-figlio. Che stato d’animo hanno? Si sentono diversi? O sono felici, ciascuno a proprio modo? Abbiamo deciso di dare la parola direttamente a loro e di farci raccontare che cosa vuol dire vivere in famiglie “diverse” da quelle che ti aspetti.

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