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Genitori, figli e… i “pericoli della Rete”

di Annalisa Monfreda

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Annalisa Monfreda

Direttrice di Donna Moderna e Starbene, moglie di un sociologo prestato alla consulenza digitale e...

Quanti di noi, nelle ultime settimane, hanno sentito il bisogno di trascinare i propri figli sul divano, di aggiudicarsi qualche minuto della loro attenzione e di metterli in guardia dall’ennesimo pericolo della Rete: Blue Whale, il gioco della morte che istigherebbe gli adolescenti al suicidio? Molti si saranno sentiti rispondere dai ragazzi che sapevano già tutto: ne avevano parlato a scuola, con i prof o in appositi seminari. Ecco un esempio tipico della comunicazione adulti-adolescenti degli ultimi anni.

Noi “grandi” che cerchiamo nemici chiari, pericoli scansabili per mezzo di un’apposita segnaletica. E quando li individuiamo, concentriamo su di essi tutti i nostri sforzi di protezione. E ragazzi che, in un modo o nell’altro, si “godono” questa rinnovata attenzione alla loro vita, questo ritorno in pole position nella graduatoria delle preoccupazioni degli adulti. O, nel peggiore dei casi, scoprono un nuovo modo, di sicura risonanza mediatica, per esprimere il loro urlo di dolore.

Quel dolore, però, esisteva prima che sentissero parlare di Blue Whale. Prima che i media battezzassero fenomeno ciò che fenomeno non era, contribuendo così a farlo diventare tale. Quel dolore esiste indipendentemente dai “pericoli del web” contro cui ci sentiamo chiamati alle armi. Sarebbe comodo crederlo, ma non è Blue Whale che porta un adolescente a ferirsi o a uccidersi. Così come non sono i siti Pro Anoressia a spingere i ragazzi a non mangiare. Certo, è giusto che questi domini vengano chiusi e questo uso criminale della Rete venga punito: è il lavoro della polizia Postale.

Ma il mestiere di noi genitori è un altro. È ascoltare i nostri figli, scoprire i mostri che si portano dentro, prima che trovino rifugio in una trappola mortale. È sederci sul divano assieme a loro senza avere grandi discorsi da fare, ma condividendo silenzi e frasi a metà. È osservare i segni del disagio che a volte sono invisibili, altre volte sono “tatuati” addosso: l’autolesionismo riguarda il 20% degli adolescenti italiani. Sì, lo so, difendersi da una enorme balena blu è molto più facile.

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