I Lego sono violenti?

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Roberto Moliterni

Sì, secondo una ricerca. E forse è vero. Ma il gioco è solo una parte dell'educazione dei nostri figli. Ed è sempre stato violento. Ecco l'opinione di Roberto Moliterni.

Un'opinione di:
Cresciuto a Matera, in mezzo a tante donne, racconta storie per il cinema e sulla carta. 

I Lego troppo violenti?

Lo dice una ricerca neozelandese. Quattro professori universitari - Elena Moltchanova, James Smithies, Erin Harrington e Christoph Barcknet - si sono messi ad analizzare tutti i giocattoli dal 1978 al 2014: i pupazzetti sono sempre più imbronciati e armati.

Anche se la Lego ha iniziato a produrre giocattoli negli anni '30, il 1978 è l'anno cruciale perché è stato quello in cui le armi sono apparse per la prima volta nei loro giocattoli.

Mentre scrivo, dietro il monitor del computer, appesa alla parete di casa mia, c'è la prima pagina di un giornale che ho comprato da un mercatino: è del 10 maggio 1978. Titola: “Aldo Moro assassinato. Dolore e sdegno uniscono l'Italia. Il corpo crivellato di colpi...”

Poco più sopra, c'è una foto che mi ha regalato il giornalista e fotografo Mimì Notarangelo. Ci sono Enrique Irazoqui e Pier Paolo Pasolini durante una pausa dalle riprese del Vangelo Secondo Matteo, affacciati su un muretto dei Sassi di Matera. Il film è del 1964, ma mi ha ricordato che anche Pasolini è stato brutalmente assassinato nel 1975.

Insomma, quello che mi viene da pensare è che non è un caso che la Lego abbia introdotto le armi in quegli anni.

L'Europa conosceva una nuova stagione di violenza sottorranea - le Brigate Rosse in Italia, la strategia della tensione, gli attentati, le bombe, la Banda Baader-Meinhof in Germania, la strage delle Olimpiadi di Monaco del '72 - dopo gli anni di relativa quiete dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui di violenza se n'era vista abbastanza.

La domanda che mi faccio è perciò un'altra: se siano i Lego a essere violenti oppure il contesto?

Da bambino, passavo ore a trucidare nazisti e mostri di varia natura nei videogiochi, amavo il cartone animato dell'uomo Tigre e adoravo il Wrestling.

Mia nonna chiudeva gli occhi mentre i wrestler si lanciavano dal ring addosso agli altri altleti. Io mi esaltavo.

Il mio giocattolo preferito, per molto tempo, è stata una riproduzione economica e non ufficiale di Hulk Hogan, quel wrestler con i capelli e i baffi molto gialli.

Avevo anche il pupazzo del suo principale avversario, un personaggio concepito per essere odiato: The Millior Dollar Man, che faceva della ricchezza il motivo principale della sua antipatia. Gli facevo incassare botte come se mi avesse rubato la fidanzata o offeso a morte mia madre. E invece era uno che vedevo solo in televisione.

Poi, scendevo per strada nel cortile a giocare con gli altri bambini. Potevamo menarci per un rigore non concesso.

Sono riuscito a fare a botte con uno persino per un fumetto di Topolino. Io sostenevo che una certa storia fosse stata disegnata da Silvia Ziche, lui da Giorgio Cavazzano. Mi sono strappato la maglietta come Hulk Hogan e gli sono andato addosso. L'aveva disegnata Silvia Ziche, avevo ragione io.

Insomma, i Lego sono troppo violenti?

Può darsi. Anzi, sicuramente. E dobbiamo senz'altro rivedere il modo in cui ci educhiamo, o quantomeno ci dobbiamo provare.

Perché io non so se sarei mai andato addosso a uno strappandomi la maglietta per sostenere i diritti Siae di Silvia Ziche, se non avessi prima passato molto tempo a caricare di botte The Million Dollar Man con il pupazzo di Hulk Hogan.

Ma, quello che voglio davvero dire, è che i giocattoli - e in misura ancora minore i Lego - sono solo una parte della catena dell'educazione.

Per esempio, è di pochi minuti fa un articolo di un quotidiano nazionale che riporta una ricerca dell'Università di Philadelphia sulle influenze delle serie tv, come House of Cards e Gomorra, sull'aggressività degli adolescenti.

“Sindrome da Gomorra”, l'ha battezzata in questo articolo lo psichiatra Michele Cucchi dell'Centro Medico Sant'Agostino di Milano.

Perciò, il lavoro è da fare anche, e forse soprattutto, sul resto, e viene prima delle serie tv e dei giochi: è un lavoro sui sogni, sui desideri e sulle aspettative dei più giovani, e sul modo in cui gli insegniamo a ottenere il potere necessario - se con la violenza o con la diplomazia - perché questi sogni, questi desideri e queste aspettative si realizzino o vengano difesi dalle ingiustizie.

Fosse anche l'ingiustizia di un fumetto non attribuito a Silvia Ziche.

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