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È giusto insegnare il femminismo a scuola?

di Natascia Gargano

All’estero il pensiero di paladine dell’emancipazione come Simone de Beauvoir diventa materia scolastica. Ecco perché studiare il femminismo fin da giovani è fondamentale

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All’estero il pensiero di paladine dell’emancipazione come Simone de Beauvoir diventa materia scolastica. Ecco perché studiare il femminismo fin da giovani è fondamentale

Perché insegnare il femminismo a scuola
Il femminismo sarà argomento d'esame nelle scuole inglesi. Gli studenti  britannici, cioè, nel programma di politica da portare ai test “A-level”, la nostra maturità, studieranno anche il movimento delle donne che ha rivendicato la parità di diritti tra sessi. Saranno  poi approfondite le biografie di pensatrici come Simone De Beauvoir, Rosa  Luxemburg e Hannah Arendt. Abbiamo chiesto a due docenti se rendere obbligatorio il femminismo come tema di studio è una buona idea e perché. Ecco le loro  motivazioni.

Ci sono ancora diritti  da conquistare
«Studiare il femminismo  ci aiuta a capire l’importanza della difesa della dignità delle donne ancora  oggi, in una situazione in cui la violenza di genere non accenna a diminuire»  dice Carmen Leccardi, sociologa, docente all’Università di Milano-Bicocca. Non  solo. «Nel mondo le diseguaglianze tra uomini e donne dal punto di vista  economico ma anche politico e sociale non diminuiscono in maniera significativa.  In Europa, dove la situazione delle donne è privilegiata rispetto ad altri  Paesi, la contraddizione è meno visibile. Tuttavia il “gender pay gap”, ossia la  differenza salariale tra sessi, è tuttora un problema anche da noi».

È un pensiero ancora  attuale
«Ripercorrendo la storia  del pensiero femminista si nota una straordinaria modernità. Una frase degli  anni 40 di Simone de Beavoir che dice “donna non si nasce ma si diventa” è  ancora attuale, quando oggi si discute di sesso biologico e attribuzione di  genere alla nascita» spiega la professoressa «la sua riflessione ci aiuta a  capire che l’identità si costruisce durante il corso della vita, in un processo  lungo e complesso. La de Beavoir già allora aveva compreso l’importanza del  contesto nel quale il soggetto cresce per la costruzione della sua identità di  genere».

Aiuta a non dare per  scontate le battaglie vinte
«Nel quadro dei  rapidissimi mutamenti sociali in cui viviamo, in cui la memoria è più appannata  che mai, dare la possibilità ai ragazzi di riflettere su questa parte della  nostra storia è fondamentale per non dimenticare come si è arrivati sino a qui»  dice ancora Leccardi. «Questo pezzo di storia, quindi, può essere prezioso per  gli studenti al fine di comprendere i loro diritti oggi, che non si possono  capire del tutto se vengono dati per scontati: le grandi conquiste  democratiche, dal diritto di voto all’accesso alle cariche pubbliche, sono il  risultato delle lotte del movimento delle donne».

Educa i ragazzi al  domani
«Spesso oggi il sistema  scolastico non è un processo educativo ma un processo funzionale al lavoro. In  quest’ottica alcune materie, come la filosofia o la storia del femminismo,  vengono considerate inutili e quindi da abolire» nota Maria Grazia Turri,  economista e filosofa, docente all’Università di Torino. «Invece studiare  queste tematiche è positivo, non per soddisfare a un’esigenza immediata ma per  rispondere a un’esigenza educativa con una visione di lungo periodo, che  “educhi” i ragazzi a diventare cittadini capaci di affrontare realtà sociali  complesse in un’epoca di grandi cambiamenti».

Prepara alle nuove  realtà sociali
«Affinché questa  tematica non resti “monca”, sarebbe auspicabile che alle figure del primo  femminismo sia affiancato lo studio di figure contemporanee che attualizzino al  2016 la questione» aggiunge infine Turri. «Oggi infatti non si parla più solo di  diritti delle donne: la realtà contemporanea si confronta con teorie più  complesse, supportate anche dalle ultime scoperte delle neuroscienze, che contemplano una pluralità di generi. La scuola dovrebbe  quindi proporre anche lo studio di personalità come Judy Butler, che ragiona sulla questione del gender o come Donna Haraway, che con la sua teoria del  cyborg dimostra che lungo il percorso della vita ci modifichiamo. Le ragazzine  lo vivono quotidianamente, quando si vestono prima da “maschiacci” e poi da  “seduttrici”. Un’offerta educativa di questo tipo darebbe ai ragazzi gli  strumenti per capire al meglio le nuove realtà sociali».

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