Luxuria si scusa con Asia Argento, ma il #MeToo in Italia è un fallimento

Asia Argento risponde alle accuse di Vladimir Luxuria nella puntata di #cartabianca dello scorso 12 dicembre

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di

Silvia Schirinzi

Con un post su Facebook, l'attivista e conduttrice fa le sue scuse ad Asia Argento: «Mi sono rivista e mi sono fatta schifo da sola». Una mossa encomiabile, che però racconta anche di come, nel nostro Paese, il #MeToo sia stata (per ora) un'occasione persa

Un attacco ingiustificato e le scuse social

Chiunque abbia visto la puntata dello scorso 12 dicembre di #cartabianca, il programma di approfondimento condotto da Bianca Berlinguer su Rai 3, sarà rimasto sorpreso dell'attacco di Vladimir Luxuria nei confronti di Asia Argento. Per chi non avesse seguito la prima serata, Luxuria contestava all'attrice, tra le prime ad accusare pubblicamente il produttore Harvey Weinstein, una non meglio specificata "insincerità": «hai denunciato troppo tardi», «potevi uscire da quella camera, dire di no», «hai continuato a lavorarci». Le conosciamo: sono le accuse che comunemente vengono rivolte a tutte le donne che decidono di usare una piattaforma pubblica per denunciare abusi e molestie, riassumibili nel sempreverde «te la sei cercata».

Un attacco particolarmente difficile da digerire, soprattutto da parte di una come Luxuria, impegnata in prima persona per la difesa e il riconoscimento dei diritti civili. Nella serata del 17 dicembre, Luxuria ha poi scritto un post su Facebook per fare, finalmente, marcia indietro: «Ho esagerato e non ho dimostrato compassione e solidarietà. Mi sono rivista nella puntata e mi sono fatta schifo da sola nel riconoscermi». Su Twitter, Asia Argento ha subito accettato le sue scuse, scrivendole: «Scuse accettate. Gli insulti transofobi che ti hanno rivolto mi hanno ferita personalmente. La vita è un bel libro, voltiamo pagina. Peace», riferendosi alla valanga di critiche (molte volte scorrette) che hanno inondato Luxuria sui social.

La parabola (deludente) del #MeToo in Italia

Per quanto dispiaccia ammetterlo, la prima reazione di Luxuria non è stata certo isolata nel nostro Paese. Anzi. Qui su Donna Moderna abbiamo già dato conto della complessità del dibattito scatenatosi come inevitabile conseguenza del caso Weinstein, un dibattito necessario, che riguarda tutti e ha al suo interno innumerevoli sfumature. A colpire, ancora una volta, è però l'indifferenza generale nel quale questo dibatitto è andato scemando da quel 5 ottobre, giorno in cui sono uscite le inchieste contro Weinstein, a oggi. Lo sfogo collettivo nato dall'hashtag #MeToo, che in Italia è stato #QuellaVoltaChe, sembra non essersi riuscito a trasformarsi in una presa di coscienza corale su questi temi, al contrario è stato smontato pezzo per pezzo, bollato come una "caccia alle streghe", scornato sui grandi media nazionali. Lo scorso 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza di genere, la presidente della Camera Laura Boldrini ha riempito l'aula di Montecitorio di attiviste e donne vittime di abusi, nel tentativo di esprimere vicinanza politica.

Eppure, il silenzio della politica è stato assordante: nessuno dei partiti al governo e all'opposizione, fatta eccezione per l'iniziativa di Boldrini, ha preso posizione sul caso Weinstein e in supporto del movimento del #MeToo, lo stesso che la rivista Time ha eletto a "persona dell'anno" per sottilinearne l'impatto sociale. L'opinione pubblica italiana ha relegato la discussione sulle molestie sessuali nelle colonne del costume e del gossip sui giornali, intervistando personaggi come Enrico Brignano, che in un'intervista sul Corriere della Sera ha parlato confusamente di "crisi dell'uomo" e "processi mediatici", invece di puntare su inchieste giornalistiche. Il "caso" Fausto Brizzi è stato velocemente archiviato come allucinazione collettiva. Posto che sì, è verissimo che i processi si tengono in tribunale e che tutti sono innocenti fino a prova contraria, l'incapacità tutta italiana di sfruttare l'attuale momento storico per avviare una discussione pubblica su questi temi è quantomeno stupefacente, lo ammetteranno anche i più critici.

Perché l'Italia è rimasta indifferente?

Come ha spiegato a Claudia Torrisi su Valigia Blu la giornalista e conduttrice radiofonica Giulia Blasi, che l'hashtag #QuellaVoltaChe lo ha creato, le radici di questa indifferenza sono molteplici. Intanto, nella nostra storia recente non abbiamo avuto casi eclatanti come quelli di Anita Hill e/o Bill Cosby che, in America, hanno preparato il terreno al terremoto post-Weinstein. La seconda ragione, continua Blasi, è poi di matrice culturale: «In Italia fino al 1996 il corpo di una donna era pubblico demanio, lo stupro era un reato contro la morale. La nostra mentalità è ancora quella: le donne sono ancora oggetti, cose da toccare. Siamo al punto in cui soltanto adesso stiamo iniziando discutere del fatto che il sistema su cui si basa la nostra cultura sia un sistema da criticare e da migliorare. Siamo ancora allo step precedente: le donne mentono, sono bugiarde, e la vittima fa prima a stare zitta perché comunque porta lei la macchia». Difficile darle torto.

L'agenda per il futuro

Quanto detto finora, però, non significa che non esistano in Italia delle sacche di resistenza a questo generale appiattimento culturale e sociale. Ne abbiamo scritto quando abbiamo stilato la nostra lista di buone notizie per le donne dell'anno che si chiude, con la consapevolezza di quanto ancora ci sia da fare per raggiungere la parità e cambiare la percezione attorno alla violenza di genere. Come ha scritto Ilda Dominijanni su Internazionale commentando la scelta del Time, abbiamo bisogno di un discorso pubblico che, come successo in America, «non teme il cambiamento ma lo incoraggia, non diffida delle donne ma vi si affida, e sa che le due cose – donne e cambiamento – oggi come oggi vanno insieme o non vanno: no women no change, se non è spinto dalla libertà femminile il cambiamento sociale si blocca».

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