Finalmente in vacanza: dovrebbero essere giorni sospesi, lenti, pieni di risate e sonnellini, tramonti guardati senza fretta e pensieri lievi. E invece, per te il lavoro resta un sottofondo costante, il fischio di un acufene impossibile da ignorare. Ogni dieci minuti controlli le mail – e guai se Internet risponde a singhiozzi. Oppure scrivi “al volo” messaggi che potresti serenamente posticipare, ti svegli con l’urgenza di mettere giù nuove idee, spunti, abbozzi di progetti. I compagni di viaggio scuotono il capo, impotenti, ma in realtà anche tu non sai come uscirne. Altro che relax: la tua testa rincorre pensieri senza sosta. Ma perché staccare può essere così difficile?

I dipendenti dal lavoro hanno paura del vuoto

«Per molti, il lavoro è diventato il surrogato dell’identità» spiega il dottor Adriano Formoso, psicologo, psicoterapeuta e naturopata-omeopata. «Non è solo “quello che faccio”, ma “chi sono”». Quando arriva il momento di fermarsi, di prendersi una vacanza, ci si sente smarriti. «Senza l’urgenza dell’agenda, delle mail e dei compiti da portare a termine, non si sa più da che parte guardarsi. In terapia lo notiamo spesso: dietro la difficoltà a staccare, si nasconde una paura antica del vuoto, del silenzio, di quella libertà che non dà istruzioni. Perché se spegni il rumore del mondo, senti il tuo. Che, magari, è fatto di domande irrisolte, di insoddisfazioni mascherate, di affetti da sistemare».

Quando correre è la routine

In certi periodi particolarmente complessi, essere dipendenti dal lavoro è quasi inevitabile. «È vero, ci sono momenti critici, come un trasloco, una crisi familiare e un cambiamento professionale, in cui è comprensibile restare mentalmente “agganciati” agli impegni» afferma il dottor Formoso. «Questa difficoltà a staccare, però, può emergere anche in periodi apparentemente più sereni: non sempre la mente segue il calendario della vita. A volte, ciò che ci tiene incollati al lavoro è proprio quel vuoto interiore che temiamo di sentire quando ci fermiamo. Come se il silenzio delle vacanze amplificasse un rumore di fondo che, di norma, l’attività quotidiana soffoca».

Così l’energia vitale è a rischio

Ma rallentare, ogni tanto, è necessario: la mente, come il corpo, ha bisogno di respirare. «Il nostro equilibrio psicofisico funziona come una melodia: ha bisogno di pause, silenzi, sospensioni» suggerisce Adriano Formoso. «Chi non riesce a staccare dal lavoro vive come una canzone senza ritornello: tutta strofa e nessun respiro. Il rischio è bruciare l’energia vitale. Il sistema nervoso resta in allerta, come un motore acceso anche a macchina ferma. Col tempo arrivano stanchezza cronica, insonnia, irritabilità. Ma soprattutto si spegne la creatività, quella scintilla che nasce dal vuoto fecondo. Lavorare senza sosta è come innaffiare una pianta senza mai lasciarla asciugare: alla fine marcisce. Per questo insegno ai miei pazienti e al pubblico nei miei spettacoli (Adriano Formoso è anche cantautore e attore, ideatore e protagonista dei Formoso Therapy Show, ndr) che riposare è un atto rivoluzionario, è un ritorno a casa. È lì, nel vuoto, che hai la possibilità di ritrovare te stessa, anche al di là del ruolo che interpreti ogni giorno».

Ai dipendenti da lavoro serve la semplicità

Qual è la vacanza ideale per i dipendenti dal lavoro? «In genere non è quella piena di attività, né il tour culturale con tappe serrate, né il villaggio con mille stimoli» risponde Formoso. «Al contrario, è una vacanza che obbliga a rallentare. Magari in un luogo dove il telefono non prende e il tempo è scandito dal sole, dal vento, dalla fame. Un posto semplice, immerso nella natura, dove si possa riscoprire il piacere di camminare, cucinare, ascoltare, osservare. Gesti umani, lenti, che aiutano a ritrovare il proprio battito interno. Il punto non è solo staccare la spina, ma rinnovare la corrente interiore. Non tanto distrarsi, quanto ricentrarsi».

Trucchetti per attenuare l’ansia

Prima di partire, fai un elenco dettagliato di tutto quello che dovrai fare al rientro, in modo da fermare almeno in parte, durante la vacanza, il lavorio mentale alla ricerca degli impegni che ti attendono: è una strategia utile per attenuare il disagio che provano in ferie i dipendenti dal lavoro. «Aiuta a rassicurare quella parte di noi che teme di dimenticare o perdere il controllo» chiarisce lo psicologo. «Ma io consiglio anche di scrivere un altro elenco, quello delle cose che desideri non fare. Ad esempio: “per tre giorni non guarderò l’orologio”, “non controllerò la mail di lavoro”, “non risponderò per abitudine ai messaggi”. È un modo per liberare spazi interiori e rieducare il cervello al piacere dell’ozio».

Tra canzoni e frasi d’ispirazione

Altre tecniche d’aiuto? «Porta con te un taccuino: non per prendere appunti di lavoro, ma per annotare sogni, visioni, incontri. Allena l’attenzione al presente, come se fossi una turista dentro te stessa» consiglia il dottor Formoso. «Scegli un rituale mattutino: una camminata, una musica che ti dà energia – come Tunnel of Love dei Dire Straits – oppure, appena sveglia, fai tre respiri profondi, lenti, consapevoli. Inspirando, pensa “accolgo la vita” ed espirando ripetiti “lascio andare il superfluo”. Prendi anche l’abitudine di dirti – nella mente o a voce alta – “sono qui adesso e merito questo tempo”. Il vero lusso non è la vacanza in sé: è riuscire a esserci davvero».

Respira e allena i cinque sensi

Riuscire a restare connessi al momento di relax e di svago che si sta vivendo: per i dipendenti dal lavoro è difficile. «Per ancorarsi al presente servono piccoli gesti, semplici ma potenti» afferma il dottor Formoso. «Il primo è ascoltare il respiro, anche solo per un minuto: ti riporta subito a casa, nel corpo. Un altro è usare i cinque sensi: osserva un dettaglio, annusa un profumo, assapora lentamente un frutto. Ogni volta che la mente fugge, chiediti: “Cosa sto vivendo adesso?”. E poi c’è la musica: scegli un brano che ti emoziona e ascoltalo con attenzione, senza fare altro».

Il senso di colpa dei dipendenti dal lavoro

Una delle sensazioni che prova chi continua a pensare al lavoro è una specie di senso di colpa, strisciante: ci si sente in colpa perché non si sta lavorando e, al tempo stesso, perché non ci si riesce a godere le vacanze. «È un doppio legame, una trappola emotiva, che nasce spesso da un’idea antica: quella di dover meritare il riposo. In realtà, non è il lavoro il problema, ma il messaggio che abbiamo interiorizzato: “Valgo solo se produco, se sono sempre attivo”. Per uscire da questa dinamica, serve riconoscere il senso di colpa senza giudicarlo. Dirgli “grazie, ma ora posso fermarmi”. Perché prendersi cura di sé non è egoismo, è responsabilità. E soprattutto: non siamo nati per essere solo efficienti. Siamo nati per vivere. Anche il riposo fa parte del nostro valore».