Sarò lugubre, vi avverto. Del resto l’autunno è una stagione crepuscolare: tanto vale iniziare subito a navigare l’oscurità. Ognuno ha le proprie paure, i propri fantasmi, i propri incubi a occhi aperti o chiusi. I mostri assumono forme diverse nel corso degli anni. Da bambina avevo paura delle pannocchie (vista da vicino nessuna è normale, sappiatelo), dei clown e dei vortici che si formano quando l’acqua scende dalla piletta di scarico della vasca da bagno.

Le paure dell’adolescenza, quelle da madre

Da adolescente temevo che non avrei mai trovato un fidanzato: mi immaginavo per sempre vergine, condannata a una solitudine arida e lacrimosa. Forse per questo, per celebrare una nemesi felice, intorno ai vent’anni ho avuto un dissennato periodo di randagismo sentimentale e sessuale, in cui cambiavo fidanzati e calze con la stessa frequenza.

La maternità è un’iniezione di temporanea onnipotenza e di permanente terrore. Dalla nascita dei figli in poi la paura è diventata subdola e strisciante: la febbre, un inciampo, un taglio, il mal di stomaco, l’appendicite, l’acqua bollente, la bicicletta, l’indicibile. Il vero talento è stato imparare a conviverci, sorridendo, simulando tranquillità, sotto la spada di Damocle della vita. Per un lungo periodo mio marito partiva per le vacanze con i bambini prima di me che restavo in città a lavorare. Prendevano un aereo e io, per l’intera durata del volo, smettevo di respirare.

Le paure di oggi

Che incosciente, pensavo. Affidare un carico così prezioso – il mio intero universo – alle leggi dell’aerodinamica era un imperdonabile azzardo. La mia ansia era tale che, già settimane prima della partenza dei congiunti, comparivano all’interno e all’esterno del mio corpo fantasiose manifestazioni psicosomatiche: secchezza delle fauci, tosse incoercibile, dermatiti devastanti, gastrite, nausea, forfora. Non appena atterravano sani e salvi a destinazione, ogni sintomo spariva e io tornavo me stessa. Viaggiare tutti insieme per aria, per terra o per mare, mi dava al contrario grandissima tranquillità: nella buona e nella cattiva sorte saremmo stati comunque uniti.

Quest’anno invece, mentre eravamo tutti e cinque in vacanza dall’altra parte del mondo, sono stata assalita da un interrogativo nuovo, segno del passare del tempo, dei ruoli e degli incubi. Se qui, su questa strada, su questa macchina, sotto questo cielo, ci succedesse qualcosa, chi penserebbe a lei? Chi se ne occuperebbe? E chi accoglierebbe la sua fragilità? Chi risponderebbe alle sue domande reiterate e ai suoi commenti storti? Chi si farebbe carico della sua quarta età? Da figlia unica sono diventata l’unica madre di mia madre. E questa responsabilità, che grava su tante di noi, produce, nel sottosopra di questo tempo nuovo e greve, nuovi interrogativi e nuove paure che, dalla prima linea, dobbiamo gestire in solitudine.