C’è un posto in cui siamo tutte ipocondriache, esperte di diagnosi differenziali e fan della medicina: il divano di casa. Basta accendere un medical drama e il nostro piccolo ospedale interiore apre i battenti. Da E.R. a Grey’s Anatomy, da Dr. House a The Good Doctor, fino al più recente The Pitt, che anche ieri sera, a Los Angeles, si è messo in saccoccia sette premi Emmy (che si sommano ai 5 di un anno fa), la malattia è diventata uno dei grandi spettacoli della televisione.
In The Pitt la malattia perde buona parte della patina televisiva e ci scaraventa nel caos. Ogni stagione è composta da 15 episodi: ciascuno corrisponde a un’ora di un unico turno di 15 ore in pronto soccorso. Una specie di magnetica clessidra dell’ansia. Alla guida troviamo Noah Wyle, che per chi è cresciuto con E.R. è ancora John Carter. Ma la maggior parte di noi (sì, i medical drama sono pane soprattutto per denti femminili) si è fatta le ossa con Grey’s Anatomy, mentre le più vintage hanno iniziato la loro formazione con E.R., il capostipite moderno del genere, 15 stagioni e 331 episodi. Nella galleria di medici fighi (in tutti i sensi) spicca Dr. House che ha trasformato la diagnosi in un giallo: qualcuno sta male, tutti brancolano nel buio, poi arriva Gregory House e vede quello che nessuno aveva visto. L’elenco è fitto e passa per Scrubs che mescola amicizia, morte e comicità demenziale e The Good Doctor che ha aggiunto diversità, pregiudizi e inclusione.
Medical drama, malattia senza terrore

Ma il punto è: perché continuiamo a guardare con tanta attenzione proprio ciò che ci terrorizza? «Parlerei più della possibilità di avvicinarsi alla paura in condizioni protette», spiega Stefano Borioni, psicologo e psicoterapeuta a indirizzo psicoanalitico. «La fiction ci permette, con la distanza di sicurezza che separa lo spettatore dal paziente, di fare esperienza di una vulnerabilità che, nella vita reale, è ovviamente molto più difficile da tollerare».
Tradotto dal linguaggio della psicologia a quello del telecomando: possiamo avere il panico, ma con il tasto pausa a portata di mano. Il medical drama, infatti, fa una cosa che la realtà raramente concede: mette ordine nel caos. Il caso si apre, arrivano gli esami, qualcuno formula un’ipotesi, qualcun altro la confuta, alla fine compare una diagnosi.
Aiutano a mettere ordine nel caos
La patologia, che nella vita vera è imprevedibile e non segue necessariamente una scaletta di 50 minuti, in televisione ha persino la buona educazione di rispettare i tempi narrativi. «Chi ha purtroppo avuto a che fare con la malattia sa che spesso questa esperienza rappresenta una rottura con l’idea che le nostre vite possano essere pensate, prevedibili e organizzate», osserva Borioni. «I medical drama ricostruiscono narrativamente un ordine dove spesso esiste un grande caos». In altre parole: la televisione ci racconta che anche quando tutto sembra andare storto, almeno la sceneggiatura sa dove sta andando.
Il medical drama come una tragedia greca?
Per questo il medical drama può assomigliare, secondo Borioni, alle antiche tragedie greche: «Conservano, come altri generi altrettanto coinvolgenti, una funzione sociale che per certi versi possiamo accostare a quella che in passato avevano le tragedie rappresentate negli anfiteatri greci». Il punto è sempre lo stesso: «Costruiamo significati per rendere vivibile, abitabile, ciò che inizialmente ci appare caotico, incomprensibile o persino spaventoso». Un dubbio: guardare malattie a ripetizione tranquillizza il nostro ipocondriaco interiore o gli consegna semplicemente nuovo materiale per tormentarsi fino alle tre di notte? «Può fare entrambe le cose», dice Borioni. «Dipende molto da come quella persona vive il rapporto con l’incertezza e la propria vulnerabilità».
Medici così competenti e così umani
Poi ci sono loro: i medici. Bravissimi, competentissimi, spesso eroici, ma quasi mai psicologicamente tranquilli. Hanno traumi, dipendenze, relazioni complicate, lutti, sensi di colpa. Insomma, salvano vite ma nella propria avrebbero probabilmente bisogno di un buon terapeuta. E forse ci piacciono anche per questo. Il dottor Ross di E.R. e Derek Shepherd di Grey’s Anatomy erano tanto fighi quanto tormentati ma sempre capaci di comunicare ed empatizzare. Borioni ricorda un episodio della propria infanzia: «Mi trovai per caso a casa dei miei nonni nel giorno in cui il medico venne a visitare mio nonno. Parlò a mia nonna con fare freddo, austero e asettico, pronunciando parole strane e complicate, senza la minima empatia. Era la cosa più simile a un alieno che avessi mai visto».
Medici, andate a lezione dai medical drama
Quel modello, secondo Borioni, oggi è superato. «Il medico non è più, o non dovrebbe più essere, un professionista spigoloso o algido. Oggi chi ricopre una professione sanitaria è innanzitutto un essere umano, con le sue luci e le sue ombre». Vedere il medico in crisi non lo rende meno competente. Al contrario, può renderlo più credibile. «Sapere che anche chi cura può avere fragilità, paure e conflitti non significa mettere in discussione la sua competenza, ma ridurre narrativamente la distanza tra chi cura e chi viene curato. La cura non nasce dalla perfezione, ma dalla possibilità di entrare in relazione con un altro essere umano». Senza dimenticare, precisa Borioni, la «giusta asimmetria della competenza».
Tutte dentro al pronto soccorso
C’è poi un altro ingrediente irresistibile: il privilegio di sbirciare dove normalmente non possiamo entrare, sale operatorie incluse. Il medical drama apre porte che nella vita reale restano chiuse. Quando siamo malati diventiamo dipendenti da persone, procedure e conoscenze che normalmente non conosciamo e la serie ci permette di stare dall’altra parte della soglia. E così la sofferenza diventa persino guardabile. «La distanza dello schermo funziona un po’ come una membrana: ci consente di sentire qualcosa, di identificarci e di poterci sottrarre». «È una forma di esperienza emotiva mediata e controllata», nella quale possiamo passare continuamente «tra coinvolgimento e distanza». Forse è proprio questa la forza del genere: non ci chiede di scegliere se essere medici o pazienti. Possiamo essere entrambi. «Identificarsi con il medico può permettere di sentirsi dalla parte di chi comprende, decide e interviene. Identificarsi con il paziente significa invece entrare maggiormente nella posizione di chi deve affidarsi e accettare di non avere il controllo».
Il medical drama irrobustito dalla pandemia
«La pandemia ha reso molto più evidente qualcosa a cui solitamente proviamo a non pensare: la nostra vulnerabilità», riflette Borioni. E proprio per questo possiamo avere un bisogno ancora maggiore di raccontarla, comprenderla, darle un significato. Forse allora il successo dei medical drama non dipende soltanto dai medici belli, dalle diagnosi impossibili o dai cuori infranti nei corridoi degli ospedali. Dipende dal fatto che, per un’ora, possiamo fare una cosa che nella vita reale è difficilissima: guardare in faccia ciò che ci spaventa senza esserne completamente travolti. E scoprire, nel frattempo, che siamo un po’ medici e un po’ pazienti, un po’ quelli che rassicurano e un po’ quelli che hanno paura. «Non siamo la dottoressa o la donna, il medico o l’uomo, siamo complessità», dice Borioni. «Possiamo attraversare diversi stati del sé». Poi finisce la puntata, spegniamo la tv e torniamo alla nostra vita. Fino al prossimo mal di testa.