Senti come suona bene: trigger, trauma, confini, attaccamento, vulnerabilità. Come la sappiamo lunga, ora che abbiamo scoperto la salvezza nella terapia. La nostra vita emotiva è diventata un progetto da gestire con la stessa cura con cui programmiamo una vacanza: osservare, analizzare, elaborare. E se qualcosa non funziona, risolvere. Velocemente, mi raccomando. È proprio qui che Giulia Bergamaschi, dottoressa di ricerca in Filosofia all’Università di Bologna, invita a fermarsi. Non per demolire la terapia, tutt’altro, ma per restituirle i suoi confini e, soprattutto, per ricordarci che non tutto quello che ci fa soffrire è un guasto da riparare. Nel suo libro La terapia non ci salverà mette in discussione quella che definisce una sorta di “patente di maturità emotiva”: l’idea che andare in terapia ci renda automaticamente più consapevoli, più evoluti, più capaci di vivere. E che la terapia possa diventare una specie di soluzione universale, buona per noi, per il partner, per l’amico, per il collega difficile e, possibilmente, per l’intera società. Sarebbe bello ma no, non è così.

Terapia come unica salvezza? Anche no

«Nel titolo ho usato “salvare” invece di “curare” o “aiutare” perché la salvezza ha un significato escatologico», spiega Bergamaschi. Salvare significa immaginare che qualcuno o qualcosa ci conduca fuori dalla crisi, verso una condizione finalmente risolta. Il problema è quando questa aspettativa diventa collettiva: «La terapia non ci porterà fuori da problemi strutturali come la solitudine, il razzismo, la precarietà, non basterà mandare tutti gli uomini in terapia per superare il patriarcato». Peccato, ci contavamo molto. Il punto, però, è serio: «Non è un limite della terapia: semplicemente, non è questo il suo compito».

La nuova lingua delle emozioni

Nel frattempo stiamo cambiando linguaggio. Non diciamo più “mi hai fatto arrabbiare”, ma che qualcuno ha violato i nostri confini. Non diciamo semplicemente “questa cosa mi ha ferito”, parliamo di trigger. Secondo Bergamaschi, questo nuovo vocabolario ha indubbiamente dei meriti. «Abbiamo acquisito termini che ci permettono di esprimere in modo più preciso quello che proviamo, forse anche di riconoscere alcune dinamiche di abuso. Ci danno anche una certa sicurezza e autorità rispetto a quello che diciamo». E quella famosa patente di maturità emotiva, appunto, «a volte può essere usata più per chiudere una questione che per capire meglio noi stessi o gli altri». Insomma: conoscere il nome di un problema non significa necessariamente averlo capito.

La tentazione di dire: “Se andasse in terapia, cambierebbe”

Quante volte, davanti a una persona che ci fa soffrire, abbiamo pensato – peggio, detto – che avrebbe bisogno di andare in terapia? Come se il terapeuta fosse una sorta di meccanico dell’anima al quale consegnarsi con una lista di difetti da sistemare. «Personalmente ho notato questa tendenza», ammette Bergamaschi. «La comprendo e a volte mi ci ritrovo io stessa». Ma è una tentazione alla quale, secondo lei, dovremmo resistere. «Proporre la terapia a una persona in difficoltà può essere un atto di cura», chiarisce, ma non bisogna trasformarla «nell’unico spazio in cui il suo malessere può essere affrontato». Questo spazio esiste anche nella relazione. Esistono le amicizie, gli affetti:

Non c’è un’unica via privilegiata per superare una difficoltà emotiva

Il rischio di curare una persona alla volta

In terapia possiamo lavorare su noi stessi. In una relazione, invece, dobbiamo avere a che fare con qualcun altro: una faccenda più complessa. Il problema diventa ancora più interessante quando dal singolo si passa alla società. Siamo precari, soli, spaventati dal futuro, immersi in un mondo che spesso sembra progettato per produrre ansia. La tentazione è trasformare tutto questo in una questione individuale: io sto male, quindi devo lavorare su di me. «I problemi sociali e strutturali hanno ovviamente ricadute individuali, e quelle ricadute meritano cura», osserva Bergamaschi. Ma occuparsi soltanto del problema individuale rischia di lasciare intatte «le condizioni che lo producono, gestendo una sofferenza alla volta».

L’empatia non è una medaglia né la salvezza

È un meccanismo sottile: se una persona sta male, la aiutiamo. Poi ne arriva un’altra. E un’altra ancora. Ma il contesto che produce quelle sofferenze rimane lì. Bergamaschi cita la sociologa Eva Illouz e il rischio di «rinchiuderci nella gestione individuale di malesseri che hanno anche cause strutturali e politiche». Detto semplice: possiamo anche imparare a respirare profondamente mentre il mondo va a fuoco, ma forse sarebbe più utile chiedersi perché sta bruciando. Anche l’empatia, una delle parole più amate del nostro tempo, va riconsiderata: «Non è una dote quasi naturale, o ce l’hai o non ce l’hai. Oppure una competenza, l’ennesimo requisito da aggiungere al curriculum della persona emotivamente evoluta». Bergamaschi qui invita alla cautela: «Capire l’altro non significa sapere che cosa prova». Soprattutto, l’empatia costa fatica. Non siamo sempre disponibili, pronti, lucidi, emotivamente attrezzati.

La difficile arte di non aggiustare tutto

Il concetto più potente del libro è quello della “tolleranza all’impotenza”: la capacità di stare accanto al dolore di qualcuno senza avere sempre una soluzione da offrire. «Vedere una persona cara soffrire e accettare di poterle stare “solo” vicino è doloroso», racconta Bergamaschi, perché ci obbliga a fare i conti con la nostra impotenza. Di fronte alla sensazione di non poter controllare il mondo, dice Bergamaschi, «abbiamo cercato di compensarla, io sicuramente l’ho fatto, provando continuamente a sistemare tutto ciò che sembra sistemabile: la mia vita, il mio cortisolo, il mio lavoro, la mia skincare…».

Fuori dalla stanza della terapia c’è ancora vita

Il corpo, la mente, il lavoro, le relazioni, la pelle: tutto può essere ottimizzato, migliorato. «Credo che la cultura terapeutica abbia contribuito a rafforzare l’idea che tutto possa essere aggiustato. Meglio, che tutto debba essere aggiustato, anche le persone vicine a noi». E forse il problema non è soltanto che vogliamo stare meglio. È che abbiamo cominciato a pensare che stare male sia sempre un errore. Per Bergamaschi le relazioni non sono semplicemente il luogo in cui portiamo ciò che abbiamo elaborato altrove. Possono essere esse stesse spazi di trasformazione: «Insieme si possono fare veri e propri percorsi di crescita e di cura, con regole e modalità che sono proprie delle relazioni». Non significa contrapporre amicizia e terapia, ma «rendere la terapia una delle diverse relazioni in cui può avvenire il cambiamento. Il therapy speak purtroppo ammette poche sfumature», osserva Bergamaschi, e tende a trattare le relazioni come «semplice match o mismatch di bisogni». Così finiamo per guardarci da fuori, come giudici di una relazione: contiamo le red flag, valutiamo se restare o andarcene, stiliamo una specie di pagella dell’altro.

Una parola rivoluzionaria: responsabilità. Questa è salvezza

Ma una relazione, ricorda l’autrice, è «molto più complessa, piena di ombre, tentativi, errori e possibilità di cambiamento». E proprio per questo «merita anche la nostra responsabilità». E allora come distinguere il dolore che chiede aiuto da quello che, semplicemente, fa parte dell’esperienza di vivere? Bergamaschi non ha una risposta definitiva ma riflette: «Alcuni dolori si possono solo sentire e, forse, attraversare». Non necessariamente perché siano meno gravi, ma perché alcuni dolori sono nostri, «fanno parte di ciò che siamo». Quei dolori «resistono alle terapie consecutive, ai cambiamenti, mutano con noi ma non smettono di ricordarci che ci abitano, che hanno qualcosa da dirci». È questo il cuore del libro: non un invito a mollare la terapia, ma a smettere di chiederle di salvarci. A ricordare che non tutto può essere risolto, che non ogni sofferenza è una patologia. E che, mentre cerchiamo continuamente di diventare la versione migliore di noi stessi, potremmo anche concederci il lusso di essere umani.