Piange il dottor Robby, in quell’interminabile turno al pronto soccorso raccontato dalla serie The Pitt: 15 ore consecutive, suddivise in altrettante puntate. Piange pensando al suo mentore morto e a tutte le altre vite che non è riuscito a salvare. Si commuove e poi piange di nuovo in quel caos pazzesco perché si sente stravolto e travolto, impotente e disperato. Perché il mondo sa essere bruttissimo e la gente una schifezza. E mentre, tra interventi d’urgenza e flashback dell’epoca Covid, i suoi occhi si inumidiscono e le lacrime vanno giù, ci dimostra che è vero anche il contrario: le persone – lui, nella fattispecie – possono essere empatiche, straordinariamente sensibili e coraggiose, infaticabili nel cercare di fare del loro meglio.

Uomini che piangono: l’eroe che non ti aspetti

Tra le diverse meraviglie di questo medical drama (su Sky e Now), strapremiato agli ultimi Emmy, insieme ai tocchi di realismo (vedi l’ospedale a corto di personale e i pazienti in attesa, furiosi ed esausti, che se la prendono con dottori e infermieri), c’è il protagonista, Michael “Robby” Robinavitch, medico di Pittsburgh, interpretato da Noah Wyle – un déjà-vu: era il Dr. John Carter di E.R. – Medici in prima linea. Supereroe suo malgrado, con il camice insanguinato al posto del mantello, portabandiera degli uomini che, quando serve, piangono eccome. Una specie da salvaguardare che, là fuori, conta un numero di esemplari piuttosto limitato.

The Pitt – courtesy Sky

Stereotipi che resistono

Ancora oggi molti uomini vivono il pianto come una debolezza inammissibile, una vergogna da evitare. «Colpa di un condizionamento culturale che agisce fin dall’infanzia» spiega Deborah Leanza, psicologa e counselor. «Sarebbe bello poter affermare che è acqua passata ma, in realtà, ai bambini che piangono viene ancora detto di smetterla, spesso con più decisione e prontezza di quanto non si faccia con le bambine, anche quando quelle lacrime sono tutto fuorché capricci. Capita a scuola, come in famiglia. Pure i giocattoli tendono tradizionalmente a enfatizzare la disparità: quelli etichettati come giochi da maschio, tipo macchinine e costruzioni, puntano a stimolare capacità logica e competizione, mentre quelli da femmina, dalle bambole ai set da cucina, incoraggiano la cura e l’espressione emotiva».

Gli uomini che piangono fanno ancora paura

«Crescendo, prendono il sopravvento quelli che in psicologia vengono chiamati driver: specie di comandi interni che orientano il comportamento» chiarisce la dottoressa Leanza. «Nel caso degli uomini, tra i più comuni ci sono “sii forte” e “sbrigati”. La vulnerabilità non è contemplata, non ci si può permettere di cedere al pianto. Il mondo del lavoro rafforza questo schema: in molti contesti domina l’obbligo, più o meno dichiarato, di mostrarsi sempre solidi, razionali, impeccabili. Niente crepe, niente emozioni: bisogna apparire come se si fosse sempre tutti d’un pezzo. Un condizionamento che riguarda anche le donne, ma che sugli uomini, in genere, pesa in modo più evidente e rigido».

Perché è difficile lasciarsi andare

C’è chi piange solo di nascosto – ed è già un bel gol – e chi, invece, vorrebbe farlo ma non ci riesce, come se dentro avesse un freno a mano sempre tirato. «Si tratta della cosiddetta alessitimia, un meccanismo di difesa che rende complicato riconoscere e descrivere le proprie emozioni» afferma la psicologa. «In una società che spinge a essere forti e performanti a ogni costo, si impara a funzionare soprattutto sul “fare”: risolvere, tenere duro, restare focalizzati sull’obiettivo. È un automatismo che allontana dall’emotività. Anche la velocità imposta, il multitasking, le giornate strapiene di impegni, non aiutano a fermarsi e a pensare a ciò che si prova». Alla lunga, questo distacco si irrigidisce: ci si abitua così tanto a “non sentire” da smarrire gradualmente il contatto con le emozioni. Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto cruciale: la paura di perdere il controllo.

Uomini che piangono: l’onda da attraversare

Piangere comporta inevitabilmente un allentamento dell’autocontrollo. È un momento in cui non si corre, non si produce, non si mantiene il solito ritmo: ci si lascia raggiungere dalle emozioni. «Questa sospensione può risultare spiazzante soprattutto per chi è abituato a stare sempre sul pezzo» osserva la dottoressa Leanza. «Il punto è che quel fermarsi è un passaggio utile, talvolta necessario. Il pianto, infatti, permette di attraversare l’onda emotiva: la tristezza e il disagio arrivano, li vivi, e poi ti alleggerisci. È così che si ritrova la lucidità». Quando, per il timore di sembrare fragili o poco efficienti, si bloccano le lacrime, le emozioni non scompaiono: restano nel corpo e prima o poi possono presentare il conto.

Le emozioni che il corpo non dimentica

«Il pianto ha una funzione fisiologica precisa: serve a sfogare la tensione interna» continua Leanza. «Mentre si piange ci si sente sopraffatti, ma subito dopo si sperimenta una profonda sensazione di sollievo. È il sistema parasimpatico che torna in equilibrio». Quando invece le emozioni non trovano voce, il corpo lo registra. «La medicina psicosomatica sostiene che gli stati d’animo negativi non espressi possano influire su polmoni, stomaco o fegato. Negli uomini capita spesso che la tristezza venga soffocata per lasciare spazio alla rabbia, paradossalmente più riconosciuta e accettata a livello sociale». Questa dinamica può diventare un’abitudine: ci si infuria invece di elaborare. «Ho seguito persone che, dopo anni trascorsi a non ascoltarsi, hanno sviluppato dolori cronici, blocchi muscolari, problemi alla schiena. Quando non sei in contatto con te stesso, il corpo cerca di avvisarti come può».

Cosa aiuta davvero gli uomini che piangono

Sapere che il pianto è utile non basta a imparare a lasciarsi andare. «Se l’obiettivo è fare pace con le proprie lacrime, per allenarsi ad accettarle, conviene scegliere contesti in cui ci si sente accolti, non giudicati» afferma la psicologa. «Può aiutare frequentare persone che hanno un modo spontaneo e morbido di stare nelle emozioni e che ci diano il buon esempio: amici capaci di ascoltare e figure affettive che non si spaventano davanti alla vulnerabilità. Prendiamo spunto dai bambini, che vivono il pianto con immediatezza e senza imbarazzo. Osservarli ricorda che le lacrime contribuiscono a smaltire ciò che si accumula: tristezza, fatica, tensione». È un gesto semplice, ma richiede fiducia. Anche all’interno della coppia.

Quando la vulnerabilità fa crescere l’intimità

«In alcune relazioni, i ruoli sono molto definiti: uno è l’individuo forte, “la roccia”, e l’altro è l’elemento più fragile, che ha più bisogno di attenzioni e sostegno» racconta la dottoressa Leanza. «Per il primo, lasciarsi andare al pianto non è facile: potrebbe percepire che le lacrime rischiano di mettere in discussione l’equilibrio del rapporto, magari costruito negli anni, e sovvertire le aspettative reciproche. Altre coppie vivono dinamiche meno rigide. Quando a piangere è un uomo che raramente si lascia andare alla commozione e al dolore, un momento di smarrimento è naturale – vedere chi amiamo stare male fa sempre effetto – ma poi l’emozione che emerge diventa un’occasione di avvicinamento: permette di rafforzare l’intesa, di capirsi meglio, di riconoscere l’unicità del legame. La vera intimità consiste, infatti, nella possibilità di mostrarsi all’altro per come si è, senza filtri, anche nei momenti più delicati».

Uno sguardo alle nuove generazioni

Oggi come ieri, i ragazzi non piangono spesso né volentieri. «Un tempo, le lacrime erano considerate “da femminucce”, il divieto era chiaro: un uomo non piange, punto» spiega Leanza. «Adesso, invece, il pianto tende a essere off limits per una ragione differente. Tanti genitori non reggono la tristezza dei figli, sono terrorizzati all’idea che possano soffrire, intervengono subito per evitare ogni frustrazione. Così, senza volerlo, mandano un messaggio implicito: “Non farmi vedere che stai male”. Normale che, poi, tanti giovani si trattengano, scegliendo di mostrarsi apatici piuttosto che in difficoltà. Però qualcosa sta cambiando: tra le nuove generazioni, cresce il desiderio di sentirsi liberi di esprimere emozioni, identità, fragilità. E questa apertura, lenta ma reale, inizia a fare breccia». Il dottor Robby sta applaudendo.