C’era solo quell’ultimo esame che mi separava dalla corona d’alloro, uno solo, per dodici mesi interminabili. Un anno fuori corso: quattro parole che nella nostra società della performance, suonano come una condanna. Non è stato un anno di pausa, ma di guerra: mi presentavo a ogni appello, con le mani che tremavano e il cuore in gola, per poi tornare a casa con l’ennesima bocciatura. La terapia non è stata una scelta, ma un salvagente necessario per non affogare nella vergogna di “essere rimasta indietro”.

I numeri di un’emergenza silenziosa

La mia storia non è un’eccezione, ma il riflesso di un sistema che scricchiola. Secondo i dati AlmaLaurea, circa il 30% dei laureati italiani conclude il percorso oltre i tempi prestabiliti. Non siamo un popolo di “bamboccioni” o di pigri: siamo una generazione schiacciata dal mito della “laurea lampo”. La pressione sociale trasforma l’università in una gara di velocità, dove fermarsi a respirare equivale a perdere. Questa pressione ha conseguenze drammatiche: un’indagine del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) rivela che oltre il 40% degli universitari manifesta sintomi ansiosi o depressivi clinicamente rilevanti.

Sportelli psicologici: una toppa su una ferita aperta

Negli ultimi anni, si sono fatti dei passi avanti. Quasi il 90% degli atenei italiani ha attivato o potenziato servizi di counseling psicologico. Sulla carta è un successo, ma la realtà è più complessa. I dati dell’associazione “Chiedimi come sto” evidenziano criticità strutturali. Le liste d’attesa sono spesso infinite, con tempi che variano dai 3 ai 5 mesi per un primo colloquio, e le sessioni sono talmente limitate da risultare insufficienti per iniziare dei percorsi di aiuto concreto. Questa carenza strutturale spinge inevitabilmente lo studente verso il settore privato, con costi che oscillano tra i 60 e gli 80 euro a seduta. Per molti, la salute mentale diventa così un lusso che non ci si può permettere, aggiungendo al disagio psichico un enorme senso di colpa per il peso economico che ricade sulla famiglia.

A questo paradosso se ne aggiunge un altro, ancora più punitivo: il sistema delle tasse. In Italia, finire fuori corso significa quasi sempre subire un aumento della contribuzione universitaria. È una sorta di “tassa sul ritardo” che non tiene conto delle motivazioni personali, di salute o dei blocchi emotivi. Si viene multati perché si è in difficoltà, creando un circolo vizioso in cui l’ansia di dover pagare di più paralizza ulteriormente lo studente, rendendo ancora più difficile il superamento degli esami. È un meccanismo che colpisce proprio chi avrebbe bisogno di più respiro e meno pressione.

Il valore del supporto: quando la famiglia diventa argine

In quel periodo di buio, la differenza l’ha fatta chi non ha guardato il libretto, ma me. Avere dei genitori o delle persone care che non ti chiedono “quando finisci?” ma “come stai?” è la vera ancora di salvezza. Il supporto emotivo della famiglia è il primo argine contro l’isolamento. Sentirsi dire “il tuo valore non dipende da questo voto” non è una consolazione banale, è un atto rivoluzionario. Eppure, non tutti hanno questa fortuna: molti studenti vivono il ritardo come una colpa da espiare nel silenzio, alimentando una spirale di vergogna che può portare a conseguenze tragiche. Essere capiti, prima ancora che spronati, è ciò che permette di rialzarsi.

Uno spiraglio di luce: il diritto al proprio tempo

Oggi, guardando indietro, quel dolore ha un senso diverso perché, alla fine, ce l’ho fatta. Ho chiuso quel libro, ho superato quello scoglio e ho scoperto che il mondo fuori non si era fermato ad aspettarmi con il cronometro in mano. Ho capito che essere “fuori tempo” rispetto agli standard della società è solo un costrutto sociale, una narrazione tossica che ci vuole tutti uguali e performanti per essere considerati validi. La verità è che ognuno ha il suo passo e le sue soste forzate. Essere fuori corso non significa aver perso tempo, ma aver abitato un tempo diverso e più profondo. La mia laurea ha un sapore dolce perché è arrivata nonostante tutto, insegnandomi che non siamo in ritardo: siamo semplicemente nel nostro tempo.