Una donna di 57 anni è morta a Verona sepolta in casa da pile di pacchi che aveva accumulato nel tempo. Molti ancora imballati, come hanno raccontato i carabinieri, allertati dal compagno che non la sentiva da giorni. La sua casa era inagibile, nessuno spazio libero per muoversi: impossibile, lì dentro, condurre una vita normale. Probabilmente la donna è morta travolta dai pacchi.

Un caso estremo, questo, di disposofobia, la sindrome degli accumulatori seriali.

Cos’è la disposofobia e cosa comporta

Tecnicamente, la disposofobia, cioè la difficoltà a buttare ciò che non serve, stipandolo in casa o in scatole ben conservate in cantina o in un box, può diventare una condizione patologica. Gli esperti del sito “Dottore ma è vero che…?” della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, chirurghi e odontoiatri spiegano che «si tratta del disturbo da accumulo (o disposofobia, dall’inglese ‘hoarding’ cioè ‘accumulazione’), che si manifesta con la persistente difficoltà a eliminare i propri beni. La persona che ne soffre continua a conservare nella propria abitazione numerosi oggetti, anche inutili o danneggiati, perché separarsene provoca un profondo disagio».

Disposofobia: disturbo psicologico o semplice carattere?

Il fatto che il Dsm-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) contempli la sindrome non significa che chi accumula oggetti soffra necessariamente di un disturbo psicologico. La prova è che la disposofobia è diventata persino il tema di un noto reality televisivo negli Usa: Hoarding: Buried Alive, in Italia Sepolti in casa. Dipende dall’intensità con cui si presenta: «L’hoarding disorder di per sé, come descritto dal Dsm-5, è un vero e proprio disturbo», premette la psicoanalista Alessandra Iamundo De Cumis. «Esiste, però, anche una forma di accumulo che non è patologica e che ha che fare piuttosto con tratti caratteriali».

Accumulatori seriali: caratteristiche e identikit

Difficile tracciare un unico identikit per tutti gli accumulatori seriali, ma alcune caratteristiche ricorrono: «Normalmente sono persone di mezza età che hanno avuto vissuto perdite importanti e di conseguenza hanno sviluppato un attaccamento emotivo agli oggetti. Il solo pensiero di buttare qualcosa può essere paralizzante – spiega Iamundo De Cumis. Un altro tratto comune è la «forte incapacità di organizzare gli spazi, che porta spesso a provare vergogna e dunque anche a un crescente isolamento sociale».

Come riconoscere il disturbo da accumulo

Per distinguere la semplice voglia di conservare ricordi da una vera e propria sindrome, occorre capire l’impatto che questo tipo di atteggiamento può avere nella quotidianità: «Se non viene intaccata la qualità della vita e il normale svolgimento delle attività di tutti i giorni, allora non c’è da preoccuparsi», sottolinea la psicoanalista. In ogni caso, non ci sono differenze tra uomini e donne: la difficoltà nel decluttering, “l’arte” di liberarsi degli oggetti inutili o non desiderati, che permette una nuova organizzazione degli spazi fisici e mentali, non guarda in faccia al genere.

Perché chi soffre di disposofobia non riesce a fare decluttering

Con buona pace di Marie Kondo, autrice di The Life-Changing Magic of Tidying Up, o di Greg McKeown, famoso per il suo inno al minimalismo Essentialism: The Disciplined Pursuit of Less, gli accumulatori seriali non riescono a staccarsi dagli oggetti. E non solo per una presunta incapacità organizzativa. Le radici sono più profonde, come chiarisce ancora Alessandra Iamundo De Cumis: «Si tratta di persone ostacolate da un attaccamento emotivo. Gli oggetti sono percepiti come una parte di sé, per questo motivo il solo pensiero di buttarli genera ansia e paura».

Accumulo emotivo: quando si tengono anche relazioni tossiche

Eppure la disposofobia non si limita alla sola sfera materiale. Può esserci, infatti, anche una sindrome da accumulo di tipo “affettivo”, cioè la difficoltà a separarsi da chi non porta benessere, mantenendo relazioni non positive o addirittura “tossiche”. «È una forma piuttosto diffusa. Così come per gli oggetti, infatti, molte persone faticano a separarsi dai legami affettivi disfunzionali. Si tratta di una questione piuttosto articolata, ma il meccanismo è simile a quello che spinge a conservare oggetti inutili», spiega la psicanalista. Il problema si evidenzia soprattutto nelle persone anziane.

Disposofobia negli anziani: rischi per salute e sicurezza

Gli effetti possono essere molto importanti: «Le conseguenze più evidenti sono un peggioramento della qualità della vita per chi accumula e per gli eventuali conviventi. Soffrire di disposofobia, inoltre, è associato a problemi sul lavoro – spiega la Federazione dei medici – Emergono inoltre rischi per la salute e per la sicurezza. L’accumulatore, soprattutto se anziano, è soggetto a cadute e lesioni, alla contaminazione alimentare e a infestazioni (anche di insetti o di animali, come topi), oltre a disattenzioni che causano incendi e danni all’abitazione. Gli ingombri in cucina e in bagno possono anche impedire la corretta alimentazione e l’igiene personale», avvertono gli specialisti riferendosi naturalmente ai casi più eclatanti.

Collezionismo o disturbo da accumulo? Le differenze

In ogni caso, vale la pena tranquillizzare chi ama il collezionismo: si tratta di qualcosa di molto diverso dall’accumulo fine a se stesso: «La differenza sta nel fatto che la disposofobia crea un disagio impattante e viene intaccata la qualità della vita. Il collezionista cerca con cura, piacere e in modo intenzionale gli oggetti, in una dimensione di gusto. L’accumulatore, invece, vive spesso stati emotivi depressivi e conserva anche oggetti di dubbio valore», conclude l’esperta.